martedì 30 maggio 2017

Scream From The List 59 - Ghédalia Tazartès ‎– Tazartès' Transports (1980)

Uno di quei personaggi non laterali, ma proprio spostati. Di una creatività debordante, forse derivata anche dal melting pot delle origini di questo artista nato in Francia, ma anche turco, ladino ed ebraico. In un intervista racconta che il mix di linguaggi a cui fu sottoposto negli anni della crescita lo portò a crearsene uno tutto suo, traslandolo successivamente sulle musiche che ha realizzato per suo puro piacere, e non per lavoro; a quello ci hanno pensato le sonorizzazioni per il teatro ed i balletti.
Tazartès' Transports è un disco delirante. Anzi, è dire poco. Un'informe ammasso di etnico-industrial-minimalistico, in cui arie medio-orientali vanno a cozzare rovinosamente su ritmi meccanici, su grezze spirali di oscillatori, su sui concretismi, su clangori secchi di rumore bianco. A complicare le cose, la grande enfasi riposta sulle voci, sia parlate che modulate in una gamma sterminata di timbri, tonalità ed umori.
In due parole; qualcosa di mai sentito prima.

domenica 28 maggio 2017

Church ‎– Further/Deeper (2014)

Ovvero la ricetta dell'eterna giovinezza.
Ventiquattresimo album dei Church, dopo un terremoto: lo svanire nel nulla del chitarrista storico Wilson-Piper, localizzato in Svezia ma vanamente contattato da Kilbey (per 6 mesi, a suo dire) senza ottenere alcuna risposta. In cambio, la band ha assoldato un sostituto connazionale, Ian Haug, di una decina d'anni più giovane ma di comprovata esperienza (chiedo venia, non conosco i Powderfinger), e come per miracolo non ce ne accorgiamo perchè Further/Deeper è l'ennesimo colpo di classe cristallina degli australiani, perchè Haug si cala alla perfezione nell'oscuro meccanismo magico che consente loro di resistere al corrodere del tempo. Il buon vino invecchiato in salsa lisergica: Miami, Vanishing Man, Delirious, Pride before a fall, Toy head. Un disco più energico del pur splendido precedente, persino lungo oltre un'ora. Lo zoccolo duro ne ha da godere.

venerdì 26 maggio 2017

Massimo Volume ‎– Aspettando I Barbari (2013)

Il vero ritorno in forma dei MV, molto più che il mediocre Cattive abitudini che interruppe il decennale azzeramento del Volume. Merito non soltanto di un'ispirazione ritrovata, ma anche di un interplay amalgamato fra Sommacal e Pilia che fanno brulicare le chitarre incessantemente con un lavorio impeccabile. Il Clementi adulto non può fare altro che continuare a snocciolare le sue storie di vita quotidiana sotto un ottica sempre più incupita, aspetto che si associa in piena simbiosi con le musiche, a tratti persino catastrofiche. In sostanza sono sempre i soliti MV, ma con un pugno di pezzi in più da registrare in un ipotetico best of: la title-track ed i suoi spazi aperti, la distorta Compound, la deviante Vic Chesnutt, la drammatica Dymaxion song. Non possiamo aspettarci rivoluzioni, ma soltanto una sana oretta di ritorno ai '90, come fosse il prendere atto dell'invecchiamento con un pizzico di amarezza e nostalgia.

mercoledì 24 maggio 2017

Metamorfosi ‎– …E Fu Il Sesto Giorno (1972)

Predecente di soltanto un'anno al capolavoro assoluto, il debutto dei Metamorfosi ne è talmente distante da faticare ad essere inserito nel filone progressive. Eppure le anticamere ci sono, se ne possono sentire i germogli maturare a poco a poco, legati più che altro all'autorevolezza del già potentissimo Spitaleri ed a certe tempestose tessiture d'organo di Oliveri. Nel suo complesso però E fu il sesto giorno segnava uno strano, forse unico ponte di passaggio fra il beat più vigoroso ed il prog più legato alla forma canzone. Proprio per questo gli amanti viscerali di Inferno probabilmente tendono a snobbarlo, a ridimensionarne la portata, a dargli importanza soltanto come episodio di maturazione.
Eppure, su 7 pezzi in scaletta, ce ne sono almeno 3 splendidi, che portano benissimo tutti gli anni che hanno sul groppone; la title-track, i 9 minuti di Crepuscolo ed Hiroshima, già articolate ed orchestrate in maniera avvincente, e delle quali posso tralasciare volentieri le tematiche dei testi, un po' troppo cattoliche per un ateo incorruttibile come me. Oltre ai due leader, ottime anche le prestazioni della sezione ritmica e del chitarrista-meteora Tamburro, protagonista di interventi isolati ma incisivi.

lunedì 22 maggio 2017

Cyclobe ‎– The Visitors (2001)

Atto secondo di questo fenomenale duo che come pochi altri al mondo elabora autentico illusionismo sonoro, scandaglia le oscurità delle galassie più remote, riemerge dalle foschie delle brughiere britanniche, prepara intrugli di magia nera in laboratorio. Forse il loro più rappresentativo insieme al più musicale Wounded Galaxies, The visitors è programmaticamente un disco dai suoni alieni e di maggior derivazione ambient-industriale, ma non disdegna stridenti digressioni nella musica da camera in almeno tre episodi. La ristampa del 2014, rilanciata in occasione di alcune (rarissime) date dal vivo, ha incluso un pezzo contemporaneo curiosamente minimal-pastorale, che posto a fine scaletta interrompe straniando lo stato di ipnosi auto-generatosi.

sabato 20 maggio 2017

Vittorio Gelmetti ‎– Musiche Aleatorie ‐ Collage ‐ Memorie (1971)

Sperimentatore atipico, fuori dal gruppo e dalle cerchie, Gelmetti rappresentava un'anomalia già per le sue origini: si era dato alla musica tardi, dopo essere diventato geometra (!). Nonostante gli ostracismi che incontrò lungo il suo percorso (come raccontato da Mattioli nel suo illuminante Superonda), si distinse per la sua determinazione e arrivò a traguardi ragguardevoli, lavorando a lungo col teatro, con la Rai e ripetutamente anche in giro per l'Europa. Per me, relativo profano di queste sperimentazioni, il nome di Gelmetti resta indissolubilmente legato a Deserto rosso, il capolavoro di Antonioni al quale eglì fornì una colonna sonora allucinante. Il suo rapporto col cinema restò comunque marginale, e come tanti altri sperimentatori del dopo guerra sono state poche le sue testimonianze discografiche; questo suo primo vinile su CAM del 1971 penso che sia un buon bignami delle sue composizioni, fra sinfonismi dell'assurdo, suoni concreti, vocalismi spauriti, tonfi nel buio e partiture circospette. Un passo fuori dalle sonorizzazioni, un'altro fuori dalla library più convenzionale, due passi dentro il circolo dei compositori "formulari".

giovedì 18 maggio 2017

Sunn O))) & Ulver ‎– Terrestrials (2014)

Frutto di alcune jams in casa Ulver nel 2008 ma pubblicato solo 6 anni dopo, Terrestrials è quel che si dice un prodotto della pura e semplice vanità. Lo scrivo senza malizia: due bands moderne di calibro mondiale che si incontrano, si stimano, condividono addirittura un componente (indovina chi, l'onnipresente O'Sullivan), era inevitabile che finissero per fare un disco insieme. Che poi sia stato snobbato pressochè da tutta la critica, è poco rilevante.
Anzi. In casa Sunn O))), queste potrebbero esser state prove propedeutiche alla realizzazione del loro capolavoro arty Monoliths and dimensions, che sancì una (momentanea e brillante) tregua dal drone-metal. Lo sostengono Let there be more light e Western Horn, monoliti possenti che attenuano l'impatto delle chitarre a favore di suoni stratificati, espansi (la tromba onnipresente a solcare), grevi come consueto ma che disegnano panorami sconfinati. Scandinavi, direi.
Dopo esser stati più o meno a guardare, gli Ulver si prendono la loro fetta con la splendida Eternal Return, 14 minuti spezzati in due fasi; la prima ribollente calderone per chitarre lancinanti, piano elettrico e violino, la seconda drammatica e passionale, con Rygg che fa capolino con la sua voce calda e chiude in bellezza un esperimento a mio avviso un po' sottovalutato.

martedì 16 maggio 2017

White Heaven ‎– Out (1991)

Splendido recupero psichedelico avvenuto in tempi non sospetti e nella landa del Sol Levante, ad opera di un quartetto che arrivò a questo esordio (immancabilmente su PSF) dopo già diversi anni di attività. Guidati dal cantante/chitarrista/autore You Ishihara e da un chitarrista solista che faceva scintille (Michio Kurihara, che dopo lo split confluirà nei ben più noti Ghost), i WH sembravano atterrati in quell'epoca direttamente dal 1968/69, con uno stile ben diviso in due reparti: da una parte la sfuriata acida retaggio dei Blue Cheer di Vincebus Eruptum, dall'altra la ballad elettrica solenne e trasognata, cantata con grande trasporto emotivo, memore a mio parere dei Doors nei frangenti in cui era Krieger a dare lo spunto. Sono queste ultime le perle memorabili di Out; Dull Hands, Fallin' Stars End, la title-track. Qualche memoria sparsa anche di Velvet Underground e Quicksilver MS completavano un quadro che, per quanto vintagistico e derivativo fosse, poteva solo far esultare gli appassionati. E che faceva a pezzi i connazionali concorrenti (e molto sopravvalutati, a mio avviso) Les Rallizes Denudes.

domenica 14 maggio 2017

Karate ‎– The Bed Is In The Ocean (1998)

Tempo fa ho visitato un sito in cui chi scriveva sosteneva che The Bed Is In The Ocean sia stato il miglior disco dei Karate. La mia prima reazione è stata di sostanziale contrarietà: ma come? Come non convenire che sia stato l'epico supersonico In place of real insight o il raffinatissimo testamento 595
Eppure si trattava (credo) di un mio coetaneo, uno che i Karate li ha vissuti in diretta (e chi potrebbe scoprirli al giorno d'oggi, d'altra parte?); così mi è saltata la pulce all'orecchio e sono andato a riascoltarmelo, a 18 anni dall'ultima volta. Ne avevo un ricordo contrastato, come di un capitolo molto buono ma inferiore all'insuperabile precedente. Alla prova del tempo, l'opinione non cambia un granchè ma torna il piacere di rivivere le sensazioni del tempo tramite piccoli gioielli come There are ghosts, Diazapam, Up nights, Not to call the police. Era un capitolo di transizione, col ritorno alla line-up a tre, con la svoltina jazz alle porte; ma la classe era immutata.

venerdì 12 maggio 2017

Jandek ‎– Blue Corpse (1987)

Il re del solipsismo americano, della secretazione di qualsiasi info. Un personaggio come Sterling Smith ai giorni nostri non sarebbe mai potuto nascere, eppure il suo metodo di lavoro è stato attuale più che mai: autoproduzione assoluta, dischi come se piovesse (82 in 38 anni), menefreghismo totale di quale epoca sia la corrente.
Cantautore fuori da qualsiasi contesto, antitesi della tecnica e della fedeltà, Smith, soprattutto nei primi 10 anni di carriera, faceva un folk lunare, ubriaco, grezzo e finanche repulsivo. Chitarra acustica approssimativa se non scordata, voce che più che un canto era un recitato ad alto tasso alcoolico, seppur dimesso. Non so quanto Blue Corpse sia rappresentativo della produzione delle industrie Corwood (il nome scelto per la sua fantomatica etichetta discografica), quel che è certo è che la sua umile condizione lo rende un piccolo gioiello di outsiderismo abbastanza vicino agli standard. Al primo ascolto mi aveva fatto addormentare, al secondo mi aveva fatto drizzare le orecchie, al terzo ne ho capito il valore, le ossessioni e l'intensità. A modo suo, un'implosione dell'anima.

mercoledì 10 maggio 2017

Khanate ‎– Capture & Release (2005)

Ultima pubblicazione in vita del mostro, seguito mirabolante di quell'apocalisse che li aveva fatti assurgere ad entità elevatrice del doom-metal a forma inedita. Di loro ormai penso di aver espresso tutto l'esprimibile riguardo anche al live ed alla compilation postuma, eppure lo status di magnificenza raggiunto anche da questo due tracce se ne sta lì a giganteggiare, rendendo difficile un'ipotetita scelta del miglior disco dei Khanate, quando in realtà la loro opera secondo me va intesa come una creatura compatta, fluida e monolitica; Capture (18:13) e Release (25:03), labirinti bui di follia psicotica, emissioni sulfuree sfregiate da Dubin, monumenti sgretolati da un agente atmosferico tossico peggio di una nube chimica. Ancor più memorabile la fase slow-core a 3/4 di Release, trovata artistica come picco genial-diabolico. Qualcuno con la voce grossa prima o poi si stupirà del mostro e ne decanterà le epiche gesta.

lunedì 8 maggio 2017

Steve Roach ‎– Structures From Silence (1984)

Il guru dell'ambient americana in uno dei suoi primi dischi, per l'esattezza il terzo. Ancora relativamente distante dalle contaminazioni etniche che caratterizzeranno i suoi successivi più acclamati, Structures From Silence è un distillato purissimo di suoni vaporosi e solenni, di un minimalismo celestiale che stimola le cellule cerebrali. E' la colonna sonora di una pacificazione incontaminata, senza ritmo alcuno. Solo 3 lunghi pezzi, privi di qualsiasi tensione e di qualsiasi compromesso. Solo pace interiore e meditazione. E' un peccato, che Roach ne impedisca ogni tipo di assaggio su Youtube.

sabato 6 maggio 2017

Metzengerstein ‎– Albero Specchio (2013)

Eccellenza dell'IOP, questo trio pisano che ne espone un lato cosiddetto rituale, ancestrale, mitologico. Sono solo tre degli aggettivi attribuiti loro, e mi risulta arduo trovarne altri per definire Albero Specchio. Un 5 tracce intitolate ciascuna con un simbolo di alfabeto antico (non saprei dire quale, chiedo venia per l'ignoranza); simbologico, si potrebbe aggiungere, anche perchè racchiudono in maniera esauriente la gamma di suoni; gorghi abissali, danze di magia nera, processioni di ispirazione indio/raga, illusioni minimalistiche, pulsazioni sulfuree alla Ummagumma. Più che un disco, una compatta manifestazione di intenti psichedelici che ai giorni nostri suonano ancora molto credibili.

giovedì 4 maggio 2017

Rosa Mota ‎– Drag For A Drag (1993)

Mini-album preparatorio al capolavoro che li ascriverà al firmamento indie-noise inglese, purtroppo come semi-meteore ma indimenticabili. Rispetto ad esso ovviamente un pelo acerbi, ma già lanciati fuori dalla pesante orbita sonicyouthiana di provenienza.
Le tre chitarre dominano lo scenario, per un umore generale tendente al grintoso rabbioso. Poche le concessioni alle melodie appena più rilassate (il break sognante col flauto in sottofondo di Are we having fun yet?, il chorus a voce mista di Fucked), memorabile Cold che anticipa lo spleen-core di Wishful sinking. Di loro non si ricorda nessuno, anche perchè tutti i componenti scomparvero nel nulla dopo lo scioglimento. Per cui un piccolo amarcord è dovuto.

martedì 2 maggio 2017

Natural Snow Buildings ‎– The Centauri Agent (2010)

25 Album in 15 anni sono un po' troppi, per i miei gusti. Se poi uno di questi dura quasi due ore, la probabilità che mi annoi sono gigantesche. Del duo francese quindi avrei evitato The Centauri Agent come la peste, se non avessi comunque letto che si tratta di uno dei loro migliori. E così la sorpresa di trovarsi di fronte ad un piccolo gioiello amplifica il piacere di lasciarsi abbandonare, cullare, ipnotizzare dal suono soffice ed espanso di Medhi e Solange, che con calma serafica, seduti e chinati sulle loro corde, dipanano. Fra ballad agresti e bucoliche, droni siderali intrisi di solennità alla Flying Saucer Attack, sballi cosmici a là Grouper, divagazioni sbilenche a là Supreme Dicks (quasi), queste due ore passano che è un piacere, senza neanche accorgermi che il primo pezzo in scaletta, l'epico Our Man From Centauri, dura appena 41 minuti. E non è assolutamente vero che eclissa il resto del disco.

domenica 30 aprile 2017

Scream From The List 58 - Martin Davorin Jagodic ‎– Tempo Furioso (1975)

Dalla famigerata serie Nova Musicha della Cramps, un episodio che ha molti aspetti in comune a quello del rumeno Mieranu che in lista lo precedette di un solo numero: entrambi di provenienza dall'Europa dell'Est (croato di Zagabria), trapiantati in Francia per ottenere delle cattedre, entrambi con zero titoli in discografia fino a quel momento. Per Jagodic Tempo Furioso resterà primo ed unico; le poche info reperibili parlano di un artista che ha continuato più che altro a convogliare il suo output sulla grafica e sul multimediale.
Altro punto in comune con Mieranu, il coraggio e l'ostilità della proposta, che è difficile considerare musicale: furioso è senz'altro un aggettivo programmatico di questi 43 minuti di temibile follia avanguardistica. A vederlo in foto, Jagodic sembra un mattacchione privo di diverse rotelle in testa, ed il vinile non faceva nulla per smentirlo: gli oscillatori (forse l'unico attrezzo consueto e prevedibile dell'opera) seminano il panico, i droni minacciosi squarciano il silenzio, le voci trovate ristabiliscono un flebile contatto con la realtà ma finiscono per fare quasi più paura, i found sounds da foresta equatoriale solleticano la fantasia, i marginali interventi di fiati e percussioni fanno venire la tachicardia. Il tutto permeato di un magnetismo oscuro e potente.
La dimostrazione che quando un artista è a tutto tondo, può sorprendere in qualsiasi applicazione. Quanto erano geniali quelli della Cramps.

venerdì 28 aprile 2017

Peter Jefferies ‎– Electricity (1994)

Dopo il fondamentale debutto in proprio, PJ ribadiva e santificava il suo songwriting unico in un disco che rasentava la perfezione formale in ogni sua sfaccettatura. Il primo aspetto che risalta sta nella scaletta: ben 17 tracce fra il singolo ed i 7 minuti di durata, con una saggia alternanza di stili che rende Electricity una raccolta straniante, che non perde mai il controllo neanche nei momenti più caotici, permeato di un rigore glaciale, una corazza che protegge un dna preziosissimo e per certi versi cautamente proiettato verso l'apoteosi che 4 anni dopo avrebbe lanciato il neozelandese verso l'olimpo dei grandi.
Sostanzialmente, tre tipi di pezzo: la compassata ballad pianistica a tasso melodico distaccato, la sfuriata acida a passo marziale (con l'aiuto di alcuni chitarristi ospiti fra cui il più conosciuto Bruce Russell dei Dead C) e l'incrocio di ambedue, un prototipo ferreo e gracile al tempo stesso. Difficile dire quale aspetto prevalga, perchè Electricity ha le movenze di un trapezista che passeggia su un filo sospeso nel vuoto, senza rete di protezione sotto. Fa trattenere il fiato ed emoziona, per quanto crudele e spietato sia.

mercoledì 26 aprile 2017

Oren Ambarchi ‎– Quixotism (2014)

Episodio piuttosto trascurato, considerato minore se non deludente più o meno da tutti i pareri che contano. Eppure Quixotism a mio avviso è un'altra prova di classe di una poetica, quella dell'australiano, in grado di scardinare quel confine indefinibile fra elettronica ed acustica, fra polo ed equatore, fra distacco e coinvolgimento.
Strutturato in una suite divisa in 5 movimenti, Quixotism fa sfoggio di una nutrita schiera di ospiti, di cui i più famosi sono senza dubbio O'Rourke e Brinkmann. E' un minimalismo policromatico, quello di Ambarchi, che fa dell'ipnosi il suo punto forte: la ritmica ha una componente fondamentale, specialmente quando il battito si fa incessante e metronomico, una sorta di incrocio fra un martello pneumatico soft ed una bomba ad orologeria. Mentre tutto intorno la chitarra fantasmatica produce nebbie polverose e caleidoscopi immagignifici, si susseguono i tocchi di piano, le svisate degli archi (nientemeno che l'orchestra sinfonica islandese!), le striature di synth, è tutto un gentile mulinare di suoni e colori che il disco finisce senza che ce ne accorgiamo.E lo facciamo ripartire.

lunedì 24 aprile 2017

Green River ‎– Rehab Doll (1988)

L'atto di nascita del grunge, perlomeno quello più mainstream, sotto forma di album completo. I GR avevano già pubblicato un trio di uscite brevi prima di sciogliersi nel 1987, e l'anno successivo la Sub Pop fece uscire questo testamento fulmineo. Da qui partirono due costole principali; da una parte i Pearl Jam con Gossard ed Ament, dall'altra i Mudhoney con Arm che si riunirà con Turner, già uscito dal gruppo. Superfluo constatare quale sia la mia preferita; la voce del biondo, immortalato in un carismatico primo piano sulla front cover, è la ciliegiona di un suono chiassoso e trascinante, che traeva senza dubbio linfa dall'hard-rock dei '70. Al netto di una batteria pestona e un po' prevedibile, gli 8 pezzi sono tutti pressochè irresistibili e basta non pensare che questo non è Il grunge che preferisco per apprezzarlo, al primo ascolto.

sabato 22 aprile 2017

Pleasure Forever ‎– Alter (2003)

Chiudo la discografia del grandissimo trio di San Francisco che ha lasciato un esiguo manipolo di fans come me, assetati di altro art-maudir-core che purtroppo non è mai più arrivato. Assieme al debutto ed alla raccolta di out-takes e rarità, Alter se ne sta lì nella sua lucentezza abbagliante, a farsi rimirare ed ascoltare ed ascoltare e rimirare ed ascoltare. Pitchfork gli diede un 8.4, per me è questione di decimali: un capolavoro che vale un raro 8,5.
Di tutte le 12 tracce in scaletta, non ce n'è una-che-una che faccia scendere il livello, al punto che scegliere un YT rappresentativo diventa un problema insormontabile, risolvibile soltanto con un imponente multi-traccia. Poco da aggiungere, se non che rispetto al debutto risaltavano di più le doti di Rothbard, il cui stile sempre più barocco al piano donava maggiore profondità e lirismo al tutto, portandosi dietro la chitarra di Hughes, che non rinunciava alle esplosioni ma rispondeva perfettamente al compagno. Un capolavoro da consumare fino alla noia, che i fan più aperti di Nick Cave e tutti quelli dei Black Heart Procession avrebbero dovuto ascoltare.

giovedì 20 aprile 2017

Elvish Presley ‎– Black Elf Speaks (2003)

Dietro (l'infelice, diciamocelo) monicker di Elvish Presley nei primi anni Zero si è celato Tom Hohmann, il batterista dei grandissimi Usa Is A Monster. Dopo due cd-r autoprodotti, Black Elf Speaks è stato la prima ed ultima uscita ufficiale per lui, sull'etichetta harsh-noise Bulb Records.
Se penso ai furiosi prodotti contemporanei degli UIAM, questo è sorprendente perchè anticipa in qualche modo le derive light dei loro ultimi dischi, a dimostrazione di come Hohmann ne fosse molto di più che il batterista; era già un songwriter con delle idee personali e definite. Il meltin' pot fra le cantilene d'ispirazione degli Indiani di America, il folk psichedelico americano, il suono pastoso e stonato del muro di chitarre, le ritmiche dispari, le armonie vocali raddoppiate e curate, le figure solenni di tastiere, tutto questo assumerà un peso molto più rilevante su Space Programs. Questo di sicuro non sminuisce la figura del grande Langenus, ma rende Black Elf Speaks un disco decisivo in prospettiva.

martedì 18 aprile 2017

Fudge Tunnel ‎– Creep Diets (1992)

Tuffo nel passato, ai tempi di Rumore 2 la Vendetta su Planet Rock e di Indies, quella trasmissione su VideoMusic condotta da un tipo hipster-punk-metallaro che trasmetteva tante belle cose. Era da allora che non ascoltavo i Fudge Tunnel, trio di Nottingham che rilasciò 3 album nei primi '90 su Earache, nella cui scuderia erano un po' un anomalia in quanto molto più accessibili della media in catalogo.
Dico ciò perche fin dai primi due pezzi, Grey e Tipper Gore, che stimolano la mia memoria perchè legate alle due sopracitate: del primo ricordo un clip, del secondo di quanto la apprezzavo. Sono abbastanza rappresentativi del disco, in quanto manifesti espressivi dei FT: una specie di sludge-grunge atipico pur senza avere connotati innovativi nè destinati ad essere particolarmente ricordati. I chitarroni di Newport ed i ritmi boombastici sono chiaro simbolo di metallo rovente, mentre l'immediatezza epidermica dei pezzi richiamava la voga di Seattle, seppur ricoperti da una coltre di distorsioni incessanti. Il limite di Creep diets sta nell'essere parecchio monocromo (un paio di tracce addirittura assomigliano a delle precedenti), ma è di quella monotonia che, per dire, animava anche Meantime degli Helmet, che col tempo ho rivalutato. E, come quello, è invecchiato sicuramente molto meglio di altri limitrofi, nonchè del catalogo medio della Earache.

domenica 16 aprile 2017

Panda Bear ‎– Panda Bear Meets The Grim Reaper (2015)

Avevo lasciato Lennox all'uscita di Tomboy restantone un filo contrariato, pensando che i fasti di Person Pitch fossero irripetibili. Così solo con enorme ritardo ho ascoltato Meets the grim reaper, sorprendendomi del pronto riscatto che caratterizza un'altra coloratissima raccolta di irresistibili filastrocche.
Una decisa iniezione di elettronica caratterizza il nuovo corso del panda; i ritmi sintetici dominano ed i synth scorrazzano indisturbati, ma la sostanza non cambia. Lennox sa ancora perfettamente creare i suoi acquarelli di sapore estivo, così immediati che basta un ascolto per innamorarsene: almeno Sequential Circuits, Crosswords, Selfish Gene dovrebbero stare in un ipotetico greatest hits. Interessantissime anche le deviazioni, come la Tropic Of Cancer in cui fornisce una sua curiosa re-interpretazione dello Scott Walker sinfonico di fine '60, e la tenue e pianistica Lonely Wanderer, di una bellezza sconfinata.

venerdì 14 aprile 2017

Tank Of Danzig ‎– Not Trendy (1982)

Se non fosse stato allegato ad un Blow Up di un paio d'anni fa, Not Trendy probabilmente non l'avrei mai conosciuto. Leggendo soltanto recensioni, non mi ci sarei avvicinato. Invece l'italianissima Music 'A La Coque si è incaricata di recuperare questo valido prodotto della new-wave tedesca, un filone che in tutta sincerità non ho mai pensato di esplorare.
Ad ascoltarli a scatola chiusa, i TOD li diresti inglesissimi; un funk bianchissimo che si snoda di riflesso ai nomi più influenti nati pochi anni prima: Gang Of Four e A Certain Ratio (ritmi sostenuti, chitarra squillante e costante sugli accordi alti, basso zigzagante in primo piano), ma anche Contortions (l'uso di un sax starnazzante e quasi sempre atonale) ed il Pop Group più tradizionalista (o scevro di qualsiasi avanguardia). La particolarità principale del gruppo, paradossalmente, sta nella voce; il chitarrista Schengel infatti era in possesso di un rauco declamare il cui timbro ricorda abbastanza Henry Rollins, forse retaggio di un passato punk. A prescindere da questo, Not Trendy non è certo un capolavoro ma resta un'alternativa gradevolissima ai giganti inglesi del genere.

mercoledì 12 aprile 2017

Dévics ‎– My Beautiful Sinking Ship (2001)

Quando uscì My Beautiful Sinking Ship, consigliatomi dall'amico Pig, i Black Heart Procession erano all'apice di un non certo vastissimo ma consistente seguito nell'ambito alternativo. E la comparsa di questo gruppo losangeleno dall'impronta così europea, che dopo due dischi autoprodotti atterrava nel vecchio continente su Bella Union, fece sensazione: sembrava una versione del duo Jenkins/Nathaniel virato in rosa, con la bionda vocalist Sara Lov ad ingraziare le musiche composte dal deus-ex machina Dustin O'Halloran.
Proprio come nel caso dei BHP, si stabilì un rapporto speciale, seppur sotterraneo, fra i Devics e l'Italia. Tant'è che oggi O'Halloran risiede da noi (anzi, a pochissimi km da qui). Tornando al disco, è uno squisito campionario di melodie decadenti, a volte elegantemente incupite, a volte pigramente autunnali, a volte sognanti, spesso guidate da un pianoforte essenziale, di tanto in tanto impreziosite da qualche arco. Unico limite, il numero eccessivo di tracce, 15, di cui qualcuna dal sapore del riempitivo. Nulla a che vedere con lo shoegaze secondo me (come ho letto più volte); il paragone coi BHP dopotutto non era così oppressivo e ci poteva stare, per questo croonering al femminile di sublime gusto e fattura.

lunedì 10 aprile 2017

Unsane ‎– Unsane (1991)

Lo storico debutto del bloody noise-trio, un concentrato di terrore e ferocia allo stato puro. A distanza di un quarto di secolo, non mette meno paura che all'epoca.
Il suono denso, lavico e truculento della chitarra di Spencer (nonchè il suo grido cruento), il rombo ispido del basso di Shore, l'apocalisse tambureggiante senza soste di Ondras, in 12 tracce che in gran parte simulano bulldozer impietosi, ma anche varianti molto interessanti come spietate mattanze post-core-blues (Slag, Aza-2000) ed il pezzo finale, White Hand, che stabiliva un curioso ibrido da macelleria gotica.
Una violenza che resterà ineguagliata, insieme alla raccolta-necrologio per il defunto Ondras. Nei dischi successivi Spencer affinerà la barbarie con nuovi compari ed una maggiore professionalità, raggiungendo risultati notevoli fino al 1998.

sabato 8 aprile 2017

Ulver ‎– Perdition City (2000)

Tassello cruciale di una carriera sfaccettatissima, almeno quanto lo è stato il gioiello ambient-rock del 2007. A sentire Perdition city, davvero si stenta a credere che sia lo stesso gruppo che 4-5 anni prima proponeva una formula di black-metal che, per quanto personale fosse, era pur sempre black-metal. Definirlo un disco trip-hop sarebbe comunque riduttivo: come spesso accade ai musicisti sopra la media di approcciare a gamba tesa un genere assai distante dalle loro radici, il risultato è mal che vada peculiare.
Le ritmiche stentoree di quella tendenza ancora molto in onda ai tempi sono soltanto un accessorio, in fondo: Perdition city è un concept notturno, lascivo e misterioso in cui splendono le soluzioni melodiche più aperte (Porn Piece Or The Scars Of Cold Kisses, Nowehere/Catastrophe), gli strumentali drammatici ( Hallways Of Always, Tomorrow never knows) e gli esperimenti più oppressivi (We are the dead, Dead city Entries). Sopra tutto questo, l'iniziale e memorabile perla di Lost in moments. Ai tempi lo scansai del tutto, ma avrà diviso non poco le opinioni e continua a farlo (Pitchfork addirittura lo derise in maniera sguaiata). Io credo sia giusto che col tempo vada annoverato come un capolavoro di electro-art.

giovedì 6 aprile 2017

Bullet Lavolta ‎– The Gift (1989)

(2) Nel primo Rockerilla che comprai, Gennaio 1993, c'era un ampio servizio dedicato ai bostoniani Bullet Lavolta, che era di fatto un necrologio; la band si era sciolta da pochi mesi, dopo un secondo disco su major ed aver potenzialmente mancato il grande successo. Nel settembre 1991 avevano diviso un palco coi Nirvana il giorno prima dell'uscita di Nevermind, e la stagione era di quelle buone sul serio, ma non se ne fece nulla e l'oblio se li inghiottii.
Quasi ogni gruppo di cui lessi in quel mensile così rivelatorio per me solleticava l'appetito di musica nuova, ma passai oltre anch'io. Così, a distanza di 24 anni, me li ascolto per la prima volta e nonostante i pre-dubbi vengo piacevolmente assalito da un infuocato hard-grunge-stradaiolo che teoricamente mi dovrebbe esser quasi indigesto. Invece The gift, che fu il loro debutto, denota una freschezza invidiabile per l'anno di uscita e soprattutto una produzione bella piena e corposa che sarà così decisiva nel grunge di successo (Nevermind a parte, infatti). Coppia di chitarre fragorosissime, cantante invasato ma con criterio, pezzi assatanati di derivazione punk e heavy-metal, qualche punta melodica che fa pensare addirittura ai Cheap Trick; insomma gli ingredienti per discrete masse c'erano, ma la fortuna soffiava su altri lidi e Boston era già toccata ad altri.

martedì 4 aprile 2017

Bancale ‎– Ep (2008)

Gli amanti dei primi (comunque contemporanei a questa uscita) Bachi Da Pietra avranno tratto un sommario compiacimento nei confronti di questo trio bergamasco che se ne uscì col Cdr autoprodotto al quale è seguito un solo album vero e proprio nel 2011, Frontiera, e poi più nulla.
Difficile disquisire sulle possibilità di un evoluzione o di un cambiamento nella brillante formula dei Bancale; l'assetto richiama(va) decisamente quello del duo Succi/Dorella: niente basso, batteria minimale con assenza dei piatti, una chitarra meno tecnica e più concentrata sul feeling, un recitato filtrato indolente e strascicato ad opera del frontman Barachetti, impegnato a snocciolare paranoie ed alienazioni della vita moderna impregnata di frustrazioni lavorative e consumismo, e forse non a caso da una delle zone più produttive dell'Italia intera. 
Solo 5 tracce, che sanno di blues malato e di slow-core notturno; un suono fumoso e maledetto, la dis-eleganza di un croonering artigianale e, a modo suo, unico. Un gioiello, fin troppo breve.

domenica 2 aprile 2017

Scream From The List 57 - Pataphonie ‎– Pataphonie (1975)

Ennesimo grido francese, reso ancor più affascinante dall'aurea di mistero che ammanta la storia del gruppo. Esiste solo una bio dei Pataphonie, che parla in sostanza di una band di amici che se ne fregava (come tantissimi altri nei '70) dell'indigeribilità della proposta, una specie di deformità avant-jazz-rumoristica che manda letteralmente in pappa il cervello. Non si può parlare di astrattismo, di cerebralità o di concetti del genere: questi due lunghi pezzi, di certo improvvisati e registrati dal vivo, sputano il linguaggio dell'assurdo di un quartetto di gente che aveva senz'altro delle doti tecniche, che affiorano in tratti insospettabili e a più riprese. Ma dopo svariati ascolti, l'aggettivo è sconcertante, quello che impressiona per il coraggio. Non saprei neanche dire se e chi abbia influenzato. Per chi si vuole disorientarsi e sconvolgersi per una quarantina di minuti. Un esperienza terminale.

giovedì 30 marzo 2017

Æthenor ‎– En Form For Blå (2011)

Musiche composte automaticamente, recita (con un po' di vanità, diciamocelo) il booklet del quarto album degli Æthenor. Come verificai in sede live qualche anno fa, il corso profondamente cambiato al contempo del rimescolamento della line-up ha visto creare una forma di suono nuova, inusitata ed all'altezza dei personaggi. Per l'ormai ex-progetto collaterale di dark-hypnotic-ambient, O'Malley e O'Sullivan hanno acquistato Rygg (manipolatore elettronico, anch'egli in forza agli Ulver) ed il veterano batterista inglese Noble (un passato remoto nel funk-wave bianco ed una carriera stabile nell'avant-jazz); fatta base in Norvegia, i quattro fanno sfracelli e coniano questo suono sgusciante ed astratto, cerebrale ma anche fisico, soprattutto grazie a Noble. Il live-report sopra citato vale come sintesi di uno stile pressochè indefinibile, probabile frutto di improvvisazioni neanche tanto concordate. Musiche che rapiscono, automaticamente.

martedì 28 marzo 2017

Faust ‎– The Faust Tapes (1973)

Il fantomatico disco-non-disco con cui la Virgin introdusse il mondo stregonesco dei Faust in Gran Bretagna. Dato che si trattava di registrazioni a costo zero poichè effettuate in casa, la Virgin lo mise sul mercato ad un prezzo stracciatissimo, un operazione un po' discutibile ma che di fatto ottenne l'effetto desiderato: divulgare il verbo Faust fuori dalla Germania.
E tal verbo, in quel pugno di anni gloriosi, era l'arte ed il fulmine della sperimentazione pazzoide e dell'anarchia più sfrenata. Tapes, pur nella sua natura precaria di antologia d'archivio, inquadra alla perfezione il contrasto che era il carburante del caos creativo in seno al gruppo: la sensibilità musicale di Sosna contro la follia degli altri, in un cut and paste alternato ed avvincente, composto di 26 tracce tutte molto brevi che non fai in tempo ad assimilare che già sono bell'e passate. Non merita di essere trattato come un capitolo minore, anche se loro stessi si preoccuparono di segnalarlo come tale: qualunque cosa potessero aver realizzato in quegli anni, era un concentrato di lungimiranza inestimabile.

domenica 26 marzo 2017

Soft Moon ‎– Deeper (2015)

Terzo disco per Luis Vasquez e terza volta in cui affronto l'ascolto con previdenza, superficialità e poca attenzione, salvo poi dovermi ricredere ed ascrivere di nuovo il monicker Soft Moon ad una delle più brillanti operazioni di recupero dalla dark-wave degli ultimi 10/15 anni.
Temevo un'iniezione innaturale di elettronica nel suono di Deeper, che probabilmente avrebbe deluso me ed altri gothicconi inguaribili che si emozionano ancora a sentire una mutuazione dei Cure della trilogia. Qui ce ne sono diverse: Far, Try, Wasting (in verità più altezza Disintegration), Being, la sospesa e magnifica Without. La suddetta elettronica resiste, ma in dosi esclusivamente funzionali nel resto dei pezzi che sostano fra synth-pop e cyber-industrial di gran razza, anche grazie alla produzione piena e rotonda che restituisce giustizia a dei suoni che in origine furono penalizzatissimi. Un altro centro per il mexican boy.

venerdì 24 marzo 2017

Gaseneta – Sooner Or Later (Recorded 1978)

Fantomatico quartetto giapponese che non pubblicò nulla in vita, e del quale si sa pochissimo a livello biografico. Già di per sè è difficile ottenere info sulle bands nipponiche, figuriamoci andando così indietro nel tempo; in questa raccolta pubblicata dalla PSF nel 1991, ad esempio, non si sa neanche il nome del batterista. Ciò che è importante è la sostanza recuperata su nastro; un acid-lo-fi-punk esponenziale, suonato a rotta di collo, che ai tempi poteva avere ben pochi concorrenti in materia di violenza a livello mondiale.
Ciò giustificato senza alcun dubbio anche dalla voce di Yamazaki, un grugnito maniacal-isterico similare a quello del vocalist degli Aburadako. Il supporto del trio è punk, c'è poco da dire, ma di quello a  ritmi folli (col bassista Hamano in evidenza, che contemporaneamente faceva parte della prima formazione dei Fushitsusha, e ho detto molto) e con una chitarra acidissima che quando va in assolo spacca vetri a 360°.
Diverse tracce sono ripetute, ma ovviamente sono in alternate takes ed oltretutto a diverse velocità. Schegge impazzite, imprendibili. La solita storia: solo il Sol Levante poteva etc etc etc....

mercoledì 22 marzo 2017

Inutili ‎– Elves, Red Sprites, Blue Jets (2016)

Trio di mattacchioni abruzzesi che con fare pacioso e divertito giocano con una nutrita serie di luoghi comuni del passato. Mi si passi i termini, magari gli Inutili prendono la loro musica molto sul serio, ma io la vedo così. Già il nome del gruppo stesso è memorabile. Al primo ascolto sembra una band di bassa lega, al secondo già la considerazione sale parecchio, al terzo la simpatia è inevitabile ed alcuni motivi restano in testa.
Il garage è il punto di partenza; selva di chitarre, ritmiche scalcinate, chiasso generale e caos organizzato. La prima metà del disco è quella grosso modo classica: Velvet Underground, l'indie-rock americano più slacker degli anni '90 (vengono in mente gli Strapping Fieldhands), Jon Spencer Blues Explosion, Sonic Youth, addirittura i Doors.
Nella seconda metà i ritmi si allentano, si allentano anche i cordoni di tenuta ed il suono si slabbra, compaiono delle tastiere astruse; è la controparte sperimentale degli Inutili. E' chiaro che non sono degli innovatori, ma alla fine guadagnano un loro stile che va oltre la miriade di influenze.

lunedì 20 marzo 2017

Harold Budd ‎– Lovely Thunder (1986)

Viene solitamente indicato come un disco minore di HB, forse perchè registrato con l'ausilio di sole tastiere elettroniche e (poco) piano, oppure perchè quell'immenso debutto ha costituito una pietra di paragone troppo ingombrante.
Eppure, se ci si abbandona senza alcun preconcetto all'ascolto, Lovely Thunder è magia pura. Soltanto Sandtreader va annoverata come una delle sue meditazioni più serene, ed in parte anche Ice floes in eden. Gran parte della raccolta vede un Budd cupo, ad un passo dalla tempestosità, con una ambient da finta quiete prima della tempesta: Flowered knife shadows, The gunfighter, Valse Pour Le Fin Du Temps e la lunghissima Gypsy Violin vedono la sua indicibile grazia e compostezza asservirsi di arie maestose e minacciose. A mio avviso la sua prova migliore degli anni '80.

sabato 18 marzo 2017

Aluk Todolo ‎– Occult Rock (2012)

Il black-metal, si sa, può essere un'ottima palestra giovanile per sviluppi di vario tipo. Ce lo insegna la storia, con casi clamorosi come gli HANL. I francesi Aluk Todolo da lì provengono e con questo programmatico rock occulto hanno coniato un sound furibondo e ricco di sfaccettature.
Il trampolino di lancio sembra essere la propaggine più oscura ed urticante del rock tedesco '70, come i primi Ash Ra Tempel o meglio ancora gli Amon Duul II di Yeti; scomodare paragoni così scomodi può fuorviare, senza dubbio. Però gli 80 e passa minuti di Occult Rock non sanno di vintagismo, bensì spaziano in tante altre direzioni, post-metal, space-rock, epic-instru, con unico comune denominatore la psichedelia pesante, a tratti oppressiva. La chitarra di Riedacker disegna scenari apocalittici, la sezione ritmica tiene le fila delle architetture. E' un ottovolante di ottanta minuti che riesce a non tediare quasi mai. Non rivoluzionerà nulla, ma è una voce personale e penetra sottopelle, progressivamente.

giovedì 16 marzo 2017

Insides ‎– Clear Skin (1994)

Un'altro disco santino di Zingales, che rapidamente faccio altrettanto mio. Una di quelle mission inglesi che soltanto in quegli anni potevano uscire, che avrebbe fatto un figurone sulle Mental Hours, giustamente paragonato per i suoni a Global Communication, e che per attitudine io aggiungerei da affiancare al santone E2-E4 di Gottsching: diversi i punti in comune. Il pezzo unico, strumentale, che trae le fondamenta dal minimalismo, che intercala figure ricorrenti, cresce inesorabilmente con piccoli dettagli che affiorano a poco a poco, che manco te ne accorgi ed è cresciuto, evoluto, strega ed incanta.
Autori di siffatto gioiello un duo misto che nella propria breve vita ha realizzato soltanto tre album; per inquadrarlo direi un felicissimo incontro fra il dream-pop, l'ambient e la trance, con la chitarra protagonista ad intarsiare figure angeliche. Un sogno ad occhi aperti.

martedì 14 marzo 2017

Daniele Brusaschetto ‎– Fragranze Silenzio (2010)

Qualche mese fa, in una monografia su DB su Blow Up, l'ermetico redattore Capuano tracciava la storia del torinese evidenziando uno spartiacque ben preciso a metà anni Zero, ovvero il momento in cui si rese conto di non poter sopravvivere di musica. C'è un verso su Fragranze Silenzio in cui canta le mani sporche di lavoro...Destino ingrato per un artista che da vent'anni propone il suo personalissimo cantautorato semi-industriale bilanciato fra elettronica e strumenti suonati, e che ha saputo dimostrare capacità melodiche forse neanche troppo sviluppate, probabilmente perso in un trip troppo originale per sapersi anche solo avvicinare alle conformazioni.
Melodie che in Fragranze silenzio escono timide in tutto il suo indolente intimismo, come un fiore che sboccia alla fine dell'inverno. Spazio ai beats sintetici, ai glitches, alla voce fantasmatica, ai clangori ora smussati, alle nebbie soniche e a piccoli gioielli come Cauterization, Clouds, Fiori finti, Ali di mosca. Unico neo la finale title track, 16 minuti di drone-doom immobile e leggermente tedioso. Ma prima di essa, fragranze molto molto gradite.

domenica 12 marzo 2017

Magma - Live in Paris June 1975

L'apoteosi dell'apocalittico Magma-sound non poteva che essere ottenuta dal vivo, in cui la classe del gruppo di Vander usciva inesorabile, quasi superiore alle già ricche e complesse prove in studio. La formazione che registrò una serie di concerti a Parigi nei primi di Giugno del '75 vedeva la temporanea uscita di Jannick Top, sostituito però prodigiosamente da quel Paganotti che poi, dopo aver strappato un credito compositivo su Udu Wudu, andò a formare gli eccellenti Weidorje. Il suo stile era meno animalesco di Top, più raffinato e comunque altrettanto incisivo. Insomma, stiamo parlando di due fenomeni.
Al di là dell'economia fondamentale del basso, il live parla la lingua kobaiana in una summa esaustiva di quanto realizzato fino a quel momento. Ci sono i lunghi estratti delle temibili Konthark e Mekanik, c'è persino un recupero del primissimo (passabilissimo) album che fa un'ottima figura, la pastorale Lihns a stemperare l'oppressione, l'articolata sinfonia celestiale Hhai. Sugli scudi tutti i membri, soprattutto il violinista Lockwood, ma è quasi superfluo ribadire la coesione impressionante di un gruppo così dipendente da un unico compositore.

venerdì 10 marzo 2017

Fire! Orchestra ‎– Exit! (2013)

Progettone messo in piedi dal fiatista di fama mondiale Gustafson, che con questo primo ha guadagnato la palma di disco dell'anno per BU. Registrato dal vivo in studio da parte di un ensemble di una ventina di elementi quasi tutti svedesi, Exit! ha avuto l'ambizione di aggiornare il jazz da big band ai giorni nostri con due lunghissime suite. 
Traguardo raggiunto perfettamente: Part one parte con passo felpato, in parte imparentato col jazz classico, con svisate di fiati, voce femminile e piano alla Abrahams in primo piano. Dopo una pausa, l'orchestra riparte sorniona cambiando il tema e chiude con eleganza.
Ma è la tempestosa Part two a sbancare, con un ritmo tumultuoso che taglia momentaneamente i ponti col jazz, un maelstrom incessante di caos organizzato. Un'altra pausa a circa metà e poi la ripartenza con la disintegrazione della composizione, è la parte impro che manda tutto a catafascio. Per me magari non disco dell'anno 2013, ma da top ten sì.

mercoledì 8 marzo 2017

Gastr Del Sol ‎– The Serpentine Similar (1993)

Quasi strano, non ricordavo che nel primo GDS non c'era O'Rourke, ma Bundy K. Brown, uno dei padri putativi del post-rock dell'asse Louisville-Chicago. Al riascolto dopo parecchi anni di The Serpentine Similar, la sensazione è sempre che Grubbs fosse giunto finalmente al progetto di avanguardia che aveva fatto covare sotto le infuocate performance dei Bastro. La trasformazione è perfettamente inquadrata da un pezzo come For Soren Mueller, che alterna piroette bastroane alle compassate astrazioni per chitarra e basso ipnotico, di fatto il piatto forte e principale del disco, che non disdegna comunque qualche sonata per piano che tradiva le mai celate influenze dei Red Krayola epoca God Bless...su Grubbs. Manifesti del lotto le lunghe A Watery Kentucky e Even the odd orbit, splendide digressioni di uno stile unico ed inimitabile, trasognato e formale al tempo stesso.

lunedì 6 marzo 2017

Spartiti ‎– Austerità (2016)

Non perdere un protagonista di un modo così anti convenzionale di fare musica è qualcosa che arricchisce il nostro sottobosco indipendente, specie se amate chi cerca di affermare pensieri più pensati e “impegnati” rispetto alla media dei nostri tempi.
Citazione di una recensione che mi sembra doveroso riportare, perchè sintetizza alla grande ciò che io stesso ho provato ascoltando Austerità. Dopo la triste scomparsa di Fontanelli, temevo che in qualche modo avremmo perso Collini e le sue storie, il suo sarcasmo, il suo cinismo trasognato, il suo semplicemente esserci. Mi rallegra quindi questo matrimonio (tutto sommato prevedibile, ma di certo non scontato) con Reverberi, che snocciola sfondi e scarni scorci di limpida ispirazione GDM (i migliori, Austerità e Bagliore), riuscendo a modo suo a non far rimpiangere le basi ODP. 
Per quanto riguarda Collini, va solo ascoltato famelicamente. Impossibile tuttavia non citare lo stupefacente aneddoto scolastico-adolescenziale di Vera, lo struggimento di Austerità, l'esilarante fraintendimento di Banca Locale. Caro Geometra, è sempre un piacere.

sabato 4 marzo 2017

Scream From The List 56 - Heratius ‎– Gwendolyne (1978)

Ennesimo inqualificabile art-avant-monster dalla Francia, con un unico, inevitabile disco in carniere, peraltro in ritardo temporale sulle bizzarrie più generalizzate del decennio.
Essenzialmente un trio tastiere, chitarra e clarinetto, gli Heratius vengono solitamente definiti i Faust d'oltralpe, ma la sensibilità musicale era più focalizzata seppur convogliata in una serie di stranezze difficilmente descrivibili; in un certo senso lo potrei battezzare industrial-progressive da camera, vista l'alternanza fra ruvidezze analogiche, gorghi rumoristici, fraseggi bucolici col clarinetto in evidenza, qualche svisata elettrica frippiana, un recitato che fa molto teatro d'avanguardia, demenze blues spudoratamente umoristiche, e tanto altro.
Gwndolyne va preso per ciò che è: un pasticciaccio dada figlio del proprio tempo, sfuggente per l'eternità e relegato alla categoria delle musiche più incredibilmente strane. In solida reputazione.

giovedì 2 marzo 2017

A.R. Kane ‎– 69 (1988)

Splendida anomalia britannica: un duo di colore che abbandonò qualsiasi stereotipo legato alla musica nera per abbracciare uno strano e fascinoso miscuglio di new-wave, dream-pop, fulgidi arabeschi chitarristici (senza disdegnare feedback stridenti), lambendo spesso un campo dub dalle parvenze molto più bianche.
Un disco fantasioso e super-variopinto, con la peculiarità delle voci che, essendo tutt'altro che limpide (per non dire sgraziate), davano un chè di preziosa precarietà. Dopo una prima metà effervescente anche a livello ritmico, la seconda parte va in gloria con le meravigliose rarefazioni di Sperm Whale Trip Over, The Sun Falls Into the Sea, The Madonna is With Child e Spanish Quay, numeri magistrali di ambient-rock. Si scrive un po' ovunque che hanno anticipato tante cose della Too Pure, il trip-hop, persino certi aspetti dello shoegaze. Un po' di giustizia è arrivata postuma, dato che in vita non ebbero un granchè di riconoscimenti; per quanto mi riguarda, ho impiegato 3-4 ascolti per permeare nella grandezza di 69.

martedì 28 febbraio 2017

Core Of Bells - Bottle keep (2010)

Grazie all'insanabile passione per il Sol Levante del mio conterraneo Savini, di tanto in tanto testo l'ascolto di gruppi nipponici più o meno fuori di testa. Il quintetto Core Of Bells è decisamente dentro la categoria dei primi; un suono imprendibile, un folle incrocio fra Aburadako, Hella e Red Krayola, compresso fra sfuriate ultra-compresse, gag surreal-matematiche, teatrini dell'assurdo ipertecnici, banzai sonici come se non ci fosse un domani. Irresistibile e mai banale.

domenica 26 febbraio 2017

Zoogz Rift ‎– Water (1987)

Uno dei 7 album con il quale ZR inondò il catalogo SST fra l'87 e l'89, dei quali ho già imparato ad amare Water II e Nonentity. Insieme a questi, Water costituisce la trilogia dell'acqua ed è una delle sue classiche sarabande di gag-rock serrato con la chitarra in grande evidenza, sia in veste funzionale che in libera uscita di assolo. Memorabili I'll rip your brains out, Getting laid at grace park, Burn in hell e Mongoloid Middle America.

venerdì 24 febbraio 2017

Buñuel ‎– A Resting Place For Strangers (2016)

Dopo la clamorosa collaborazione con gli Zu, Eugene Robinson torna a svernare in Italia, questa volta con un trio all-stars di quelli che sulla carta si direbbero supergruppo: Iriondo, Capovilla e Valente. Ovvero tutti e 4 ragazzi degli anni '90.
L'operazione sa tanto di autoreferenzialità, per non dire di autocelebrazione nostalgica; muscoli in bella vista con una sezione ritmica classicamente yankee-noise, ER che sbraita alla sua maniera, Iriondo lobotomico ed incisivo. In pratica un aggiornamento del suono Touch & Go con la cura professionale delle registrazioni attuali. Concettualmente più o meno quanto pensavo del Teatro Degli Orrori, ma qui la somma delle parti è superiore. Un disco che, per quanto produzione di 4 volponi che sanno bene il fatto loro e che alla fine portano (quasi sempre) a casa il risultato, può intrigare anche gli extra-amanti del settore, per quanto fatto dannatamente bene.

mercoledì 22 febbraio 2017

Crash Worship ‎– Triple Mania II (1994)

Collettivo californiano che negli anni '90 propose un mix incendiario di industrial, tribale, esoterica e psichedelia. Data la fortissima componente scenica del progetto (in rete si trovano testimonianze di come i loro concerti fossero dei potentissimi baccanali orgiastici), probabilmente il nucleo decisionale non cercò di convogliare al meglio le creazioni musicali, bensì di cercare di ricreare una parvenza dei loro show.
Per questo Triple Mania II più che un disco sembra una carrellata, un catalogo delle ossessive pulsazioni che portavano sul palco: i tamburi incessanti, i synth a fischiare e rombare, le voci manipolate, le emissioni animali, questo ed altro concorreva a creare allucinazioni che vissute dal vivo avranno reso il concetto di inferno molto vicino alla realtà.

lunedì 20 febbraio 2017

Gang Wizard ‎– Important Picnic (2014)

Band californiana in attività da quasi 20 anni, quindi ben precedente l'ondata dell'harsh-noise sia quella dello shit-gaze. Risalta quindi che questo album, ultimo di una lista che inevitabilmente è fin troppo lunga, fuoriesca come un'improbabile incrocio fra le due correnti. con una componente primitive-arty che ricorda tanti nomi del passato remoto e persino certe correnti più o meno sotterranee statunitensi di 20 e passa anni fa.
Un disco delirante, lo-fi, sgangherato ma con una visione ben precisa dall'inizio alla fine. Un suono che aliena come quelli delle metropoli ma elabora anche allucinazioni di naivetè a loro modo stilish.