sabato 30 aprile 2016

Screams From The List 39 - Negativland ‎– Negativland (1980)

Citazione d'obbligo per quanto riguarda i riciclatori di suoni fra i più longevi in assoluto, i californiani che presero il nome da un pezzo storico di Neu! 1. Il fattore campionamento fu un fondamentale nel suono dei Nurse With Wound, soprattutto nei dischi dei primi '80, mentre per i Negativland è sempre stato assolutamente prevalente sul tutto, oltre a quello socio-politico e all'impegno contro lo sfruttamento del copyright (che procurò loro non pochi problemi quando nel 1991 pubblicarono l'ep U2 e ne dovettero rispondere in sede legale).
Il debutto era un pastone di suoni inestricabile di voci trovate, nastri manipolati, effetti rumoristici, qualche gag e ben poca musica. L'effetto, come sintetizzò alla meglio PS, era quello di un remix dei Residents. Aggiungerei anche il retaggio degli esperimenti più intransigenti dei Chrome, oltre che gli effetti più ottundenti delle muraglie Throbbing Gristle. Un po' difficile da digerire più che altro perchè lo spazio riservato alle voci trovate è fondamentale e possono essere di difficile comprensione fuori dagli USA, ma dopotutto divertente e simpatico perchè contro tutti

venerdì 29 aprile 2016

Screams From The List 38 - Agitation Free ‎– Malesch (1972)

Illustre formazione teutonica che ammetto di aver saltato a piè pari, nonostante sia sempre stata menzionata alla pari dei grandissimi. Ma non è mai troppo tardi, mi sia concesso: Malesch fu un trip tutto personale e tale resta.
Fin dal titolo, dalla copertina (sottotitolo in arabo), dalle foto della band dell'epoca, immortalata ai piedi delle piramidi egiziane, apparve fin troppo chiaro che si trattava di un concept che trasudava Medio Oriente dalla testa ai piedi. E così era anche fra i solchi; l'ambizioso progetto di unire spirali psichedeliche tutte occidentali alle scale arabeggianti, con un'accurata dose di effetti cosmici, era perfettamente nelle corde del quintetto berlinese, che divenne così voce fuori dal coro.
Coraggiosi escursionisti.

giovedì 28 aprile 2016

Screams From The List 37 - Secret Oyster - Secret Oyster (1973)

Titolo facente parte della cartella "a me piacciono". Come i tedeschi Lily, i danesi Secret Oyster non furono nè innovatori nè rivoluzionari, ma semplicemente artisti preparatissimi che approfittarono della congiuntura temporale per realizzare ottima, ottima, ottima musica.
Trattavasi di un prog strumentale un po' jazzato, ma comunque peculiare perchè messo in scena con una foga ed un ossessività quasi insolita per il genere; il motivo forse è riconducibile al retaggio rock di alcuni dei componenti, con una sezione ritmica martellante ed una chitarra a tratti quasi aggressiva. Principali compositori del materiale erano comunque il fiatista Vogel ed il pianista Knudsen, che sapevano ritagliarsi spazi solisti di tutto rispetto. Eccezionali Fire & Water e Public Oyster.
Coesione al top ed orchestrazioni acrobatiche, per un disco da assaporare in tutta la sua profumata, stagionata, essenza.

mercoledì 27 aprile 2016

Screams From The List 36 - Magical Power Mako ‎– Magical Power (1973)

Altro personaggio nipponico da esplorare a tutto tondo. Makoto Kurita, chitarrista d'estrazione ma sostanzialmente un polistrumentista, esordì a soli 18 anni con questo disco dopo un testardo e determinato peregrinare fra Tokyo e la città natale. Fu l'inizio di una carriera artistica che è proceduta con relativa costanza fino ai primi anni zero.
E' un disco a due facce, Magical Power, che sintetizza una personalità bizzarra, seppur ancora adolescente, strabordante di idee. La prima parte è composta da stranezze assortite: deliri vocali da karate-kid, meditazioni sommesse, concretismi, percussionismi, folk giapponese stranito (gli irresistibili virtuosismi di shamisen su Tsugaru). A partire da Flying, la sesta traccia, inizia ad emergere l'animo più musicale di Kurita, quello di un cantautore psichedelico dai tratti onirici ma capace anche di fughe chitarristiche di grande impatto. E di elaborare un a suite barocca di oltre 12 minuti, Look up the sky, un collage visionario che chiude il disco con autorevolezza. Da segnalare la presenza, in un paio di tracce, di un giovane Keiji Haino alla voce.

martedì 26 aprile 2016

lunedì 25 aprile 2016

Screams From The List 34 - Blue Effect & Jazz Q Praha ‎– Coniunctio (1970)

Spettacolare joint-venture per due gruppi dell'allora Cecoslovacchia, all'ombra di un regime opprimente che fra le tante imposizioni vietò persino l'uso della lingua inglese. I Blue Effect, qui in versione power-trio effetto della temporanea esclusione del cantante, avevano esordito nello stesso anno ed erano in pieno transito dal blues al progressive, guidati da un chitarrista prodigioso, Hladik, virtuoso di gran gusto. Per i Jazz Q Praha, quartetto programmaticamente nominato ma con grosse tendenze free, invece era la prima testimonianza discografica.
In questa fusione, il settetto risultante fece faville. I 20 minuti di Coniunctio I furono il manifesto; apertura impetuosa su ritmo blues-rock con le tastiere ed i fiati in libera uscita, break progressivo per flauto pastorale, ripresa free-jazz e finale acrobatico in cui gli stili si incrociano mirabilmente. Nel resto del disco non si assiste più a questo amalgama generale, ma le imprese non mancano: il puro free di Asi Půjdem Se Psem Ven, la jam blueseggiante Coniunctio II che altro non è che uno showcase delle singole abilità dei musicisti, e soprattutto la magnifica Návštěva U Tety Markéty, Vypití Šálku Čaje, unica traccia composta dai Blue Effect, 6 minuti di pura magia progressiva guidati dalla grande chitarra di Hladik.

domenica 24 aprile 2016

Screams From The List 33 - Dome ‎– Dome 1 (1980)

Un po' complicato orientarsi in quel marasma che fu il primo post-Wire dei primi '80. Se Newman si esaltò in una serie di uscite entusiasmanti, Lewis e Gilbert diedero sfogo alle loro velleità sperimentali con una raffica di dischi sotto svariati moniker come B.C. Gilbert & G.Lewis, Cupol, Duet Emmo, e Dome, qui immortalati nel loro debutto.
Portando avanti il discorso più integerrimo di 154, i due proseguivano con la scarnificazione della forma canzone, con le angosce portate al parossismo, con l'alienazione dal melodismo e con la contaminazione elettronica, ai confini con l'industriale ed il rumorismo. Non mancavano gli spunti più convenzionali, come del resto ci avevano abituato nella trilogia; semplicemente venivano annegati in un unverso parallelo fatto di emissioni sulfuree, di ambientazioni spettrali e rimbombanti. In certi frangenti, rievocante la geniale schizofrenia di Half Machine Lip Moves dei Chrome. Essenziale e superiore ai successivi targati sempre Dome.

sabato 23 aprile 2016

Screams From The List 32 - Ame Son ‎– Catalyse (1970)

Autentico punto di contatto fra tramonti psichedelici '60 e albori del progressive, Catalyse fu l'unico disco pubblicato in vita dal quartetto parigino la cui sezione ritmica aveva militato nel gruppo pre-Gong di Daevid Allen durante il suo primo soggiorno francese.
E' uno di quei dischi che rischiano di essere ricordati più per la congiuntura geografico-temporale che per la loro effettiva bontà; l'influenza della prima stagione canterburyana era solo una componente del suono degli Ame Son, forse un po' indecisi sulla direzione da prendere. I residuati squisitamente melodici di alcune scorie beat andavano a cozzare contro impetuose cavalcate acide dalla chitarra stentorea; psichedelia, certo, ma straniante e con un utilizzo del flauto traverso che faceva da ponte con il progressive. Praticamente il corrispondente francese degli Andromeda. Paradossalmente, pur essendo fra i più melodicamente convenzionali della List, mi ci sono voluti più ascolti per concludere che si trattava di un gran disco.

venerdì 22 aprile 2016

Screams From The List 31 - Lard Free ‎– Gilbert Artman's Lard Free (1973)

Un po' di Francia, adesso; una presenza non minore all'interno della List, quella transalpina, che con lo scorrere degli ascolti mi impressiona sempre più. I Lard Free, quartetto condotto dal batterista/tastierista Gilbert Artman, realizzarono 3 dischi fra il '73 ed il '77, mescolando elettronica e jazz-rock come se nulla fosse. Questo fu il primo, pregno di forza innovativa (per l'epoca) ed una virulenza esecutiva che hanno del miracoloso. Se già i pezzi eseguiti canonicamente si differenziano per uno stile ineffabile e vulcanico (basso tellurico, chitarra e sax che impazziscono senza preavviso, esplosioni free a tradimento), quelli in cui l'elettronica ha il sopravvento sono oltremodo disorientanti. Così il synth (suonato dal bassista Eyhani) diventa l'elemento destabilizzante della situazione, facendo collidere con successo mondi all'apparenza così distanti. 
Un'altra formazione di cui tocca andare a scandagliare la discografia.

giovedì 21 aprile 2016

Screams From The List 30 - Decayes ‎– Ich Bin Ein Spiegelei (1978)

Oggetto non identificabile proveniente da oltre Oceano. I californiani Decayes, entità sperimentale letteralmente dimenticata dal mondo: 5 vinili realizzati (suppongo) privatamente, in edizioni di max 300 pezzi, di cui soltanto uno ristampato su cd negli anni zero.
Ich Bin Ein Spiegelei, il primo della saga, vedeva al lavoro il duo Kane & Sakrison, che nei dischi successivi faranno entrare un sacco di gente in formazione. Ancor prima di metterlo sul piatto il concetto di tributo alla gloriosa epoca dei maestri teutonici era evidente: titoli in tedesco ed art-work a base di spray deliberatamente mutuato da Neu! 2. All'ascolto, la conferma, ma con una debita dose di personalità: il lato A, Deur Müten, è una compassata e minimale nenia che lascia ipnotizzati: clarinetto suonato come Schneider soffiava sul flauto traverso nei primi Kraftwerk, risacche e rimestamenti acquatici come i Neu! di Lieber Honig, senso di pace e rilassatezza prima di un deragliamento finale a base di oscillatori impazziti, cocci, vetri in frantumi e clarinetto che perde la bussola.
Il lato B cambia totalmente approccio, con la title-track: dopo una intro parlata, partono i reattori di un motorik minaccioso accompagnato da un sibilo di chitarra fuzzato; non siamo molto distanti da Negativland, ma i rumorismi che pian piano iniziano ad avere il sopravvento chiamano in causa i grandi maestri Faust.
Entità da approfondire assolutamente.

mercoledì 20 aprile 2016

Screams From The List 29 - Come ‎– Rampton (1979)

Prima di varare il suo rovinoso progetto a lungo termine Whitehouse, William Bennett era un chitarrista art-punk. C'è da chiedersi perchè mai abbia accantonato la sei corde ed il suo progetto Come così presto, dato che la Casa Bianca non è che abbia espresso chissà quali velleità artistiche. Però sappiamo che si tratta di un personaggio discutibile (un'aneddoto su tutti, lo scherzo di cattivo gusto fatto a Maurizio Bianchi), quindi da cui ci si poteva aspettare tutto fuorchè ovvietà.
Rampton, uscito originalmente in cassetta nel 1979, è un disco poderoso di pezzi beffardi che come giustamente fatto notare da Vlad, sembra un incrocio fra i Throbbing Gristle e i Suicide, ma con l'aggiunta di questa chitarra secca che sparava riffs incisivi memori dell'Helios Creed incalzante dei power-chords più aggressivi. Con Bennett c'erano 3 personaggi misteriosi addetti ai synth, alle percussioni ed alle voci, davvero peculiari nel rendere beffardo, malato e più che mai deviato il materiale. A dir poco unico.

martedì 19 aprile 2016

Screams From The List 28 - Älgarnas Trädgård - Framtiden Är Ett Svävande Skepp, Förankrat I Forntiden (1972)

Mini-orchestra svedese dal retaggio folk ma che creava una miscela di etnica, psichedelia ed ispirazione medioevale, senza disdegnare puntate nello space-rock. Framtiden fu l'unico disco pubblicato in vita (il secondo fu registrato ma conobbe la luce soltanto dopo oltre 25 anni), e dimostrava un futuro brillantissimo, dagli sviluppi potenzialmente enormi, seppur un po' frammentario in quanto tendeva a ricreare un po' tutte le atmosfere possibili nell'ampio spettro sopracitato.
Etnica spiritata alla Third Ear Band, lisergia disincantata alla Achim Reichel, gighe folk baldanzose, esplosioni proto-stoner alla Hawkwind, arie indianeggianti.....ce n'era proprio per tutti i gusti in questo labirinto fascinoso ed alquanto sperimentale. Grande Scandinavia.

lunedì 18 aprile 2016

Screams From The List 27 - Lily – "V.C.U." (We See You) (1973)

Ci sono dischi come questo, come i Grobschnitt, come altri che non possono aver influenzato in nessun modo la (per modo di dire) formazione dei NWW, data l'ordinarietà delle proposte di quegli anni, al punto che si giunge alla conclusione che vennero inseriti de gustibus.
Fra questi i Lily, quintetto di Francoforte che purtroppo riuscì a pubblicare soltanto un disco e poi brancolò fra cambi di formazione e cambi di look imposti da spietati manager (come i Nine Days Wonder, subirono la triste tendenza dei dirigenti dell'epoca a spingere perchè i gruppi rock avessero un immagine glam) fino allo scioglimento avvenuto nel 1976.
Scrivo purtroppo perchè V.C.U. rappresenta una clamorosa risposta tedesca ai Colosseum e in generale al jazz-prog inglese, più che alla scena Canterburyana come vedo scritto nelle poche pagine dedicate alla loro memoria. Un suono raffinato e grintoso al tempo stesso, con una coppia di chitarre dall'interplay perfetto, un sax funzionale all'arricchimento dell'orchestrazione, un cantante non appariscente ma trascinante, e soprattutto splendide, splendide composizioni. Ci vollero 30 anni per una ristampa che include 4 out-takes, interessanti ma dopotutto inferiori alla qualità del disco originario che trovo a dir poco spettacolare nel suo genere. Applausi.

domenica 17 aprile 2016

Screams From The List 26 - Etron Fou Le Loublan ‎– Batelages (1976)

Avant-Trio francese al debutto: batteria sghemba e poliritmica, basso funambolico suonato per lo più come una chitarra, sax che si adegua al contesto e svisa irregolare. Un suono ispido e secco oltremisura; occorreva essere davvero bravi e gli EFL non difettavano di certo.
Poco jazz ed ancor meno prog, per nulla inquadrabili, i transalpini hanno costruito la prima parte della loro carriera su questa sintesi stridente: trame angolari, spesso ai limiti dell'atonale, contro il retaggio del cabaret patriottico, come si evince dalle parti cantate, caratterizzate da un enfasi ed una teatralità che non lasciava alcun dubbio.
Seppur qualche melodia affiori in qua e in là, Batelages resta un oggetto ostico e stimolante: seguire queste traiettorie imprendibili, al termine del disco, regala non poche soddisfazioni.

sabato 16 aprile 2016

Screams From The List 25 - Brast Burn ‎– Debon (1975)

Uno di quei titoli talmente difficili da trovare che probabilmente ai tempi finì catalogato come bufala, visto che lo stesso Stapleton ebbe a dichiarare che alcuni nomi erano inventati di sana pianta. Oltetutto i giapponesi Brast Burn (zero informazioni, zero biografie in rete) pubblicarono Debon per una etichetta locale, Vision, che attese 10 anni per dargli un seguito.
Il vinile è composto da due suite che prendevano il minutaggio massimo di ogni faccia, 23 minuti, senza titolo. Folk psichedelico, sostanzialmente, che alternava atmosfere festaiole e leggiadre ad altre più misticheggianti e cupe. Molto importante l'aspetto vocale, intercalato fino ad ottenere stati ipnotici. Notevoli le improvvise entrate della chitarra elettrica, che insieme al cantilenare fanno venire in mente i Can. Ma come spesso accadde nel Sol Levante, il dna di quella terra ci strega e rivela aspetti misteriosi che tengono alta la soglia dell'attenzione anche per musiche non eccessivamente avventurose come questa.

venerdì 15 aprile 2016

Screams From The List 24 - Alternative TV ‎– Vibing Up The Senile Man (1979)

Che coraggio che ebbe Mark Perry, davvero un leone. Lasciò il suo impiego in banca per diventare parte attiva nel calderone punk londinese del 1976/77, diventò dj in radio, avviò una fanzine e poi fondò gli Alternative TV, band inizialmente inserita nel filone più o meno canonico della grande ondata.
Ben presto, però, si stancò e, complici anche le molteplici variazioni della line-up, ebbe una svolta sperimentale per certi versi simile a quella di John Lydon e fece virare il gruppo verso una forma astrusa di dark-psichedelico spettrale. Su Vibing up in organico con lui era rimasto soltanto il bassista Dennis Burns, e infatti il 4 corde è lo strumento principale su cui Perry innestò queste litanie minimali e deformi, senza batteria, che gli attirarono le ire del pubblico punk e lo sbigottimento della stampa, entrambi evidentemente impreparati ad un ribaltone del genere.
Fu un disco talmente incompreso che ci vollero quasi 20 anni per una ristampa, da parte di una sussidiaria della Cherry Red, che vide la brillante aggiunta di due pacchetti live: il primo del 1976, che testimonia la prima fase del gruppo, dedito ad un punk già ispido e notevolmente differente dalla massa, esaltante: il secondo del 1979, quando avevano cambiato nome in Good Missionaries (altro nome della NWW list), in cui mettevano in scena la sperimentazione di Vibing con risultati altrettanto shockanti, se non di più.

giovedì 14 aprile 2016

Screams From The List 23 - Nihilist Spasm Band ‎– No Record (1968)

Canadesi di Ontario, i Nichilisti furono in qualche modo la versione free-jazz dei Cromagnon e dei Godz, dissennati che a fine anni '60 avevano il fegato di mettersi in gioco con una proposta pressochè indigeribile. L'incredulità sta nel fatto che oggigiorno il gruppo è ancora attivo, per di più con gli stessi componenti a parte un paio che purtroppo sono deceduti, e suona ancora di frequente nei club della propria città, per il loro divertimento personale, ma un pubblico è sempre benvenuto. Vedere le loro foto attuali, di candidi 70enni con lo stesso sorriso beffardo di mezzo secolo fa, è quasi commovente e fa anche senso il fatto che abbiano pubblicato la stessa mole di materiale negli ultimi 10 anni che nei 30 precedenti. Infatti No Record rimase non bissato fino al 1979.
Pionieri della destrutturazione degli strumenti, i Nichilisti non sono mai stati interessati ad imparare a suonare. L'improvvisazione è totale, nonchè la devastazione di ogni luogo comune musicale. Il Non-Disco, molto presumibilmente registrato dal vivo, è uno spasso dall'inizio alla fine. Kazoo e clarinetto fanno a gara a chi le spara più grosse, la batteria insegue improbabili traiettore jazz, basso, chitarra e violino emettono rimbombi e dissonanze, il cantante sbraita come un predicatore invasato. Mai ascoltato qualcosa del genere?

mercoledì 13 aprile 2016

Screams From The List 22 - Gila - Gila aka Free electric sound (1971)

L'apertura, Aggression, è uno scontato e monotono blues-rock ad alto tasso testosteronico, piuttosto hendrixiano. E mi chiedo: cosa diavolo c'entra questo con la list?
Per fortuna dura solo 5 minuti, poi con Kommunikation si entra nello spazio Gila, il quartetto guidato dal chitarrista tedesco Conny Veit prima di rispondere all'appello di Florian Fricke, destinazione Popol Vuh. E questo spazio è un distillato purissimo di psichedelia onirica, di visioni mistiche, di dolci contorsioni arabeggianti, di jams dal sapore etnico e galattico al tempo stesso, di ballad agresti e bucoliche.
L'influenza dei Pink Floyd di quegli anni (soprattutto di A saucerful of secrets) è evidente, eppure la lente di trasmissione teutonica permise anche in questo caso la riuscita di qualcosa di originale e destinato a diventare un culto, seppur di minor impatto rispetto ai giganti.
Per lasciarsi andare dolcemente...

martedì 12 aprile 2016

Screams From The List 21 - Mnemonist Orchestra ‎– Mnemonist Orchestra (1979)

Allo spulciare della List, spunta un interrogativo: ma se nell'insert originario erano stampati solo i nomi degli artisti, chi ha fornito i titoli dei dischi? Una ristampa successiva della UD? Un'elenco dettagliato enumerato da Stapleton in persona? No, nulla di tutto questo. Per quanto riguarda le sigle che pubblicarono soltanto un disco in vita, il problema non si pone. Per tutte le altre, normalmente si fa riferimento ad una guida compilata dalla rivista inglese Audion, da sempre in stretto contatto con Mister NWW.
Alla voce Mnemonists viene riportato il disco Horde, con la precisazione però che si tratta di una scelta del tutto arbitraria effettuata dalla redazione o dal giornalista incaricato di stilare. Ed è anche del tutto forzata, perchè Horde uscì nel 1981, ovvero un anno dopo l'uscita della list aggiornata su To the quite men from a tiny girl, datato estate del 1980. Per cui, altrettanto arbitrariamente, io decido invece di citare l'esordio del collettivo d'avanguardia del Colorado, risalente al  1979, con l'intestazione completa di Orchestra che scomparirà a partire dal secondo album.
Dettagli e/o pignolerie a parte, questo catalogo dei Mnemonists non è proprio roba per madamine, bensì come scrive Vlad, memorabili colonne sonore per disturbati mentali. Quattro assemblaggi di 11-12 minuti ciascuno, in cui gli strumenti (principalmente la nutrita sezione fiati, chitarra elettrica notevolissima anche se mixata un po' bassa, batteria balbettante, percussioni, suoni concreti) vengono lasciati allo stato brado, in preda a sconclusionate improvvisazioni che vorrebbero essere free-jazz. Al di sopra di essi, il lavoro di collaging (studio editing, manipolazione nastri, effettistica, loop vocali impazziti) che la fa da padrone e rende il pastone ancor più inestricabile ed indefinibile. L'effetto finale è di una gigantesca allucinazione senza vie d'uscita.

lunedì 11 aprile 2016

Screams From The List 20 - Ron 'Pate's Debonairs ‎– Raudelunas Pataphysical Revue (1977)

Uno dei dischi più incredibilmente strani che mi sia capitato di ascoltare, e non soltanto per l'altissimo tasso di freakeria ivi contenuto, che da solo di per sè non sarebbe stato sorprendente. Registrato dal vivo nel 1975 in un università dell'Alabama da questo ensemble, i Debonairs, una mini-orchestra di 10/12 musicisti, come da titolo si tratta di un bignami di patafisica all'ennesima potenza, con l'aggiunta di un frontman, tal Fred Lane, che non faceva altro che aggiungere benzina sul fuoco della provocazione e dell'ironia prorompente da questi solchi.
Innanzitutto gli estremi del disco, My kind of town (Sinatra) prima e Volare (indovinare...) dopo: due prese in giro colossali al jazz da big band, due scalcinati ed irresistitibili swing dell'assurdo. Imperdibili. Nel mezzo, questo Lane che presentava le operazioni con declamazioni e gags di chiaro sapore cabarettistico, applausi oceanici platealmente posticci in contrasto al pubblico realmente presente, sparuto. E soprattutto gli shock auditivi: un traumatico Concert for active frogs, 10 minuti di squittii per fiati e voci modificate che manco uno stagno in piena estate. The captains of industry, power electronics non-sense per trapani e microfoni. The Lonely Astronauts, sinfonia demente per cello, fiati e corde di chitarra sul manico. The Chief divisions..., squinternata marcia etnica con qualche anno di anticipo sui Sun City Girls.
Eccessivo, assurdo, esilarante.

domenica 10 aprile 2016

Screams From The List 19 - Nine Days' Wonder ‎– Nine Days' Wonder (1971)

Curiosa congiuntura che, come testimoniano le parole di Walter Seyffer, unico membro stabile nella breve carriera dei NDW, poteva uscire soltanto nel 1971 e a cui sta molto stretta la "germanica" provenienza. Nella realtà, infatti, la formazione contava soltanto due tedeschi su 5, il suddetto vocalist ed il chitarrista Henning. Completavano il quadro un bassista austriaco, un batterista inglese e l'importante fiatista irlandese Earle. 
Da questo melting-pot anglosassone ne scaturì un vinile la cui coesione stupisce ancora oggi; si provi ad immaginare un incrocio fra i Jethro Tull epoca Stand Up / Benefit, i primi Blue Cheer, gli Andromeda di John DuCann ed i Family di Entertainment.
Imperniato su questi scontri astrali, NDW splende tuttavia di una luce propria (aggiungerei anche qualche rapida incursione ironico-teatrale alla Patto, visto che se la ridevano di gusto) e mostra un quintetto compattissimo e lucido nell'elaborare le sue intricate trame. Per i fans dei gruppi sopracitati, un ascolto quasi obbligatorio.

sabato 9 aprile 2016

Screams From The List 18 - Michael Mantler ‎– The Hapless Child (And Other Inscrutable Stories) (1976)

Grave mancanza, per un wyattiano di ferro come me, scoprire soltanto dopo quasi 40 anni questo capolavoro che vide il Nostro partecipare come vocalist per la durata dell'intero disco.
Mantler, trombettista jazz viennese attivo tutt'oggi da oltre mezzo secolo nell'area ECM, a metà anni '70 realizzò una trilogia di dischi che lo vedevano esclusivo compositore delle musiche ma non come esecutore, bensì allestitore di formazioni sempre diverse a parte la presenza comune della moglie, Carla Bley. 
The Hapless child, pannello centrale del trittico, si propose come ambizioso punto d'incontro fra il jazz ed il progressive, però quello più diretto verso la scuola canterburyana. Logica, quindi la presenza di Wyatt in questi 6 episodi ben strutturati che io però interpreterei più come un'unica suite, vista la perfetta continuità delle atmosfere. Tutto è permeato da una drammaticità ed una tensione che fanno presagire qualcosa di fatale e tragico, messo in scena dall'inevitabile ultra-perizia dei jazzisti coinvolti. Il basso fuzzato di Swallow che stabilisce un parallelo con Hopper, la chitarra fendente di Rypdal, la batteria imprendibile di DeJohnnette, le tastiere della Bley a fare da guida; sopra tutta questo, la voce eterna del Nostro. Episodio giustamente circoscritto.

venerdì 8 aprile 2016

Screams From The List 17 - Zamla Mammaz Manna ‎– Schlagerns Mystik / För Äldre Nybegynnare (1977)

Subito una bomba, perchè è giusto che il festival inizi da dei fenomeni.
Dalla fredda Svezia, una terra da cui non ti aspetteresti dei buontemponi, questo eccezionale doppio vinile pubblicato nel 1977 la cui prima parola d'ordine è ironia, purissima, che sprigiona dagli innumerevoli stili messi in pratica dagli ZMM (o SMM, come si chiamavano fino all'anno precedente). Durarono l'arco del decennio più una piccola propaggine nei primi '80 sotto il nome Von Zamla e furono fra i leader del movimento RIO. La seconda parola d'ordine è fantasia al potere. La terza è tecnica strumentale da jazzisti. La quarta è i cari vecchi anni '70 e tutto quello che ne consegue.
Due album insieme, folli e diversissimi. Schlagerns Mystik è una parata divertentissima per gag surreali, marcette circensi, vignette sognanti; la fiera del vaudeville più dadaista e storto che ci sia. Il RIO è stato un movimento che trascendeva i confini degli stati europei, ma è quasi inaudito che questa virtuosa sfilata sia stata elaborata da un gruppo scandinavo (o forse sono io che difetto del tutto di conoscenza della cultura svedese?) In coda c'è anche l'epica suite Odet, della durata di 17 minuti. La loro versione del progressive, appuratamente traslata. Una lezione severa ad un intero genere, allora in declino verticale.
Ma non è finita, perchè För Äldre Nybegynnare è l'esatto contrario e sbanca tutto. Trattasi di registrazioni live effettuate in madrepatria fra l'estate del 1976 e l'autunno del 1977. Improvvisazioni. Qui la parola d'ordine è l'assurdo, perchè raggiungono un livello di astrattismo assoluto. Niente armonie, l'ironia di fondo si sente ma l'impatto fisico è impressionante. Puro avant-rock di razza; il termine free-jazz mi sembra improprio, l'accostamento era davvero fuori dalle loro corde. Anarcoide ma spaventosamente lucido.
Mi vengono in mente quei 2-3 film che ho visto del connazionale Roy Andersson, più o meno coetaneo degli ZMM. Ok, adesso ci siamo e il cerchio si chiude: la Svezia è terra di folli, bastano questi due.

giovedì 7 aprile 2016

T.M. presents The NWW List Festival (Screams 17-46)

Sempre più estasiato ed inebriato dalle eccitanti rivelazioni che questo benedetto listone mi introduce, ho deciso impunemente di varare un festival che prevede la presa in ascolto di n. 30 estratti, che saranno pubblicati nei prossimi 30 giorni. 
Il ringraziamento speciale va a Vlad per l'ispirazione e la spinta decisiva, il carico di stima e riconoscenza va a Steve Stapleton, Heman Pathak e John Fothergill. La maggioranza dei titoli appartengono alla categoria "da ascoltare subito" (e varianti entusiastiche) o soltanto semplicemente "da ascoltare", una piccola parte non lo saranno. Nel mio hd sono in una cartella nominata "a me piacciono".


mercoledì 6 aprile 2016

Algiers - Algiers (2015)

Il cantante/compositore degli Algiers, Fisher, sostiene in un intervista che era da circa 7 anni che il gruppo lavorava alla formula che lo ha portato al debutto con uno dei dischi più belli dell'anno scorso. Di questi tempi, un segreto è da tenere più nascosto che in passato e quelli della Matador c'hanno visto lungo nel metterli sotto contratto in tempo.
Se Nick Cave fosse nato di colore, in Georgia, nei primi anni '90, oggi suonerebbe più o meno come gli Algiers, che mettono in campo un ossimoro sonoro difficile da immaginare prima: le sonorità scabre della cold-wave e dei pionieri elettro-rock contro un canto tipicamente gospel. Fisher vocalizza come un invasato ma ha le doti giuste per non far sembrare forzoso il contrasto. L'insieme cattura al primo ascolto e si conferma ai successivi; il gospel non è certamente fra le mie cup of tea ma Algiers è un ibrido curioso ed inaudito e le canzoni sono quasi tutte molto belle. Bravissimi.

lunedì 4 aprile 2016

Clearlight Symphony ‎– Clear Light Symphony (1975)

Con notevole ritardo, sono alla scoperta dei grandi progressivi francesi e Clearlight Symphony ne fu nome di punta in quanto supportato dalla Virgin, allora in subbuglio per l'inaspettato successo di Tubular Bells. Ma non soltanto per quello; il mastermind Cyrille Verdeaux, grande e creativo tastierista, compose 40 minuti al solo pianoforte, dopodichè chiamò alcuni Gong a costruire queste due magnifiche suite strumentali senza titolo, contrassegnate soltanto dalla parte del vinile che si metteva sul piatto.
Più dinamica, a tratti trascinante, la prima (sugli scudi il chitarrista Boulè, con interventi mirati ed incisivi); più spaziale e sinfonica la seconda, anche per la mancanza totale di sezione ritmica, con i fiati di Malherbe ad infiorettare. Nel suo complesso, CS è una raffinata escursione che resta più legata al progressive per le partiture ma distribuisce bubboni space e freakerie gonghiane quanto basta per renderla ancora più interessante, 40 anni dopo.

sabato 2 aprile 2016

Double Leopards ‎– A Hole Is True (2005)

La posa nella foto del quartetto newyorkese mi ricorda, per quanto riguarda le posture, le vecchie in bianco e nero dei Throbbing Gristle. Mi sembrava che, in piena epoca Usa-Noise, non è che abbondassero le (doverose) citazioni a mo' di tributo all'istituzione britannica del rumore; del mucchio, i Leopardi Doppi forse  sono fra quelli che pagano più pegno a quello straordinario apripista, a dispetto del fatto che utilizzano chitarre elettriche totalmente effettate.
La particolarità che li ha elevati da questo mucchio, però non è stato il mero utilizzo delle 6 corde, quanto l'aver espresso una vena che solitamente non è/era nelle corde di Wolf Eyes & co., ovvero quella psichedelico/galattica che rende il loro rumore di un colore che non è soltanto bianco. Non a caso, un paio di loro andarono presto a formare i (per dire) più canonici e musicali Religious Knives. I 3 monoliti di A hole is true, totalmente improvvisati, giganteggiano fra le cose migliori mai espresse da quella scena.

giovedì 31 marzo 2016

Roger Chapman And The Shortlist ‎– He Was… She Was… You Was… We Was… (1982)

Un'iniezione di sano e ruspante blues-rock dalla grana grossa e venato di soul per questo live di Chappo del 1981, registrato ad Amburgo, in quella Germania che lo aveva adottato come beniamino e nella quale risiedette la maggior parte del decennio.
Non si faceva mancare nulla; con lui c'era la Shortlist, una formazione di ben 7 elementi che schierava, oltre ad alcune eminenze grigie della Gran Bretagna anni '70, anche l'ex-Family Poli Palmer e l'ex-King Crimson Boz Burrell. Esecuzioni e tecnica impeccabili, il leone ruggisce come suo solito che è un piacere, pezzi accattivanti e soprattutto di gran gusto: il dna era sempre quello, anche se l'inventiva e la classe dei Family erano lontane ormai anni luce.

martedì 29 marzo 2016

Haxan Cloak ‎– Excavation (2013)

Che il dubstep più oscuro ed inquietante (vedi Demdike Stare) potesse avere qualche affinità con la dark-ambient, ne avevo il sospetto. E tale si è materializzato con questa eccellente escavazione ad opera di un sound-designer inglese, Bobby Krlic.
Questo è un prodotto dei giorni nostri, non c'è che dire, alla faccia di chi dice che non si può più fare musica nuova ed eccitante (a meno che non si releghi la supposizione ad una mera questione di gusti). Il suo segreto è l'alternanza di situazioni, pur sempre immerso in atmosfere che vanno dall'angoscioso al tenebroso: bor-droni saturi di rumoristica varia con ritmi interessantissimi sotto, sferzate elettroniche che giustificano l'accostamento al dubstep, un paio di canoniche esplorazioni d/a ma sempre con qualche diversivo che fa drizzare le orecchie. Attendiamo un seguito, il ragazzo può avere altri assi nella manica.

domenica 27 marzo 2016

Umberto Maria Giardini ‎– La Dieta Dell'Imperatrice (2012)

Apparentemente poco o nulla è cambiato rispetto a I Segreti del Corallo, a parte il fatto che UMG ha smesso i panni di Moltheni. E pensare che nel 2010 aveva dichiarato di volersi ritirare.
Per fortuna, altrimenti chi terrebbe alto il vessillo del cantautorato nazionale?
Poco o nulla è cambiato a livello musicale, se non chè al posto degli svariati nadir umorali che erano presenti nel suddetto, qui UMG appare un filo più energico, alcune volte fragoroso. E' un uomo forse liberatosi da qualche demone interiore, ma soprattutto si conferma come songwriter ancora miracolosamente in possesso della capacità di scrivere grandi ed emozionanti canzoni. I detrattori sono feroci, lo so; sempre le stesse, bla bla bla.
Ma come dichiara lui stesso, In Italia non si sa più distinguere il bello. Amaro ma vero.

venerdì 25 marzo 2016

Grouper ‎– Ruins (2014)

Svolta intimista per la Harris, proprio all'indomani dell'entrata nella galassia Kranky?
Non si sa. Il suo cammino non è dei più lineari. Dopo i due giustamente acclamati A | A sono usciti 2 cdr ultra limitati, un album di ripescaggi del 2008 e per ultimo Ruins, che contiene materiale registrato in Portogallo nel 2011 + la lunga Made of Air, risalente addirittura ad un decennio prima, una delle sue tipiche giovani ruminazioni di drone-gaze in forma ancora acerba.
L'aria lusitana deve aver ispirato la parte più confidenziale della Harris, dato che si tratta esclusivamente di pezzi per piano acustico e voce. Se la trafila temporale fosse andata di pari passo l'uscita dei dischi, avrei fatto un parallelo con la Pj Harvey che ad un certo punto disorientò tutti e se ne uscì con quel gioiello che fu White Chalk. Significa, comunque, che dopo aver raggiunto un certo climax si può sentire il bisogno di togliere gli orpelli, di staccare ogni spina e di dare la giusta importanza anche ai vuoti. Allora ecco un parallelo più accorto, con le dovute proporzioni; la Cat Power di The Covers Record.
Da questa congiuntura di auto-ripiego ne escono quadretti compassati in bassa fedeltà fra il melanconico ed il trasognato, cantati con un filo di voce. Di una semplicità e di una naturalezza innata: doti che forse non ci aspettavamo dalla Harris, al punto che Made Of Air, posta in coda, sembra quasi guastare l'atmosfera creatasi.

mercoledì 23 marzo 2016

Alfredo Tisocco & Gruppo Italiano Di Danza Libera ‎– Kátharsis (1975)

Episodio molto marginale della storia del prog italiano, perchè ne sfiorava le coordinate e per la sua natura dichiaratamente coreografica in quanto andò a musicare uno spettacolo di danza teatrale.
Artefice ne fu il veneto Tisocco, già tastierista e compositore alla guida degli Opus Avantra, altro nome che ebbe lo stesso destino: troppo ambiziosa e variegata la formula per essere apprezzata dai puristi del prog.
Eppure Kátharsis va ripescato, perchè è un opera di levatura notevole: inizia con un deliquio psichedelico in stile Ummagumma, poi prosegue con astrattismi di piano in linea con la library più oscura, con quadretti Rio alla Henry Cow, con liturgie estatiche per organo e voci femminili, con un gospel bianco e così via. Una fase di recitazioni miste spezza un po' il filo, ma il finale è riservato alla fase più geneticamente progressive, che in fondo in fondo non poteva mancare.
E' frammentario, per certi versi autoindulgente ed ovviamente trasuda settantismo da tutti i pori; chi non resiste a questo fascino è avvertito, nel caso in cui non l'abbia mai ascoltato.

lunedì 21 marzo 2016

Al Cisneros ‎– Toward Nazareth (2014)

Sempre più illuminato dalla fede e dall'iconologia cristiana, il buon Al da 3 anni a questa parte si è dato al Dub ed ha rilasciato una manciata di 7 pollici, alcuni in proprio sulla sua label personale Sinai ed altri sulla Drag City come questo 12".
La particolarità di tali singoletti è che, nonostante titoli differenti, i pezzi sono gli stessi su entrambe le facciate (a meno di essere incappato in una serie di sviste colossali). Una scelta difficilmente spiegabile, soprattutto a chi li ha comprati.
Toward Nazareth segna un progresso di stile e quantità; 5 pezzi, numero dispari. 2 su 3 sono ripetuti, però guardacaso sono per adesso i migliori dell'esiguo repertorio. Come si poteva intuire da alcune tendenze in Advaitic Songs, il dub spettrale e misticheggiante potrebbe essere il centro della maturità di Cisneros, e queste potrebbero essere le prove generali. Si tratta di mantra spiritati e solenni (la title-track), grooves caracollanti e rilassanti (Indica Fields), grooves notturni e sinistri (Yerushalayim). L'effetto ipnotico è a dir poco garantito; io riesco ad ascoltare l'EP anche diverse volte di seguito senza stancarmi. Eccellente.

sabato 19 marzo 2016

Mothlite ‎– The Flax Of Reverie (2008)

Uno dei motivi per cui probabilmente O'Sullivan lasciò i Guapo fu il lancio di Mothlite, ed anche se il fatto dispiacque bastò questo splendido debutto per dimenticare in fretta l'accaduto.
The flax of reverie non era un lavoro solista, ma frutto di una collaborazione a 4 mani insieme al finlandese Uusimaki, ingegnere del suono collaboratore del giro Aethenor/Sunn O)))/altri e vari. Nell'ottica di un work in progress continuo nello stile del londinese, si tratta di un lavoro transitorio ma fotografico di uno stato di grazia forse irripetibile. Sospeso fra le maestosità inquietanti dei Guapo e le derive pop che caratterizzeranno l'episodio Mothlite successivo, il duo coglieva il bersaglio pieno di un art-rock decadente e splendidamente arrangiato (unico paragone possibile a mio avviso i Three Mile Pilot di fine '90), a tratti confinante con il prog e con la musica da camera (frequenti le incursioni di archi e fiati), con delle composizioni bellissime, spesso frutto di quei riff di piano irregolari che sono trademark inconfondibile dell'artista. Fondamentale.

giovedì 17 marzo 2016

Azonic ‎– Halo (1994)

I Blind Idiot God furono un gruppo piuttosto in anticipo sui tempi, per cui non stupì di certo il fatto che da solo il chitarrista Andy Hawkins potesse realizzare qualcosa di non meno lungimirante.
Halo è composto da 4 lunghi solipsismi, e si sa sulla carta quanto possano tediare 45 minuti di sola chitarra, seppur pesantemente effettata, con qualche effetto sparso e qualche tappeto di synth soltanto nella finale, la fenomenale Raze. Questione brillantemente risolto da Hawkins che, aggirando qualsiasi showcase di tecnica, mise in piedi una serie di gorghi orrorifici, di distorsioni impressionistiche, di scenari apocalittici; anticipò persino il drone-metal, che dopo qualche anno conobbe la sua massima esposizione.
Sconvolgente e catastrofico.

martedì 15 marzo 2016

Abu Lahab - Humid Limbs Of The Torn Beadsman (2012)

La globalizzazione avanza inesorabilmente: già di per sè un progetto così musicalmente estremo ispira interesse, se poi si viene a sapere che questo fantomatico Abu Lahab (zero informazioni al riguardo, dischi autoprodotti) proviene dal Marocco la curiosità aumenta sempre più.
Per definire il suono caotico e terrorizzante di Humid Limbs farei qualche nome di riferimento come Vampire Rodents (riciclo e campionamenti inseriti in un contesto vorticoso), Vas Deferens Organization (la parte meno orrorifica del disco, ma anche quella più freakedelica), Gnaw Their Tongues (frenesie post-black-metal e slanci di grandeur), e persino quella grande meteora che furono gli Ubzub (follie psicotiche ai limiti del demente), tutto frullato sotto la grande ala originaria della musica industriale.
Usciti da Humid Limbs, non ci si capisce un granchè. Ed è molto positivo.....

domenica 13 marzo 2016

Cheap Trick ‎– Cheap Trick (1977)

Non sono un intenditore del power-pop (o pop-core), però mi piace pensare ai Cheap Trick come la prosecuzione easy-proletaria dei Patto. Potrà sembrare inaudito, lo so; la tecnica strumentale non è paragonabile fra le due formazioni (figuriamoci la sorte commerciale), ma il modo in cui entrambe si tuffavano sulla melodia pura è molto affine. E Zander, il vocalist del quartetto dell'Illinois, aveva un timbro e le movenze d'ugola simili a Mike Patto, pur essendo meno potente.
Cheap trick è un disco fresco e per qualche strana congiuntura astrale non suona neanche troppo datato. E' smaccatamente pop, però suonato con fragore genuino ed ironia evidente. E ci sono due pezzi così memorabili che posso ascoltare anche più volte consecutive: il mid-tempo Taxman, Mr. Thief e la sfuriata adrenalinica He's a whore, che una decina d'anni dopo fu ripresa da Steve Albini nei Big Black (in una versione peraltro abbastanza deludente). Due manuali da far impallidire il resto della scaletta, che nel peggior caso è gradevole.

venerdì 11 marzo 2016

Disappears ‎– Era (2013)

Con puntuale determinazione i Disappears continuano a sfornare una media di un disco all'anno, e con immutato affetto per Brian Case li ascolto sempre, anche se nessuno di questi è un capolavoro. 
Però a mio parere il penultimo, Era, è il migliore di tutti. La loro formula indie-psych qui si arricchisce di una vena mobile ed ossessiva, quasi a recuperare antiche sensazioni gothic-wave; merito, con ogni probabilità dell'ultimo acquisto, il batterista Leger, molto più portato dei predecessori al groove ipnotico. Da non ignorare inoltre l'aspetto fondamentale della registrazione effettuata presso gli studi di Steve Albini, ad opera di John Congleton, forse destinato a diventare uno dei suoi eredi più credibili. Il suono è perfetto ed arricchisce la band non poco.
La sezione ritmica ha acquisito autorevolezza nell'economia del disco, che si potrebbe dividere in due filoni, fra il pezzo lungo, dilatato, acido ed ossessivo ed il pezzo di durata normale, canonico. Sono questi ultimi a lasciare più il segno, in primis la meravigliosa title-track, una specie di inno gotico che si stampa in testa e non va più via.

mercoledì 9 marzo 2016

Scream From The List 16 - Holger Czukay & Rolf Dammers ‎– Canaxis (1969)

Quasi nessuna parola per questo colossale precursore dell'ethnic music mescolata all'elettronica, realizzato quando i Can non avevano neanche inciso una traccia. Composto insieme all'oscuro Rolf Damners (indicato come produttore e al supporto non meglio precisato), Canaxis vede uno Czukaj già trentenne, allievo ancora per poco di Stockhausen ma costretto a registrare nel suo studio nottetempo, di nascosto dal maestro, per non subirne l'enorme influenza e per contrastare la sua avversione per la musica folk, qualunque origine essa avesse.
Per il dettaglio, le riflessioni e la portata, ha già scritto tutto Vlad. Ribadisco soltanto la potenza impressionante.

lunedì 7 marzo 2016

Heliogabale ‎– Mobile Home (1999)

Seguito di quel fondamentale secondo album che li fece conoscere un po' anche al di fuori del territorio nazionale, Mobile Home vedeva i francesi scivolare verso terreni più subdoli, psicologici se vogliamo. Ma fu anche quello che precedette un lunghissimo iato, di fatto undici anni se si esclude l'autoprodotto del 2004. Si chiudeva un decennio del quale essi incarnavano alla perfezione l'essenza, e forse il non essere riusciti ad esportare concretamente la loro musica (incisero solo sulla parigina Prohibited) fece loro segnare il passo. Peccato, perchè meritavano ancora una volta: Mobile Home vedeva un quartetto più concentrato a costruire grooves scuri, con Thiphaine più intento a sperimentare che a snocciolare le sue trame di classe. Altro punto a favore la registrazione impeccabile alla Steve Albini di Al Sutton. Da segnalare anche un episodio deragliante con Eugene Robinson a delirare ed incursioni di tromba; questo molti anni prima che il vocalist degli Oxbow diventasse uno dei guest più richiesti.

sabato 5 marzo 2016

Gustoforte ‎– Quinto Quarto (2014)

Ci sono diversi motivi per cui è inevitabile amare i Gustoforte. Primo fra tutti, Quinto quarto sembra un disco fatto da giovincelli al debutto, tanta è la freschezza e l'energia che comunica, e non il frutto della reunion di elementi di mezza età che si rimettono insieme, magari puramente per nostalgia, e con poche idee. Roba da far saltare il banco dell'italian occult psychedelia e dei suoi giovani esponenti. 
Sono tornati, come dichiarano in un intervista, perchè vogliamo dare fastidio a questa desolata penisola degli idioti. Ed è emblematico che i Gustoforte siano romani, che la loro furia logica senza speranza sia più che mai attuale ai giorni nostri.
Poi certo, il ritorno è di quelli importanti se non insperati, dopo 30 anni in cui dichiarano di non essersi mai sciolti ma solo di aver fatto attività alternative ai meccanismi di mercato (come abbandonare cassette in giro, a casaccio). Quinto quarto è un album convulso, tambureggiante, acido, vortice sulfureo con pochi capi e poche code, di un ossessività che sconvolge. Più che mai moderno.
Poi sono da amare per l'iconografia della loro etichetta Plastica Marella; dare un occhiata agli annunci pubblicitari per crederci, sono di un'ironia geniale. Su un Blow Up dell'anno scorso recitava una cosa che più o meno faceva così: Non sai come investire gli 80 € di Renzi? Acquista Quinto Quarto dei Gustoforte e Pape Satan di Fabio Fabor (provvidenzialmente ristampato).

giovedì 3 marzo 2016

Atoll ‎– L'Araignée-Mal (1975)

Quando si parla di Francia anni '70, di solito una parola predomina su tutte le altre: Zeuhl. Eppure, all'ascolto di questo disco spettacolare, mi viene un sospetto: non è che ci siano state grandi prog-bands la cui fama postuma è stata offuscata da Magma e compagnia?
Non c'è alcun dubbio sul fatto che gli Atoll fossero un prodotto tipicamente influenzato dai mostri sacri del genere, eppure la fusione messa in atto in questo contesto aveva del mirabolante. Al netto del neanche troppo ingombrante fattore Genesis, infatti, i transalpini sapevano inserire anche citazioni borderline come gli Area (interventi jazz-rock e temi acrobatici alla Fariselli) o gli High Tide (atmosfere malinconiche e svisate di violino alla House). Citazione personale per il chitarrista Beya, che nelle fasi più concitate riesce a farmi venire in mente il John McLaughlin di Inner mounting flame.
Quindi, vale la pena indagare e recuperare anche il prog ortodosso francese

martedì 1 marzo 2016

Barn Owl ‎– V (2013)

Davvero dura riuscire a replicare quel mastodontico capolavoro che era Ancestral Star per i due californiani, che rappresentava quasi un funerale simbolico ed impietoso del drone-doom. Per cui, dopo un episodio interlocutorio (Lost in the glare) e qualche divagazione (uno split, un EP, un live), li aspettavo al varco con qualcosa di più significativo ma con la consapevolezza che avrebbero dovuto cambiare le carte in tavola. Così hanno fatto, e si tratta di una mutazione drastica.
V assimila con successo l'esperienza ambient che Caminiti ormai sviluppa a scadenza annuale da un lustro a questa parte e la inserisce nel maestoso BO-sound, compiendo una trasfigurazione fra mistica e metafisica. Scompaiono feedback e distorsioni, entrano a gamba tesa colonne impetuose di synth e liquefazioni psichedeliche, le chitarre sono meste ed indolenti. E' un cerimoniale solenne che culmina nei 17 minuti di The opulent decline, summa di quanto elaborato in precedenza nella scaletta. 
L'impresa lambisce i livelli di Ancestral star, e chissà ora cosa ci riserva il Barbagianni per il futuro.

domenica 28 febbraio 2016

Message To Bears ‎– Maps (2013)

 
Avevo partecipato spontaneamente al crowfunding per Folding Leaves, dopo la folgorazione per il debutto di Jerome Alexander, ma il risultato non mi aveva entusiasmato: la svolta cantautoriale con iniezioni di un'elettronica discreta non mi sembrava decisamente nelle sue corde, facendo svanire gran parte della magia. Forse l'operato di Kenniff al mastering l'aveva influenzato un po' troppo.
Ascoltando Maps, comprendo che invece si trattava di un episodio di transizione. Si tratta di un rilancio in bello stile; la chitarra resta sullo sfondo in favore di una decisa esposizione di piano e tastiere, beats sintetici, voce e, novità, grande profusione di archi ad opera dell'impeccabile Tim Gill. 
Laddove Folding leaves deludeva, ovvero nelle composizioni sfocate ed in una incertezza generale, Maps ne esce vittorioso con 9 pezzi concisi e delicati: lo spleen gentile di Alexander abbraccia consolatorio e scalda come un focolare in pieno inverno. Memorabili You are a memory, I know you love to fall e Moonlight.
Bentornato.

venerdì 26 febbraio 2016

Lawrence English ‎– Wilderness Of Mirrors (2014)

Australiano, English fa parte di quella corrente di artisti elettronico-ambientali dal piglio più fragoroso e scultoreo, per farla breve epigono di Ben Frost e Tim Hecker, i nomi di punta internazionali del filone, con i quali peraltro ha già collaborato.
Al contrario dei due, però, ha pubblicato una media di 3 dischi all'anno, pertanto risulta difficile dare un giudizio globale di quanto realizzato. Wilderness of mirrors si segnala per un omogeneità quasi impressionante, per il suono compatto ma costantemente increspato dalle ruvidezze, per certi climax che lo rendono quasi rabbioso e schiumante.
Non si tratta di un disco facile neanche per le orecchie abituate a questa materia; ha bisogno di più ascolti per essere assimilato e anche dopo essi non è semplice trovare una messa a fuoco. Non lo definisco un capolavoro perchè i due sopracitati hanno fatto di meglio, ma l'impatto è di quelli che non lasciano indifferenti.

mercoledì 24 febbraio 2016

Pholas Dactylus ‎– Concerto Delle Menti (1973)

Ingiustamente ignorato quando si parla di It-prog e dei suoi nomi principali, Concerto delle menti fu uno degli esempi più brillanti di ricerca ed originalità; a dispetto di un impronta italo-mediterranea che contraddistingueva la maggior parte dei gruppi, il sestetto milanese prediligeva un approccio freddo, razionale per non dire cinico, a causa anche del fatto della voce recitata di Carelli. Punto non di forza, ma di sicura originalità.
L'aspetto più interessante sono le trame sincopate e le tessiture astruse che i PD sfoderavano, in un ininterrotto ed efferato tour de force strumentale, per certi versi il più vicino come attitudine ad Ys del Balletto di Bronzo. In un memoriale abbastanza recente, il poeta/declamatore asserisce che il disco fu registrato in fretta e male, e che dal vivo facevano scintille (aneddoto principe, la scena rubata agli Amon Duul da supporto); sarà anche vero, e di certo fu un problema comune a tanti it-proggers, quello delle cattive registrazioni. Però Concerto delle menti fa un figurone ancora oggi.

lunedì 22 febbraio 2016

Pharmakon ‎– Abandon (2013)

Giovane performer newyorkese di nome Margaret Chardiet, in forza alla Sacred Bones, l'etichetta che ha portato alla visibilità Zola Jesus (e che fra tanti altri ha pubblicato Lost Themes di John Carpenter, uno dei miei preferiti del 2015). Ciò che realizza Pharmakon sembra la versione all'inferno della Danilova, oppure dei Throbbing Gristle con una Diamanda Galas appiattita dalla ferocia e priva di inflessioni teatrali.
Voce filtrata, synth ronzanti, percussioni, clangori ed efferatezze assortite. Non è particolarmente nulla di nuovo ma ciò che colpisce è la personalità che emerge da questi incubi, questi mantra industriali su cui la Chardiet vomita chissà quali fantasmi interiori. Colpito da questo espressionismo, Michael Gira l'ha voluta di supporto ai concerti degli Swans; osservando qualche video delle sue performance, trovo però che sul palco la potenza espressa su Abandon venga dispersa in buona parte. Quindi, meglio abbandonarsi a queste apocalissi dalle casse dello stereo: la Chardiet potrebbe realizzare qualcosa di importante, in futuro.

sabato 20 febbraio 2016

Taku Unami / Takahiro Kawaguchi ‎– Teatro Assente (2011)

Uno per la famigerata onkyo music, che ha diviso ed interrogato a lungo certa critica, con uno dei suoi dischi a quanto pare più rappresentativi degli ultimi anni. In passato mi ero già cimentato senza troppo successo con un disco onkyo, ma questo lavoro a 4 mani è profondamente concreto, concettuale ed è non suonato al 98%.
Ora, il rischio di esserne affascinato ed attratto è forte; a partire dal titolo del disco, curiosamente nella nostra lingua, che già suona enigmatico. Poi i titoli delle tracce, che per la prima metà sembrano raccontare una storia surreale, e per l'altra ricordano quelli lunghi e filosofici di Keiji Haino. L'ascolto di Teatro assente va effettuato in una stanza silenziosa, perchè i suoni sporadici obbligano a mantenere altissima la soglia d'attenzione. I passi sul palco legnoso del teatro in cui è stato registrato sono l'elemento più ricorrente, poi ci sono oggetti che cadono, qualche beep, ticchettii di orologi, canti di volatili, un elicottero nel finale, infine la componente musicale; qualche minuto di una chitarra elettrica furiosa, quasi black metal, che stonano decisamente nel contesto ma aiutano a ricordare che stiamo ascoltando un disco, nel caso in cui ce ne fossimo dimenticati a causa dei lunghissimi silenzi. Poi c'è il pezzo ironicamente intitolato Dub mix, che per me è la cosa migliore, con i suoni echeggianti. La fedeltà delle registrazioni è impeccabile, al punto che sembra di trovarsi proprio sul posto in cui (non) avviene l'evento. Non so se ascolterò ancora dischi onkyo, ma il concetto è davvero intrigante e non sarebbe male assistere ad una performance dal vivo di questo genere; concentrarsi su cose come Teatro assente è molto impegnativo e la vita di tutti i giorni non lo permette.

giovedì 18 febbraio 2016

Seirom ‎– And The Light Swallowed Everything (2014)

Dopo l'esaltante esordio sulla lunga distanza, De Jong è tornato con un'altro splendido disco, più concentrato nella durata e più compatto nel suono, il che lascia intravedere nuove ed imprevedibili soluzioni. Così, And the light swallowed everything rischia di essere diventato il suo disco più accessibile in assoluto.
La parola d'ordine è ancora una volta la luce, che oltre ad ingoiare tutto entra anche nei titoli di alcuni pezzi, e che è l'elemento cardine di questo suono pieno, stratificato ma non saturo, ricco di visioni paradisiache ma mai soffice. Le ritmiche diventano a tratti parti integranti dell'insieme, le vocals sparse elementi cruciali nell'avvicinare questa musica ad una versione hardcore degli Slowdive (la nostra Francesca Marongiu è accreditata in I'm so glad to have been part of you, ma appare un altra cantante non identificata nell'estatica The best you can be e nella solenne Leaving), mentre le parti di violoncello eseguite da Aaron Martin conferiscono i tratti struggenti in maniera magistrale.
Parlare di ammorbidimento per il nostro satanasso preferito sarebbe ingeneroso: chi lo segue da un po', riconoscerà sicuramente il suo Dna e poco male se qualcuno non apprezza. A mio avviso si tratta di un evoluzione necessaria ma spontanea ed in pieno corso d'opera; non mancherà di sorprendermi di nuovo, ne sono convinto.

martedì 16 febbraio 2016

Tom Recchion ‎– I Love My Organ (2004)

Un'altro recupero di archivi nascosti per Recchion, a seguito dei memorabili precedenti; questa volta il materiale risaliva a fine anni '80, ad eccezione della traccia finale, la cupissima It just stood there, registrata l'anno prima con il contributo parlato del critico e musicista concreto David Toop.
Materiale comunque restaurato e remixato per l'occasione, ed ancora una volta grande dimostrazione di estro e fantasia da parte del californiano; collage dadaisti ed atonali, irresistibili numeri di ironia per l'avanguardia (la memorabile Terry Riley in Rome), scuri e rimbombanti singulti industriali, la solita lounge-exotica, l'ambient cosmica e minimale, le imponenti sinfonie allucinogene (Ectoplasm, Forced to waltz forever), le gag surreali fra il circense ed il demenziale.
Difficile trovare altre parole per lodare la sua lungimiranza e la genialità.