domenica 4 settembre 2016

Screams From The List 50 - Basil Kirchin ‎– Worlds Within Worlds (1974)

Inizia con il lamento agghiacciante di un gorilla, e già mette una paura folle. Tempo un minuto ed una serie di droni di fiati manipolati e in flanger prendono il controllo della situazione.
L'inglese Kirchin, formatosi come batterista nell'orchestra jazz del padre, si stufò di suonare le solite cose, fece una permanenza in India e tornò profondamente cambiato. Divenne così un coraggioso sperimentatore, portando le proprie competenze musicali a fondersi in una soluzione indefinibile, disturbante, estrema e a tratti persino violenta; in pratica fu uno degli inventori della musica industriale. 
L'influenza su NWW è enorme in tal senso, grazie alla pratica di collage sonoro che pesca field recordings di varia natura (il gorilla sopra citato, aerei, insetti, fenicotteri, persino bambini autistici di una comunità svizzera, e tanto altro), al trattamento dei nastri, alla creazione di atmosfere allucinate quando non orrorifiche.
Impressionante e da inserire nelle liste dei classici più weird della storia.

venerdì 2 settembre 2016

Ghostpoet ‎– Shedding Skin (2015)

Come nel caso degli Algiers o dei TV On The Radio, il talentuoso Ghostpoet è un coloured che non ignora le sue radici ma guarda intensamente alla musica bianca e la adotta al 100%.
Questo quanto succede nel suo terzo disco, in cui lascia da parte i già esigui residui di hip-hop ed elettronica e diventa un indie-guy, appellativo che non vorrebbe mai sentirsi appioppare. Difficile però non definirlo tale, all'ascolto di Shedding Skin, che è interamente suonato da una band coesa, in cui il suo vociare si fa sempre più simile ad uno spoken-word (per contrasto, le pochissime frasi cantate spesso corrispondono ai migliori climax emotivi), in cui ci sono canzoni dalle strutture piuttosto convenzionali, con un umore molto crooner, in cui il principale riferimento è riconducibile ai National di mezzo. In un paio di pezzi persino i Radiohead.
Detto ciò, il disco è letteralmente bellissimo; non c'è un pezzo che non giri a dovere, che non colpisca, che non regali il brivido di questo coinvolgente ed irresistibile crossover. Potrebbe restare una parentesi isolata, visto il talento del soggetto che pare essere un buon eclettico: comunque vada, Shedding Skin non si dimenticherà facilmente.

mercoledì 31 agosto 2016

Alio Die ‎– Sit Tibi Terra Levis - Introspective (1993)

Da un quarto di secolo è lui l'ambient-master italico, il milanese Stefano Musso, artefice di una discografia sterminata (54 albums, l'approfondimento magari nella prossima vita) di cui almeno 4-5 titoli meritano più di un ascolto. Siamo sulle propaggini più esoteriche del versante ambientale, quelle increspate dai suoni concreti, dai ritualismi sciamanici, innervate da un sentore dark che sfiora il contenitore catacombale ma non vi soccombe mai. Citando nomi del passato, direi fra Nocturnal Emissions e Stephen Micus.
Questà è un antologia del 1993 che assemblava, con un opportuna rimasterizzazione, le prime due cassette con le quali Musso si fece conoscere in Italia e non solo. Non soltanto bordoni di synth, quindi, ma anche sferragliamenti, legni che rollano, lampi nel buio, frammenti terrigni, rimescolamenti acquatici. Splendida la lunga Thoughts By The Side Of The Path. Le solite cose, sì, ma invecchiate molto, molto bene.

lunedì 29 agosto 2016

Lumerians ‎– Transmalinnia (2011)

E' ormai assodato che questo tipo di modernariato psichedelico sfacciatamente vintage, che esce periodicamente dagli Stati Uniti, mi piace a seconda dello stato mentale in cui sono oppure semplicemente in base all'umore. Nessuno dei dischi di Lumerians, Wooden Shijps, Black Angels ed affini sarà mai un capolavoro (assi come Dead Meadow ed Implodes escono ogni 10 anni, c'è poco da fare), ma ciò non toglie che si possano ascoltare con piacere.
I grooves drogati dei californiani Lumerians, snocciolati con un occhio speciale per le melodie, qualche giorno fa in macchina non mi dicevano pressochè nulla. Ascoltati staticamente e con una luce tenue, in una serata di luna piena, mi conquistano anche se resterà un legame effimero (destino comune a tanti dischi da 7/10). C'è un po' di Doors, di Loop, di trance-rock della loro terra di 25/30 anni fa, qualche immancabile fragranza indiana, ed un pugno di melodie poco meno che memorabili. Basta ed avanza.

sabato 27 agosto 2016

Vangelis – L'Apocalypse Des Animaux (1973)

A volte un nome è famoso ed ingombrante che si tende ad ignorarne il lavoro, preventivamente o soltanto sulla base di casi analoghi (come Jarre, che non apprezzo). Snobbare Vangelis è stato un errore, perchè (almeno) questa colonna sonora è un pittoresco assemblaggio di vignette arrendevolmente bucoliche, estatici fermi immagine di jazz notturno e confidenziale (per i quali potrebbe aver influenzato Harold Budd) e soprattutto immagignifici scorci cosmici leggerissimi che, anno 1973, possono contribuire a fregiarlo di onorificenza "uno dei padri dell'ambient". Assurto a fama in veste pop nel decennio precedente, Vangelis diventò così un titano dell'elettronica da devolvere al pubblico mainstream, nonchè delle colonne sonore di grandi produzioni industriali. Improbabile ascoltare la sua discografia principale, ma intanto L'Apocalypse Des Animaux è suggestivo e mirabile.

giovedì 25 agosto 2016

Bent Knee ‎– Shiny Eyed Babies (2014)

Sestetto di Boston che esplode in un caleidoscopio fantasioso con questo loro secondo album, nel nome di un riuscitissimo crossover che esemplifica un modello moderno di progressive, nel senso dello spirito di contaminazione e perchè no? Anche del coraggio.
Potrebbero anche avere successo, perchè prima di tutto davanti hanno una cantante dalle inflessioni molto pop, talmente pop che si direbbe strappata di peso al mondo del mainstream. Ma dietro di lei ribolle un calderone in cui si agitano aria ruspante '70, epica post-rock, neo-classicismi e sinfonismi (il violino è fisso nella line-up), soluzioni tornitruanti, sdolcinatezze e terremoti.
Il coraggio di esporsi con così tanta enfasi ed arrangiamenti carichi non è poco, ma come per miracolo il disco, per quanto lungo sia, è un piacere da sorbirsi in più ascolti, perchè riserva tanti piccoli particolari a chi fa più attenzione. Le migliori: Dry, Battle Creek, Way Too long.

mercoledì 24 agosto 2016

Ange – Au-Delà Du Délire (1974)

Alla mia graduale scoperta del prog francese, non potevo mancare gli Ange con quello che è generalmente indicato come il loro top. Non so se con gli Atoll ho pescato un jolly insuperabile, spero di no: intanto Au-Delà Du Délire si rivela un altro eccellente prodotto, non vorrei dire standardizzato ma semplicemente di ottimo buon vecchio prog. Senza dubbio influenzati dai Genesis di Foxtrot e dai King Crimson di Lizard, gli Ange sapevano comunque portare a compimento una formula eclettica ed abbastanza personale, fatta di saliscendi avvincenti, di passaggi melodici di grande bellezza, di fasi pastorali eleganti, di fraseggi grintosi, di crepuscoli inquietanti, il tutto in nome della teatralità ed enfasi di rigore. Un disco che peraltro cresce con lo scorrere delle tracce (le ultime 3 sono le migliori, credo una rarità) e con gli ascolti.

martedì 23 agosto 2016

Peter Hammill - John Peel Show on BBC Radio 1 19-08-1974 - DEDICATO A....

Dedicato a ... tu, che inondi di meraviglia con un semplice sbadiglio.
Dedicato a ... tu, compagna di vita e straordinaria, sovrumana forza.
Dedicato a ... voi, che dalla scorsa notte mi avete reso un uomo infinitamente migliore.

Per voi, alcuni dei voli più alti del mio eroe.

 

domenica 21 agosto 2016

Jonathan Badger ‎– Verse (2014)

Esempio altamente originale di come si possa restare legati alle tradizioni dell'art-rock con un poco invasivo innesto di elettronica, un pizzico di naivetè mescolato alla seriosità tipica di chi è formato classicamente.
Autore ne è un chitarrista di Baltimora fattosi le ossa come compositore di servizio per teatro ed opera, studente di filosofia e scolaro presso l'istituto artigianale di Bob Fripp. Da lì a pubblicare Verse, il passaggio alla Cuneiform è stato un passo quasi ovvio, vista la qualità eccelsa delle 10 tracce che potrebbero anche segnare l'avvio di un ammodernamento della storica ma un po' ingessata etichetta.
Lungi da me meditare su connessioni fra musica e filosofia; mi è inevitabile però pensare a Verse un po' come un saggio modernissimo, una specie di documentario che passa dalle immagini in bianco e nero del progressive alle copertine neutre e scabre della library, dall'electro-folk alle propaggini più talentuose del cantautorato ambient degli ultimi 10 anni. Davvero difficile da descrivere, ma decisamente un capolavoro di grande equilibrio e gusto, che può intrigare un pubblico veriegato.

venerdì 19 agosto 2016

Echo Art ‎– Coreografie (1993)

Formatisi come uno della miriade di gruppi d'ispirazione dark-wave negli anni '80, i genovesi Echo Art sterzarono bruscamente verso un'ambiziosissima neo-classica che culminò in Coreografie, rilasciato dalla New Tone, etichetta piemontese specializzata in avanguardia, jazz e minimalismo con nomi di rilevanza mondiale in catalogo.
Erano anni in cui, in assenza di archi fisici in dotazione, si pensava che le tastiere a pochi bit potessero sostituire gli strumenti veri. Un viziaccio duro a morire degli anni '80 che inevitabilmente si prolungò nei primi '90. Una volta fatto l'orecchio a questo problema, Coreografie si rivela un gioiello barocco che unisce  solennità classicheggianti, seriosi struggimenti da camera, scorci etnici mediterranei, canti di sirene, elegantissime vignette alla Harold Budd, favorito da ottime composizioni. Un insieme che trasuda teatro da tutti i pori. Certo che con un orchestrazione integrale di strumenti reali sarebbe stato un capolavoro...

mercoledì 17 agosto 2016

KEN Mode ‎– Success (2015)

Non è che l'equazione "disco registrato da Albini" = "disco di qualità garantita" sia assoluta e/o matematica nè frutto di mera sudditanza psicologica; dato per scontato che sia impossibile averli sentiti tutti (a meno di essere un fan terminale dell'occhialuto), il fatto che capiti nella maggior parte dei casi che passano dalle orecchie fa venire il sospetto che sia molto vicino alla realtà, però.
Il caso dei canadesi Ken Mode si ricollega a quello avvenuto pochi anni fa ai Cloud Nothings: gruppo già avviato con uno stile discretamente personale, con la possibilità di farsi un pubblico, ad un certo punto sente il bisogno di guardare indietro a 2 decenni fa ed ispirarsi a quelle sonorità, e per farsi assistere si rivolge ad una delle massime icone dell'epoca. Che inevitabilmente non fallisce e posa i microfoni a modo suo.
Con alle spalle già una manciata di dischi in stile improntata al post-hardcore ai limiti del metal, per i KM è stata una bella scommessa, ed infatti ho letto recensioni un po' contraddette sui siti più settoriali. Success esplode la sua potenza impressionante con una miscela che rimbomba fra Unsane, Jesus Lizard ed un tornado rabbioso e schiumante di energia. L'entusiasmo è di poco inferiore a quello che mi diedero i Pissed Jeans nel 2007. Il noise-rock è duro a morire.

lunedì 15 agosto 2016

Bedhead ‎– Live 1998 (2015)

Dopo la cofana sui Codeine, la Numero Group ne sforna un'altra con i Bedhead. Che tipi giusti, questi discografici.
In rete, un fiorire di recensioni e commenti nostalgici, orgogliosamente in tono "io c'ero", ovvero in quegli anni, e di come sia bello descrivere l'emozione di scoprire questo live più che perfetto. La band più laconica e telegrafica della storia dell'indie-rock, uno degli emblemi più statuari dedicati alla chitarra ed alle sue coloriture, alla jam controllata e schematica, al crescendo lineare del volume. Ma tutto quello che più o meno avevo da dire su di loro ormai l'ho già scritto qui e qui.
Live in Chicago, che capta la band nel corso del loro ultimo tour, offre il fianco al loro lato più elettrico e fisico ed è una registrazione di livello superbo; le canzoni del grandissimo What fun life was (ben 7 su 11!) vengono restituite migliorate, al confronto del suono decisamente impastato dell'originale. E già mi sembra di aver detto tutto, anche perchè restano soltanto 4 pezzi dal resto del repertorio, quasi come se i fratelli Kadane, già decisi a dare il rompete le righe, volessero tuffarsi nel passato ed al probabile entusiasmo dell'inizio di questa band mai sufficientemente tributata.

sabato 13 agosto 2016

Gentle Giant ‎– Free Hand (1975)

Non mi ero mai interessato alla seconda fase dei GG fino a quando non lessi una monografia molto esaustiva su BU, forse un filino partigiana, la quale asseriva che il miglior disco degli 11 fosse Free Hand.
Non li ascolto da così tanto tempo che non mi ricordo neanche Octopus, ma come si può essere così smemorati?
Eppure, nel 1975 si era in una fase di transizione drammatica per il prog. C'era chi lasciava, chi raddoppiava, chi si svendeva e chi cercava strade diverse. I Gentle Giant di Free Hand forse non facevano parte di nessuna di queste categorie; semplicemente cercavano di affinare il loro stile, semmai con melodie più nitide e comunque preziose (His last voyage forse la più bella e cristallina, ma anche la memorabile giga corale di On reflection), qualche riff fragoroso (in vago stile ultimi Family), le loro inconfondibili piroette tecniche fra jazz e musica ispirata al Rinascimento. Come ha scritto Piero, il loro disco medioevale. Una scoperta piacevolissima, al punto da costringermi a scandagliare anche i successivi. Gentilissimi.

giovedì 11 agosto 2016

Arandel ‎– In D (2010)

Splendido esempio di cross-over fra elettronica e ambient, misticismo ed intimismo, classicismo e modernità. Autore un anonimo francese (ma c'è anche chi lo avrebbe identificato) il quale sostiene che mantenere segreta la propria identità aiuta a spostare maggiore attenzione sulla musica in senso stretto.
Punti di vista; io avrei amato questo disco a prescindere da chi l'avesse realizzato, senza stare a fare tante connessioni fra personaggio e solchi. In D è un elegante e struggente prototipo di elettronica che passa in rassegna una marea di ispirazioni e per questo matura, diventa adulta. Il punto di partenza sembra essere la techno più ricercata ed hypnagogica, con un suono notturno e ricco di glitches morbidi, ma dall'incantevole In D #6 la ritmica si interrompe e subentra uno stato di levitazione che strega istantaneamente. Da lì in poi è un gentile e sofisticato deragliamento di tanti rivoli (Aphex Twin incontra i Tangerine Dream, downtempo, echi Popol Vuh, minimalismo, meditazioni pianistiche) fino al solenne Epilogue che chiude con un aura sinistra questo magnifico assortimento.

martedì 9 agosto 2016

Embryo – La Blama Sparozzi - Zwischenzonen (1982)

Nella prima Mental Hour, fra le varie primizie, c'era un diversivo che esulava dalle atmosfere dominanti; un tre minuti scarsi di crossover jazz-etnico, pregno di fragranze orientali, di ticchettii frenetici di marimba e cimbalero, impreziosito dai fiati. Per 23 anni non ho avuto l'idea di chi fosse questo delizioso melting-pot. Poi, qualche mese fa passai un pomeriggio a divertirmi con Shazam alla ricerca di varie identificazioni e scoprii che si trattava di (per l'appunto) Cimbalero degli Embryo, la freak-jazz-ethnic band di Monaco che con incredibile tenacia tutt'oggi continua a fare musica a quasi mezzo secolo dalla fondazione, sempre guidata dal batterista ed unico membro stabile Christian Burchard. Una band del tutto atipica nel panorama krauto, non soltanto per la sua spaventosa longevità, ma anche per il suo stile sfaccettato.
La Blama Sparozzi fu un doppio vinile, e non saprei dire se sia stato uno dei loro capitoli migliori o più rappresentativo di altri, dato che conosco soltanto i loro primi due, quelli degli anni d'oro. E' un coacervo di jazz-rock, etnica tendente all'orientale con commisioni di art-rock, fin quasi a rasentare il RIO. Esaltanti le bonus tracks della ristampa andorrana (!) in cd del '99, all'insegna di una brillantissima fusion, poco vanitosa ed ottimamente orchestrata. Non c'è che dire, un gruppo da esplorare.

domenica 7 agosto 2016

Gnod ‎– Chaudelande (2013)

Robustissima iniezione di space-acid-psych da parte di un collettivo di freaks operativo a Manchester. Non c'è un granchè da dire su questa musica che è tutto fuorchè nuova; chitarroni fuzzati, trasporto lisergico con una grinta nucleare, voci tra il belluino ed il proiettato nel cosmo. Le differenze all'orecchio possono essere rappresentate dalle ritmiche, incessanti ed appartenenti più al motorik tedesco, a certe espressioni post-noise come gli Shit And Shine, piuttosto che a quelle nevrotiche ed elastiche dei La Otracina o dei Gravitar, con cui comunque condividono una certa ferocia esecutiva (si ascoltino i 17 minuti di Genocider per credere).
Questi vortici (molto evocativi quando i ritmi si abbassano drasticamente, The Vertical dead ad esempio ricorda persino i Red Temple Spirits) potranno anche sembrare stantii, ma basti rimarcare la differenza fra gli Gnod e i spesso a loro accomunati e sopravvalutatissimi White Hills: abissale.
Un pentolone ribollente che non mancherà di piacere sia ai fan degli Hawkwind che dei Chrome.

venerdì 5 agosto 2016

Screams From The List 49 - Steve Reich, Richard Maxfield, Pauline Oliveros ‎– New Sounds In Electronic Music (1967)

Dei tre sperimentatori presenti in questa bizzarra raccolta soltanto uno è elencato, cioè Steve Reich, uno dei massimi guru del minimalismo americano degli anni '60. Stranezze della List. Ma è chiaro che gli altri due non stanno lì per caso, anzi.
Mezzo secolo fa poteva capitare che una sussidiaria della super-major Columbia, in mezzo ad un catalogo focalizzato più che altro sulla classica, piazzasse questo trio di sperimentatori senza compromessi. Il pioniere di Seattle Richard Maxfield, un tossico spericolato che si suicidò due anni dopo questa uscita, con Night music, nove minuti di spirali e bubboni che si accavallano senza speranza, come se ci si trovasse in una foresta androide di cinguettii meccanici.
Reich proponeva un lavoro di loop vocali basati sulla ripetizione all'infinito dell'espressione come out to show them, che lentamente si sovrappongono e vanno fuori sincrono rispetto all'inizio fino a formare un gelido urlo primordiale.
La texana Oliveros si prendeva tutta la facciata B con i 20 minuti di I Of IV, un trip buio ed inquietante a base di oscillatori e nastri. Materiale altamente lunare, che mette paura ancora oggi, figuriamoci allora. 
Il sacro furore e il coraggio dell'essere sia avanti che fuori: un manifesto.

mercoledì 3 agosto 2016

Nicola Ratti ‎– From The Desert Came Saltwater (2008)

Chitarrista milanese in attività da oltre un decennio, facente parte di una generazione di artisti borderline / sperimentali che fanno una fatica non indifferente a sbarcare il lunario, che gironzolano fra le etichette di settore, che riescono persino a farsi notare anche oltreoceano, che come lo stesso dichiara in un intervista "a volte si trovano costretti ad elemosinare date".
Partito da un cantautorato piuttosto atipico ma poi rapidamente passato all'elettronica, con il transitorio From the desert... Ratti riuscì a farsi stampare da un etichetta statunitense, e realizzò un piccolo gioiello di musica spettrale, fantasmatica. La sua chitarra tesse trame gentili col timbro squillante sugli alti, molto pulita e penetrante, con quel suono distante che sembra provenire dalla stanza accanto. Attorno ad essa suoni sparsi, quasi dettagli che raramente prendono il sopravvento: un piano accennato, una tuba, qualche suono concreto, spazzole, un bongo, qualche glitch, un bordone di feedback appena udibile, campanelli, altro. Un filo di voce fa capolino in qua e in là.
In pratica è la scarnificazione estrema dei Talk Talk di Laughing Stock, ma con un approccio meno emotivo, quasi distaccato. Immerso in un contesto profondo, il disco avvolge e sa donare una manciata di episodi splendenti come questo pezzo:

lunedì 1 agosto 2016

Randy Holden ‎– Population II (1970)

Una di quelle storie che potevano accadere soltanto in quegli anni. Una di quelle scoperte (per me) che riconciliano con l'hard-blues, con il proto-stoner, con la chitarra atomica. Holden sbarcò a Los Angeles dalla Pennsylvania in tempo per passare un'anno nei Blue Cheer e suonare in metà di New Improved. Dopodichè li lasciò (zero prove, zero soldi, zero comunicazione addotti come motivi della separazione) ed ottenne la sponsorizzazione della Sunn che gli diede in comodato d'uso una pila enorme di ampli, con cui ottenne il suono gigantesco di Population II.
Un freak, un disadattato, ma un guitar god, la cui storia è assimilabile a Peter Green. Con il batterista Lockheed realizzò questo monumento di lava e mercurio, dopodichè tutti gli voltarono le spalle lasciandolo letteralmente sulla strada, senza un soldo e senza la minima voglia di continuare a suonare per un quarto di secolo.
Ingiustizie che creano miti. Chissà, magari se avesse continuato la sua figura si sarebbe sminuita, ma altri 3-4 dischi su questa scia li avremmo graditi in tanti. Resta questa mezz'ora scarsa di post-blues solo a tratti hendrixiano (Guitar Song), di proto-doom sabbathiano (Fruit & iceburgs), di bombe alla Cream, di pirotecnie alla Blue Cheer primo periodo; ma attenzione, con un pugno di pezzi dalla media compositiva superiore a quasi tutti questi nomi (Sabbath esclusi), un suono da far tremare un palazzo intero ed il virtuosismo di Holden, ingombrante ma miracolosamente intatto nel tempo.

sabato 30 luglio 2016

Nicolas Jaar ‎– Space Is Only Noise (2011)

Giovane dj figlio di un artista multimediale cileno, di base a New York, che a 20 anni ha pubblicato questo brillantissimo esordio all'insegna di un esuberanza smisurata.
Potrei definirlo soft-downtempo o cantautorato da club. Dotato di tatto e sensibilità, Jaar spiattella metronomie ponderate, languide cascate di piano elettrico, vocoder sornioni, spunti eleganti di jazz modificato geneticamente in salsa elettronica, quasi più a dare importanza al centellinare dei suoni che alle strutture compositive, che tuttavia sono eccellenti.
L'esuberanza si sfoga in un coacervo di stili che forse avrebbero meritato più omogeneità; fattore da imputarsi probabilmente alla giovane età, ma che stile. Inevitabile far ripartire la scaletta più volte, per scovare dettagli altrimenti non colti. Entusiasmante.

giovedì 28 luglio 2016

Franco Leprino ‎– Integrati… Disintegrati (1977)

Splendida gemma nascosta degli anni '70 italiani, inserita in un contesto al di fuori dalle correnti generaliste, e fra l'altro ristampata proprio l'anno scorso in vinile in Spagna (!). Autore, il polistrumentista siciliano Leprino che dopo aver pubblicato quest'unico disco si dedicò alla professione di musicista di servizio, scomparendo così da ogni panorama visibile.
Ingiustamente paragonato ai lavori contemporanei del conterraneo Battiato (forse per qualche svisata di VCS3, il leggendario synth di cui fu pioniere), Integrati...disintegrati fu diviso in due lati per limite imposto dal vinile, ma di fatto è un'unica suite di 40 minuti in cui convivono splendidi arpeggi di chitarra acustica, sia al naturale che trattata, spirali elettroniche di sapore cosmico, slanci solenni di vaga reminescenza progressive, dolenti sonate per piano e fagotto, quest'ultime in alcuni momenti persino assimilabili a quanto stava realizzando a Napoli Luciano Cilio. Strumentale e privo di percussioni, alternato con sapienza in soluzione di continuità e con un paio di temi ricorrenti che riconducono ad un concetto. 
Un lavoro profondamente mediterraneo ma affrancato da ogni provincialismo, dal respiro ampissimo. Vorrei ascoltare altro di sua firma, se si trovasse.

martedì 26 luglio 2016

Birdsongs Of The Mesozoic ‎– Magnetic Flip (1984)

Che i Mission Of Burma fossero una band avanguardistica nel loro genere era sotto gli occhi di tutti, ma che dopo lo split il loro chitarrista si reinventasse come pianista in una formazione di progressive atipico credo che ai tempi non se lo aspettasse nessuno. Ed invece Roger Miller fece proprio così, peraltro insieme ad un altro ex-Burma, Swope, che dai nastri passò addirittura alla chitarra. Unendosi al tastierista elettronico Lindgren ed all'organista Scott, fondarono i Birdsongs of the Mesozoic, che debuttarono con The Flip.
Questo fu un vero, mirabile progressive nel senso più moderno degli anni '80; un suono impetuoso con cascate di tasti d'avorio per nulla favolistiche, scariche elettrostatiche di chitarra distorta, ma anche partiture di elegante seriosità, in cui la mancanza di sezione ritmica neanche si nota tanta è l'energia sprigionata dagli effluvi.
Una formula originalissima, che li fece diventare nome di punta della Cuneiform e che finì per influenzare un grande come Peter Jefferies. Titanici.

domenica 24 luglio 2016

Date Palms ‎– The Dusted Sessions (2013)

Dopo un debutto a base di sensazioni ed aromi indianeggianti, il duo misto di Kowalsky (tastiere/elettronica) e Jacobson (violino/flauto) amplia la formazione ed approda meritatamente su Thrill Jockey. Le sessioni impolverate, fin dal titolo, trasuda deserto e rocce da ogni poro, e conferma la bontà della loro proposta. La prima parte del disco verte ancora sulle distese placide ed estasiate per synth, piano rhodes, violino e linee profonde di basso, a cui abbandonarsi senza condizioni. A partire da Night riding the skyline, però le cose cambiano: il basso si fa fuzzato, compare un beat echeggiante, una chitarra elettrica fa capolino con brevissime rasoiate ed il capolavoro è servito. Dusted down perpetra lo stile, con la sei corde che si infittisce; Dylan Carlson avrà apprezzato senza alcun dubbio. Il flauto notturno di Exodus due west chiude meravigliosamente l'ipnosi.
Non si spreca una-nota-una. The dusted sessions conferma che i DP sono una voce atipica dello scenario americano, in totale controllo del proprio suono, alla ricerca del bello oggettivo allucinatorio.

venerdì 22 luglio 2016

Mihály Víg - Filmzenék Tarr Béla Filmjeihez (2003)

Vig è un polistrumentista ungherese la cui fama difficilmente avrebbe travalicato i confini magiari se la sua produzione non si fosse sposata in maniera indissolubile alle opere di Bela Tarr da Almanacco D'Autunno in poi. Non per mettere in discussione le sue capacità, sia chiaro; occorre tirare fuori la classica frase trita e ritrita, lo so, ma è necessario: per sonorizzare l'universo di Tarr, che non è cinematografico in senso classico bensì una forma d'arte superiore e a sè stante, non sarebbe servito materiale d'avanguardia o carismatico. Servivano le partiture circolari, semplici e compassate di Vig, perfettamente adatte ad accompagnare le saghe umane dei derelitti e negletti protagonisti diretti dal Maestro.
In questa raccolta, per ovvi motivi temporali, mancano gli estratti di L'uomo di Londra e Il Cavallo di Torino, recuperabili in rete soltanto per vie traverse. Per cui sono 4 le opere prese in considerazione.
Per Almanacco D'Autunno, Vig realizzò un pugno di ballad trasognate per piano e synth (Lukin la migliore). Per Perdizione recuperò le sue radici est-europee e gitane con un deciso innesto di fisarmoniche e fiati (memorabile il tema di Slow Dance). Per l'opus magnum Satantango, di cui fu anche protagonista nei panni di Irimias, continuò su questa strada ma iniettando una massiccia dosa di malinconia (Rain II il vertice). 
Infine, per Le armonie di Werckmeister arrivò il suo capolavoro, con un paio di partiture di bellezza struggente: Valuska e Old, per piano tintinnante e archi, si calano magnificamente nello psicodramma di oppressione e persecuzione collettiva che fu la mirabolante pellicola.
Musica elementare, ma che diventa epica tanta è l'associazione che si innesca in automatico con le immagini, quelle immagini, quelle scene, quegli ambienti fuori dal tempo che Tarr ha prodigiosamente regalato al mondo.

mercoledì 20 luglio 2016

Jacques Dudon ‎– Lumières Audibles (1995)

Classe 1951, una giovinezza da freak migrato in India a studiare canto, Dudon ha dedicato una vita alla creazione di strumenti in grado di suonare sott'acqua e generatori di suono tramite fasci di luce. Per i dettagli tecnici e bio abbastanza esaustive rimando a questa pagina o a questa, di sicuro molto interessanti ma in un certo senso persino ininfluenti, giacchè il mondo sonoro di Dudon sarebbe intrigante anche se avesse usato tastiere elettroniche, synth o qualsiasi equipaggiamento standard per l'ambientalista che si rispetti.
E Dudon lo è, nonostante la sua discografia ufficiale sia rimasta limitatissima. In questo lungo cd ci troviamo di fronte a suoni atipici, con uno spettro sonoro spiazzante; droni avvolgenti, spirali compresse, eppure inseriti in una musicalità che può ricordare suggestioni etniche, ma senza mai avvicinarsi alla new age: piuttosto difficile da paragonare ad altri artisti del genere, forse soltanto a Steve Roach per attitudine, ma con una peculiarità tutta sua. Per questo motivo, un ascolto obbligatorio per gli amanti dell'ambient.

lunedì 18 luglio 2016

Fuck Buttons ‎– Slow Focus (2013)

Terzo ed ancora ultimo disco del duo di Bristol, che conoscemmo all'epoca del debutto come un'entità molto promettente ma ancora un po' acerba. Alla prova della maturità i FB dimostrano di saper mescolare un sacco di citazioni e riferimenti, indifferenti a qualsiasi carenza di coesione ma determinati nel saper costruire qualcosa di dannatamante concreto e capace di attirare le simpatie di pressochè tutte le correnti elettroniche, moderne ed antiche.
In ordine sparso, l'ascolto di Slow Focus mi rivela queste suggestioni: Aphex Twin, i corrieri cosmici, i Boards Of Canada, i Trans Am, John Carpenter, i Future Sound Of London, l'industrial-rock degli anni '90, i God Is An Astronaut. Una gran bella compilation virata sul saturo, grazie alle asperità poste in essere dal duo: proprio questa la trovata più originale, come una caramella rivestita di carta vetrata. Esemplari.

sabato 16 luglio 2016

Inward Circles ‎– Nimrod Is Lost In Orion And Osyris In The Doggestarre (2014)

Il nostro prode Riccardo riparte con un nuovo moniker e dà una sterzata al suo glorioso filone chamber-core, ormai giunto a saturazione e quindi bisognoso di appartarsi.
Sopra Inward Circles (citazione letteraria che si riferisce ai cerchi concentrici interni agli alberi) si posano nuvole dense e plumbee. Skelton incupisce le atmosfere, le carica di tensione e fa passare i suoi archi un attimo in secondo piano, in favore di una ambient cupa ed imponente. Si dà al drone inquinato di scorie elettroniche, uno stile che non è certo innovativo ma la sua mano inconfondibile prende il sopravvento col passare dei minuti, gettando il cuore oltre l'ostacolo con una seconda metà del disco formidabile.
Non è il suo top assoluto, onestamente, ma vorrei sapere quanti skeltoniani pensano che sia possibile superare le vette di 6-7 anni fa.

giovedì 14 luglio 2016

Touch - Touch (1969)

Uno di quei lost records di cui normalmente si pensa "ma come fece a non ottenere credito ai tempi?". Uno di quelli che, a scatola chiusa, scometteresti tutto che fu realizzato in Europa.
Ed invece i Touch erano statunitensi, ed il loro leader era nientemeno che Don Gallucci, il grande produttore responsabile del suono immenso di Funhouse, quello osteggiato da Iggy Pop che non lo voleva, quello che in futuro si schernì asserendo che non aveva fatto altro che far suonare il gruppo come se fosse dal vivo, senza incasinare nulla. Il quintetto da lui messo in piedi fu, con ogni probabilità, il primo gruppo progressive del nuovo continente in assoluto; Touch fu un capolavoro che merita in primis di essere scoperto, e che ebbe il solo limite di essere nato al momento giusto ma nel posto sbagliato del pianeta. Incentrato sugli effluvi di piano ed organo di Gallucci, un key-master di grande tecnica e gusto, il disco gira meravigliosamente fra arie pastorali, suite sepolcrali, acrobazie neo-classiche e fioriture esplosive in cui fa ottima figura anche il chitarrista Newman.
La ristampa in cd include una colonna sonora registrata nel 1973 da un'estemporanea reunion, che non fa altro che accrescere il rimpianto per non aver potuto assistere alla prosecuzione artistica di Gallucci, che di lì a poco abbandonò del tutto la musica.

martedì 12 luglio 2016

Stian Westerhus & Pale Horses ‎– Maelstrom (2014)

Abbiamo scoperto Westerhus come immagignifico chitarrista dal vivo e poi approfondito su disco le sue doti tecniche radicali, certo ai più ostiche. Non può che fare grande piacere, dopo un primo momento di inevitabile disorientamento, la sua deriva art-rock con la collaborazione di altri due eccellenti norvegesi, il batterista Dahlen ed il tastierista Moen, talmente fondamentali nell'economia del disco che se l'entità avesse un nome collettivo non sarebbe un'eresia.
Ma artisti come SW in fondo hanno un ego importante, e lui lo mette ben in mostra in Maelstrom. Al netto delle fasi un po' meno accomodanti e del drumming irregolare e fantasioso di Dahlen, gli orfani dei Radiohead elettrici più enfatici ed atmosferici troveranno di sicuro motivi di godimento (quelli con ampie vedute, superfluo aggiungere) in queste sette tracce. Il trasporto emotivo, l'ampiezza di orizzonti e la solennità delle stesure non possono non ricordare certe pagine del celeberrimo quintetto di Oxford (fra Ok Computer ed Amnesiac, elettronica esclusa) a partire dal timbro vocale dello stesso SW, che richiama nettamente quello di Yorke, impennate di falsetto incluse.
Radiohead-heads, ascoltate in primis On and on e Chasing hills, e se vi piacciono procedete col resto del disco. Se ne traete godimento, avete ampie vedute e scoprirete un grande artista. E forse ne vorrete ancora.

domenica 10 luglio 2016

Boduf Songs ‎– How Shadows Chase The Balance (2008)

Non si direbbe proprio essere inglese, l'ombroso Matthew Sweet. Il suo cantautorato dolente e spoglio sembrerebbe più quello dell'Imaad Wasif acustico o di un Rivulets, ed è scevro di qualsiasi traccia di esoterismo tipico del suolo britannico e dei suoi visionari esponenti.
Eppure si tratta a modo suo di un folk apocalittico, da presagi sinistri, sussurrato con un filo di voce (curiosamente simile a quella di Aurelio Valle dei Calla) ed arrangiato in maniera molto spoglia, a volte soltanto con la chitarra acustica che dipana temi lenti e dimessi.
Certo, il mondo non aveva bisogno del millesimo menestrello-filosofo che narra inquietudini, male di vivere, parafrasando un titolo cose da non fare ad un sabba e similari. Al primo ascolto il mio pensiero era esattamente questo, ma già al secondo l'apprezzamento scatta automatico se si è amanti di questo filone che forse ha vissuto giorni migliori. E fra l'altro il disco cresce col passare dei minuti, dopo una prima metà un po' sonnolenta: la seconda è bellissima, grazie anche alle splendide Pitiful Shadow Engulfed in Darkness e la sottostante.

venerdì 8 luglio 2016

Helios - Yume (2015)

Saluto con grande piacere il ritorno di Keith Helios Kenneff, che dopo un Moiety sottotono ritorna ad essere abbastanza vicino ai livelli dei suoi capolavori Eingya e Caesura, dai quali sono passati ormai anni in cui si è dedicato più agli altri suoi progetti, alle produzioni ed alle colonne sonore.
Yume, cosi come in generali tutti quelli di Kenniff, è un disco che amo mettere in sottofondo quando sono in compagnia di persone dalla cultura musicale mainstream o comunque abbastanza limitata. Nessuna novità sostanziale, ma chi ne ha bisogno? E' il solito cantautorato ambient strumentale di grande classe, luminoso e carico di profonde emozioni. Inutile cercare altre parole per descriverlo.

mercoledì 6 luglio 2016

Screams From The List 48 - Crass ‎– Stations Of The Crass (1979)

Impossibile identificare un gruppo più integralista ed isolato dalla scena punk britannica dei Crass, che non a caso vivevano in una comune ed ebbero un coraggio da leoni a portare avanti le loro provocazioni in anni molto difficili a livello sociale in Inghilterra.
A livello musicale furono a loro modo non meno unici, però ancora oggi è piuttosto difficile riuscire a parlarne perchè l'aspetto politico finisce per avere il sopravvento su tutto. Se è innegabile che di punk si trattava, la band lo gestiva come un veicolo di divulgazione qualsiasi, con un approccio diagonale fatto di suoni secchi e spigolosi, il basso in primo piano, una serie esplosiva di esplosioni e rallentamenti, gli sproloqui di Ignorant fra il furioso e lo stralunato; se si considera che in formazione c'era un hippy vero e proprio (il batterista Rimbaud), se si analizzano anche le variazioni significative (l'incubo per bombe e campane di Demoncrats è il caso più clamoroso, ma le stranezze sono disseminate ovunque), appare chiaro che questo fu art-punk nello spirito più spontaneo e puro. E, nondimeno, che furono di un influenza capitale sui nostri CCCP. 
Mangiamo tutti insieme queste schegge di vetro e rivalutiamoli (cit. Vlad).

lunedì 4 luglio 2016

Earth – Primitive And Deadly (2014)

Svolta benefica per Dylan Carlson, seppur inquadrabile come concessione ad un complesso più accessibile. Ma dopo i due volumi di Angels Of Darkness, Demons Of Light, che sublimavano la fase più rilassata e contemplativa a suo tempo inaugurata dallo splendido The bees..., probabilmente serviva un cambio e il ritorno ad un formato più rock sembra abbia convinto i più.
Non che ci siano stravolgimenti; i ritmi sono sempre quelli pachidermici, le lunghezze delle tracce chilometriche, gli accordoni dronici e i ruvidi ricami della chitarra solista, immancabili, è ovvio: le novità più essenziali sono i tre pezzi cantati. Il vocione espressivo e sempre amico di Lanegan fa materializzare una forma di drone-grunge dal fascino polveroso, mentre il timbro asettico di Rabia Shaheen Qazi si cala alla perfezione nell'ipnosi ronzante del contesto.
Lunga vita a Carlson, sopravvissuto scampato e marchiato a fuoco. Questo bluesman del deserto è sempre una sicurezza.

sabato 2 luglio 2016

Von Lmo ‎– Red Resistor (1996)

Terzo ed ultimo disco ufficiale di Frankie Cavallo, anche se Discogs segnala un autoprodotto del '99 del quale non si trova traccia in rete. Chissà se il destino ci riserverà un'altro rientro a sorpresa, ma soprattutto chissà come se la passa a 60 anni suonati questo fanta-rocker dei perdenti e dei maledetti.
Su Red Resistor ci sono poche info; la più evidente è che la formazione non è quella di Cosmic Interception, bensì un rocciosissimo power-trio con in grande evidenza il chitarrista nippo-americano Tamura, uno scalmanato senza ritegno. Si tratta sicuramente di un live registrato in studio a New York, e se si trattasse veramente della fine della sua storia, ritengo sia perchè dopo questo inferno non sembra esserci rimasto più nulla da suonare.
Soprattutto non si può andare oltre i 31 minuti di X + Z = 0, un'interminabile sarabanda di space-noise che spazza via qualsiasi cosa, compresi i 10 di Mass destruction, cingolato marziale che apre il programma. Più relativamente canonici gli altri due pezzi, sulla scia del robot-metal di Cosmic Interception. Difficile dire se quale sia più indispensabile questo eccesso di violenza o l'altro, più per modo di dire sotto controllo. Diciamo che Red resistor si comprende meglio dopo aver preso coscienza del personaggio, che resta un mito totale.

giovedì 30 giugno 2016

Robert Calvert ‎– Captain Lockheed And The Starfighters (1974)

Un personaggio, Calvert, che fu laterale in tutti i sensi. Nato come poeta nella Swinging London, divenne un personaggio multimediale che oltre alla scrittura sci-fi ebbe una parte importante come vocalist e paroliere degli Hawkwind durante la maggior parte dei '70, conoscendo anche il successo commerciale con Silver Machine. Disturbato mentalmente, era ossessionato a tal punto dagli aerei di guerra e dal desiderio di condurli che si esibiva spesso in tenuta da pilota e riservò ad un concept sul tema il suo primo album da solista nel '74.
Realizzato con gli stessi Hawkwind di supporto, suona quasi come un disco degli stessi purgato dalle inflessioni spaziali, dai generatori audio e dalla freakitudine tipica di Brock & Co. Il suo cuore pulsante è composto dai pezzi serrati, grezzi ed ossessivi mutuati proprio da Silver Machine ed in generale a quel tipo di espressione HW, mentre la seconda parte più che altro verte su quadretti surreali e solenni (un paio di essi realizzati insieme ad Arthur Brown) che denotavano doti inaspettate da parte di uno che nelle biografie risultava aver suonato solo la tromba durante il servizio in aeronautica.
Un concept potente ed arty al tempo stesso, non minato dai numerosi intermezzi spoken-word funzionali allo svolgersi del tema portante.

martedì 28 giugno 2016

Evan Caminiti ‎– Dreamless Sleep (2012)

La metà onirica dei Barn Owl, che come già detto sta finendo per prendere il sopravvento sull'altra forse più fisica Porras, al suo primo Thrill Jockey. Dal 2009 EC ha pubblicato un disco all'anno, all'insegna di una anomala forma di new-age traslata da esperienze drone-core ormai lasciate alle spalle, ma che non impediscono impennate di energia vaporosa. Diciamo che se Klaus Schulze fosse nato in California negli anni '80 ed avesse avuto un retroterra metallaro, più o meno oggi suonerebbe così.
Certamente, non è la musica più innovativa ed eccitante al giorno d'oggi. Il retaggio tedesco continua a fare la voce grossa e chissà per quanti anni ancora. Però, è indubbio che il fascino esercitato dalle rifrazioni galattiche, dai tappeti celestiali, dalle rasoiate chitarristiche (in certi momenti persino frippiane) di questi quadretti cosmici ed hauntologici sia prossimo alla stregoneria. E che la maestria di Caminiti, la sua grazia pesante, lo renda un disco incantevole, seppur solo per intenditori.

domenica 26 giugno 2016

Air Conditioning ‎– I'm In The Mountains, I'll Call You Next Year (2003)

Un'anno prima del loro riconosciuto capolavoro Weakness, gli AC debuttarono con questo titolo un po' misogino. Avendolo trovato soltanto poco tempo fa, devo rimettere in discussione le gerarchie del fulmineo e putroppo dissolto noise-trio che, come ha brillantemente scritto Mattioli in Noisers, espelleva un dilaniato blues industriale talmente pesante da cedere sotto il suo stesso carico.
Difficile stabilire se sia più violento questo o Weakness: se quest'ultimo impressionò per il suo attacco frontale e rovinoso, I'm in the mountains vive di una maggior diversità nello scriteriato succedersi dei gorghi di rumore infernale. Il bisonte di apertura, Unravel your navel, it's Mardi Gras, si dipana su un mid-tempo cingolato con il falsetto delirante di Ciccio Jurgensen in evidenza, si prolunga per un quarto d'ora fino all'inopinato finale, in cui la bestia si ferma e fa la sua inaspettata comparsa un violino che gracchia lamentoso sullo sfondo. Hell is a solid prosegue con una iper-saturazione a ritmo strascicato, chiude Citizen's band con una serie micidiale di singulti ed un finale che sfiora la psichedelia, per quanto paradossale possa essere tale concetto nell'oceano di distorsioni e saturazioni messo in atto da questi buzzurri della Pennsylvania.
Semplicemente i migliori in assoluto dello U.S. Noise, di poco sopra Sightings e Hair Police.

venerdì 24 giugno 2016

Giardini Di Mirò ‎– Rapsodia Satanica (2014)

A 5 anni dal Fuoco, i GDM sono tornati sui loro passi con una seconda sonorizzazione per film muto di circa un secolo fa. La sequenza temporale delle loro pubblicazioni si ripete: un disco rappresentativo delle loro tendenze con tanto di brani cantati (il discutibile Dividing Opinions nel '07 ed il pessimo Good Luck nel '12), alternato ad una colonna sonora (il meraviglioso Il Fuoco nel '09 e Rapsodia satanica per ultimo). Tanto è chiaro come la penso; in queste ultime i reggiani fanno ciò che riesce loro meglio, che d'altra parte è ciò che ha procurato loro la maggior parte dei consensi; un post-rock strumentale di grande respiro, con un equilibrio ricercato fra raffinatezze e malinconie, negli ultimi tempi più godspeediano che mogwaiano,
Emblematica una intervista che Reverberi ha rilasciato in occasione di Rapsodia: non se la sentirono di tornare a diventare un gruppo solo strumentale dopo l'abbandono di Raina, quindi si rimisero in discussione e decisero di mettersi a cantare lui e Nuccini. Ma alla fine si torna sempre a casa, al caro vecchio formato che è una garanzia e pazienza se non si bissa i livelli de Il Fuoco: le atmosfere sono sempre suggestive e struggenti, e una grossa caduta di tono (XVII) non ci impedisce di volere ancora bene ai Giardini.

mercoledì 22 giugno 2016

Jack Ruby – Hit And Run (1974/77)

Fossero riusciti a pubblicare qualcosa in vita, un posto nella NWW List ai newyorkesi Jack Ruby non gliel'avrebbe tolto proprio nessuno, vicino a quelli più affini come Stooges e Debris'. Ma la loro storia incarna la figura dei losers più incalliti, di una band che perde il controllo del proprio output, della propria formazione e così facendo resta inconcludente. Il batterista/leader Cohen occupa per intero il secondo cd di questa raccolta molto lo-fi, pieno di deliri rumoristici/schizoidi al synth auto-costruito registrato nel 1974, poi guida il gruppo nello stesso anno a sputare un avant-punk sghembo, precario e devastato, in linea perfetta con le intuizioni coetanee dei Pere Ubu, ma anche brutalmente in anticipo sulla No-Wave. Passano 3 anni e il gruppo si riforma con soltanto il chitarrista Gray in comune, nel segno di un punk meno avanguardistico (anche perchè trattasi di evidente presa diretta) ma di quello genuino e trascinante, fiero di esserlo.
Roba che scotta ancora adesso, e che è rimasta sottoterra per troppo tempo (primo recupero nel 2011, questo è del 2014). Il rimpianto resta, perchè con una minima produzione alle spalle chissà cosa avrebbero potuto combinare questi matti.

lunedì 20 giugno 2016

Bill Callahan ‎– Have Fun With God (2014)

Capita, che un vecchio idolo col tempo ti piace sempre meno perchè sostanzialmente finisce per fare semi-cover di sè stesso oppure cerca di reinventarsi goffamente. Così è capitato a me con BC e Have fun with god si è rivelata una mossa davvero sorprendente, di quelle che ti fanno rivalutare il personaggio.
E' andata che BC nell'estate del '13 pubblica un 12" contenente due rivisitazioni in chiave dub di pezzi estratti dall'appena uscito Dream River. La cosa lo prende parecchio e neanche 6 mesi dopo doppia tutte le 8 tracce della scaletta con altrettanti remix.
Il motivo per cui amo tanto questo disco, forse, è perchè non ho mai ascoltato Dream River. Perchè forse quel disco mi avrebbe stancato dal primo all'ultimo minuto ed allora l'idea di sorbirmene una versione dub non l'avrei neanche presa in considerazione. Che poi, che cosa c'entra BC col dub? Ne ha mai avuto a che fare?
Da questo imprevedibile gemellaggio ne esce un flusso magico in cui la poetica statica e l'eleganza formale di BC se ne restano sullo sfondo mentre tutto attorno c'è uno stop & go ultra-riverberato di percussioni caracollanti, basso sinuoso in rilievo, flauti, la voce in delay, una chitarra che sa alla perfezione quando entrare e quando uscire. Un contrasto di quelli che li ami o li odi (ho visto fra le recensioni addirittura un 3/10), il songwriting lucidissimo e composto con le stonature, gli echi incontaminati e la profondità di un dub bianco che entra gentile in un campo inedito e non ha paura di giocarsela. E vince.
Relax carismatico.

sabato 18 giugno 2016

Mogwai ‎– Come On Die Young (1999) (Deluxe Edition 2014)

Il quindicennale è stata l'occasione propizia per riprendere possesso di un disco alla sua uscita amato e consumato fino alla saturazione. Sembrano passati 15 giorni e le sensazioni restano immutate, il respiro di quei tempi, l'eccitazione per una grande band che sprigionava ciò che cercavamo e volevamo udire.
E così ecco che la Chemikal apre i cassetti e ci regala un intero cd di versioni alternative e rarità che ci rallegrano. Inutile e superfluo dilungarsi su Cody, che forniva una conferma chilometrica quasi insperata dopo la bomba di Young Team. Soltano una manciata di citazioni per la monumentale Kappa, per la confidenziale e caldissima title-track e per l'atmosfera di May nothing but happiness...
Il cd bonus include un paio di estratti da compilations dell'epoca (di cui scrissi qui), alternate-takes registrate prima delle sessions definitive in maggior parte piuttosto notevoli, l'intero EP Travels in constants e due inediti assoluti che testimoniavano uno stato di grazia stellare: la brevissima elegia di Satchel Panzer e la tensione spasmodica rimasta inesplosa di Spoon test. Ristampa più che meritoria.

giovedì 16 giugno 2016

Sleaford Mods ‎– Divide And Exit (2014)

Una delle bands più chiacchierate degli ultimi 2 anni, il duo di Nottingham, è sostanzialmente una truffa. Lo dicono non soltanto i fatti, ma soprattutto le cronache live, in cui il verboso Williamson srotola tutte le sue invettive mentre il compare Fearn schiaccia il tastino del playback facendo partire le basi e poi se ne sta a lato con una bottiglia di birra in mano, facendo su e giù con la testa.
Ma se si ignora quest'aspetto tutto sommato secondario, i due dischi rilasciati negli ultimi 2 anni sono fra le cose più irresistibili nell'ambito intrattenimento di questi tempi. In un certo senso è la classica scoperta dell'acqua calda, che premia la semplicità prima di tutto. Difficile definirlo hip-hop. Williamson è il tipico over-40enne incazzato che non è riuscito a sfondare nel mondo della musica, non certamente un rapper, Fearn un dj alternativo che srotola basi minimali di basso e batteria di squisita matrice post-punk. Il primo pensiero complessivo cade sui Fall, ma certe tracce fanno pensare addirittura ai grooves scurissimi dei Joy Division quando non a Metal Box, con una buona dose di bpm in più. Se si considera l'effetto simpatetico del pesante accento cockney di Williamson, succede che questa roba dà dipendenza pressochè immediata. Poi magari fra un anno o due la rivedrò come spazzatura, ma chi se ne frega. Forse la natura della truffa è proprio questa, di stregare e bruciare rapidamente come fece il miglior punk.

martedì 14 giugno 2016

These New Puritans ‎– Field Of Reeds (2013)

In decisa progressione rispetto al precedente, i Puritani ridotti a trio dopo la defezione della tastierista sono pervenuti ad un lavoro ancor più serioso grazie all'utilizzo ancor più massiccio di elementi orchestrali, grazie ad una brusca frenata dei ritmi, con il songwriting di Barnett sempre più focalizzato su una stasi sinfonica.
Si alternano aggraziate figure pop ed arie drammatiche come se nulla fosse, in un contesto che procede con estrema lentezza per dare la giusta enfasi. Con intelligenza ed estro Barnett ha saputo evitare il pericoloso scivolone che facilmente l'avrebbe potuto portare nel fossato ambient-rock; non nego che certi tratteggi (soprattutto il capolavoro del disco, i 9 minuti di V - Island Song) facciano nominare la quasi innominabile parola prog, ma a braccia aperte mi sento di dire che è il loro miglior disco. E il percorso stilistico potenziale rimane aperto a chissà quali altre suggestioni....

domenica 12 giugno 2016

Ennio Morricone ‎– 4 Mosche Di Velluto Grigio (1971)

La data di realizzazione del film di Argento reca 1971, ma ci vollero quasi 30 anni perchè questa magnifica soundtrack vedesse la luce in forma autonoma. Da allora le ristampe si sono ripetute quasi a pioggia.
Poco da dire su una delle tantissime prove di classe del Maestro, che sbrigava le formalità di servizio con la sigla accattivante e grintosa per rock-band con organo in bella mostra e l'intimismo sinfonico per i vocalizzi eterei della Dell'Orso, posti in questa ristampa all'inizio ed alla fine della scaletta.
Ciò che rendeva speciale la sonorizzazione (e con ogni probabilità anche il film, che non conosco) era il cuore pulsante della suite omonima divisa in 6 capitoli, che spazia fra una splendida marcetta per organo, un soul-funk gigioneggiante, allucinazioni sinfoniche come altre ne farà, divagazioni atonali ispirate al lavoro fatto col Gruppo di I.N.C., jazz sfatto e sfibrato di ogni costrutto, suoni concreti, astrattismi pianistici. 
Horror, Maestro, please....

venerdì 10 giugno 2016

Architeuthis Rex ‎– Dark As The Sea (2010)

Passo d'esordio di un duo misto italiano dedito ad un drone-noise che per certi versi potrei definire mediterraneo, nel senso più nobile ed inedito.
L'immaginario è chiaramente fangoso ed ottenebrante, ma anche molto dinamico grazie all'utilizzo di percussioni: Gallucci fornisce strati e loops di chitarra che spesso debordano in un terreno psichedelico, per non dire shoegaze-metallico. La Marongiu rilancia con tappeti di organo e synth funzionali, per la verità non sempre udibili ma molto importanti alla causa. A differenza di entità simili provenienti da paesi anglosassoni, generalmente più feroci ed intimidatori, ciò che rende mediterraneo il suono di AR è questa sensibilità fra il misticheggiante ed il trasognato che spesso affiora fra le muraglie innalzate. Avvincente.

mercoledì 8 giugno 2016

Red House Painters ‎– Ocean Beach (1995)

E' giunto il momento di ricongiungermi con un disco col quale ho sempre avuto un rapporto conflittuale: lo acquistai al momento dell'uscita, tutto trepidante ed ansioso di gustarmi una replica dell'Ottovolante e/o del Ponticello. Ed all'ascolto non dico che restai deluso, ma soltanto un po' raffreddato, nell'ingenuità della tarda adolescenza che spesso fa cadere dall'alto quando si hanno aspettative troppo alte.
In tutta verità Kozelek, al di là del materiale portato in dote, fece la scelta giusta e produsse un disco dai tratti distesi e rilassati, quasi del tutto privo degli sconquassi emotivi che l'avevano reso un dio dello spleen. Poche le scosse elettriche, anzi soltanto una, il finale acido di Moments. A parecchi anni dal mio ultimo di Ocean beach, mi commuovo quasi all'ascolto di Summer Dress, Red Carpet, al break per archi di San Geronimo, al chorus di Over my head e ad altri  piccoli momenti che lasciano nel dimenticatoio quelli di noia (non li cito, in fondo a cosa serve?). Affetto, sempre.

lunedì 6 giugno 2016

Screams From The List 47 - Jean Cohen-Solal ‎– Captain Tarthopom (1973)

Per chi vuol farsi affascinare ed in un certo senso anche rapire dai suoni ancestrali del flauto (traverso, dolce, flautino), i due dischi fatti uscire dal francese Cohen-Solal nel '72/'73 sono una piccola meraviglia. Soprattutto perchè il transalpino non era soltanto un semplice flautista, ma anche compositore, pianista e contrabbassista e prima di diventare un session man di servizio, ebbe l'ambizione di realizzare questo particolare mix di progressive, psichedelia e jazz-rock con l'ausilio di una band alle spalle di tutto rispetto. Nella scaletta di Captain Tarthopom spiccano la title-track, una marcetta che ricorda curiosamente l'inizio di No Harm dei Faust, il fuzz-jazz scuro di Ludions e la piece d'avanguardia di 10 minuti Memories d'un ventricule, che ricorda la A Saucerful of secrets di Ummagumma memoria, col flauto al posto della chitarra. Per nulla scontata ed apprezzabile via d'incontro fra sperimentazione e melodie arcaiche.

sabato 4 giugno 2016

P16.D4 ‎– Distruct (1984)

Successore del magnifico Kuhe in 1/2 trauer, ingiustamente considerato inferiore ad esso, Distruct fu semplicemente un progetto diverso. In pratica i tedeschi si fecero inviare del materiale da progetti artisticamente affini (NWW, Nocturnal Emissions, persino Merzbow, ed altri) e lo manipolarono, in un'ottica piuttosto lungimirante di collaborazione a distanza.
Ne uscì un contenitore surreale oltre misura, ovviamente frammentatissimo ma talmente ribollente ed assurdo da trovare la conferma della genialità dei P16.D4; d'altra parte la fase di lavorazione durò oltre un anno e questi frastagliati collage dadaisti non furono frutto del caso. Dopo diversi ascolti, lo sviluppo è sempre una sorpresa.

giovedì 2 giugno 2016

Neptune – Gong Lake (2008)

Il disco più ordinario dei Neptune, voluto fortemente dalla Table Of The Elements che richiese loro più rock come dichiarato in un intervista a Blow Up, è anche quello forse meno rappresentativo ma se qualche nostalgico cerca cattive vibrazioni da noise-rock anni '90 con un ottica più arty qui trova soddisfazione.
A dimostrazione di un talento intrinesco che trascende le sonorità bizzarre degli strumenti autocostruiti, già evidente in Intimate Lightning, in Gong Lake il power-trio guidato da Sanford elabora 10 pezzi contorti, sincopati, per farla breve come se gli Shellac jammassero coi Faust, oppure come se i Cop Shoot Cop jammassero con gli Einsturzende Neubauten, con grande enfasi sul suono di batteria classico alla Albini che è sempre valore aggiunto. Micidiale, e non è certo inferiore agli altri loro dischi perchè meno colto.