domenica 31 marzo 2019

Xela ‎– The Dead Sea (2006)

Il terzo disco di John Twells, eccezionale anello di congiunzione fra gli esordi melo-glitch-ambientali e le scurissime escursioni che caratterizzeranno il proseguio di Xela da In bocca al lupo in poi. Come descrivono le note di copertina, 12 pezzi che il rosso prima uccide e poi ri-anima, con un evidente filo conduttore (concept marino, più o meno dichiarato): massiccia e decisiva la presenza della chitarra, a volte motore portante della composizione, altre abbellimento di supporto ad un campionario elettro-acustico che si dipana con straordinaria varietà. Un tragitto mozzafiato sul Mar Morto, un capolavoro emotivo di modernismo, e sicuramente il suo miglior episodio.

venerdì 29 marzo 2019

Scream From The List 81 - Patrick Vian ‎– Bruits Et Temps Analogues (1976)

Figlio di un jazzista / scrittore, agitatore del '68 universitario parigino come membro dei Red Noise (anch'essi presenti sulla List), Vian è un polistrumentista che realizzò soltanto questo interessante album di elettronica imbastardita, fra corrierismo cosmico, surrealismo melodico e fotogrammi jazz al microscopio, rigenerati in loops quasi demenziali. Il classico fare sornione transalpino al servizio di un suono svanito, assente e sfuggente, per 9 quadri mutevoli e senza un apparente filo conduttore. Non fu rivoluzionario, visto anche l'anno di uscita, ma Vian avrebbe meritato certamente un rilancio.

mercoledì 27 marzo 2019

Hüsker Dü ‎– New Day Rising (1985)

Un ritorno a formati più oculati, dopo la sbornia concettuale ed iper-stirata di Zen Arcade, che viene solitamente ritenuto il loro capolavoro (che a mio avviso resta sempre e comunque Warehouse). New Day Rising resta sempre hardcore, ma di quello altamente evoluto e rivelatorio del songwriting del compianto Hart, che emerge per la prima volta prepotentemente con The Girl Who Leaves on Leaves Hill e Terms of Psychick Warfare. E' sempre Mould a dominare però, e soprattutto a diversificare, senza lesinare episodi shockanti e fuori canone come la conclusiva Plans I Make, una dissonanza colossale. Per questo motivo non è nè il migliore nè il peggiore (se esiste un peggiore) degli HD, ma soltanto un felice album di passaggio, di ulteriore crescita, di scavallamento e di conquiste.

lunedì 25 marzo 2019

William Basinski ‎– Melancholia (2003)

14 Loops magnetici melanconici per piano, nastri, sax e refrigeratore, registrati nei primi anni '80. Così recitavano le laconiche note di cover di questa goccia nell'oceano diffuso da WB nei primi anni zero. Melancholia possiede una peculiarità che la distingue immediatamente dalle altre perle del grande newyorkese: è composto da ben 14 tracce anzichè la solita unica gigante o spezzata in due a causa dei limiti tecnici del supporto. Limiti perfettamente superabili in questo caso, tant'è che la Temporary Residence ne ha licenziato un edizione vinilitica nel 2014.
Musicalmente, è forse la prova più superba dal punto di vista tradizionalmente inteso: le sonorità sono come al solito nebbiose, sfumate, sabbiose, è purissima ambient più che altro per pianoforte liquido ed effetti, sono sempre i suoi loops ma posti in una sequenza ordinata, con un paio di richiami, è magia ipnotica come solo lui è in grado di generare. Da consumare a ripetizione, per abbandonarsi ad un oblio divino.

sabato 23 marzo 2019

American Music Club ‎– California (1988)

Il difficile terzo, un altro classicissimo degli AMC, appena un'anno dopo il mega capolavoro Engine, un paio d'anni prima del viscerale ed elegante Everclear. Un Mark Eitzel che intitola sinteticamente ma ha molte cose da dire, con la sua filosofia introversa e crepuscolare, assistito come sempre dal grande Vudi, con la produzione asciutta ed essenziale del batterista Mallon, e la slide campagnola a stridere un po' di Kaphan. Rispetto ai due sopracitati, l'approccio è più meditato, per non dire meditabondo, ma genera ancora pezzi memorabili, destinati a restare nel cuore non soltanto dei fans ma anche di Mark stesso, che non esiterà a reinterpretarli live 15 anni dopo.
Last Harbour, Jenny, Blue and grey shirt, Somewhere, Pale skinny girl sono le gemme più splendenti di una formula cantautoriale rimasta unica al mondo.

giovedì 21 marzo 2019

Audiac ‎– Thank You For Not Discussing The Outside World (2003)

Duo tedesco riconducibile al giro di Irmler dei Faust, produttore e proprietario dell'etichetta di competenza. Il loro caso è quantomeno curioso: dopo quest'esordio passeranno ben quattordic'anni prima di una replica, ed in entrambi i casi si è trattato di un gioiello di contaminazione moderna, al punto di richiamare idealmente la creatività dei loro padri.
Thank you suona incredibilmente fresco, nonostante l'ambizione: per gran parte sembra uno Scott Walker maturo che collabora coi Radiohead di Kid A ed Amnesiac, per l'appunto prodotti dal leggendario tastierista dei Faust. Ma ci sono anche tracce canterburyane, spunti prog nel senso più nobile ed una componente elettronica che non prepondera mai il senso delle composizioni, in alcuni casi di una bellezza clamorosa. Vien proprio da pensare "peccato che abbiano fatto solo due dischi in 15 anni."

martedì 19 marzo 2019

Braen's Machine ‎– Underground (1971)

Così come Armando Sciascia si fece il gruppo rock con quel gioiellino che fu Distortion, lo stesso fece Alessandro Alessandroni in combutta con Oronzo De Filippi, coautore di questo primo episodio a nome Braen's Machine. Ma a differenza del violinista abruzzese che mantenne l'anonimato anche degli esecutori, qui il chitarrista romano scese in campo alla testa di un quartetto di jazzisti, armato di sei-corde ultra-elettrica, in veste di guitar hero scatenato, con uno stile curiosamente affine a Michael Karoli dei Can.
Il disco manco a dirlo è una goduria, una sorta di hard-library sorniona e sgusciante, una specie di lounge-core didascalica ed esaltante, con i 3 musicisti a supporto non meno invasati di Fischio, (sezione ritmica a dir poco superba), come se il Gruppo Di Improvvisazione Nuova Consonanza si fosse messo in testa di lasciar perdere l'avanguardia e si dedicasse alla sonorizzazione pura e tradizionale. Nove temi saltellanti su cui si mormora abbia messo le mani anche Piero Umiliani, di sottofondo lussuoso ed urticante eleganza.

domenica 17 marzo 2019

Red Sparowes ‎– The Fear Is Excruciating, But Therein Lies The Answer (2010)

Quando andai a vederli a Bologna nel 2010, mi raccomandai con Greg Burns che non ci mettessero altri 4 anni per fare un disco nuovo dopo il capolavoro Every red heart... Oggi, dopo quasi un decennio di inattività, possiamo tranquillamente accettare il fatto che una delle migliori band di tutto l'epic-instru abbia cessato di esistere dignitosamente, senza riscontrare un calo di ispirazione ed output che al contrario ha pervaso tutti gli altri del filone. Con The Fear restavamo a livelli ancora alti, seppur inferiori al sopracitato ed al precedente At The Soundless Dawn. Se non altro bastavano due autentici manifesti e vertici come Hail of bombs e A swarm, che suggellavano un disco con qualche momento di stanca soprattutto nella seconda parte. Sempre meditativi e muscolari, crepuscolari ed energetici, riflessivi e fragorosi, i Red Sparowes hanno incarnato alla perfezione un punto d'incontro fra il post-rock ed il post-metal, forti di una line-up con elementi talentuosi e dalle provenienze più disparate. Erano l'evoluzione sintetica e personale di un incrocio fra gli Explosions In The Sky e gli Isis strumentali. Ce li ricorderemo a lungo.

venerdì 15 marzo 2019

Fabio Fabor ‎– Aleatoric Piano Collages (1970)

Album cult della prima library ad opera di un master della categoria (di lui ho già disquisito in occasione dell'altro pezzo forte della sua discografia, Pape Satan). Come da didascalico titolo, si tratta di una serie di schizzi pianistici dalla componente aleatoria molto marcata, più o meno equamente divisi fra piano preparato e normalmente suonato. Dodici numeri, tutti molto brevi come da manuale, di pura ed altissima classe sonorizzante: le atmosfere sono inquietanti, le interferenze fisiche sulle corde interne donano effetti spigolosi e raggelanti, interrotte da poche ma ben poste sonatine vagamente romantiche.
Un flusso magistrale che stranamente (o forse per motivi di diritti) non è stato ristampato; se dovessi indicare un modello di musica astratta, credo che nominerei questo capolavoro.

mercoledì 13 marzo 2019

Oxbow ‎– 12 Galaxies (2008)

Live acustico contenuto in un doppio cdr limitato, abbinato al debutto Fuck Fest, ad opera della Hydra Head, come limited edition release del tour europeo nel 2008. Le liner notes sono strambe ed a tratti incomprensibili: Eugene Robinson le chiude dicendo enjoy, perchè potrebbe non esserci più un concerto unplugged degli Oxbow.
Nulla di più falso, ESR; negli anni successivi questo formato troverà spazio nella discografia, anche se di nuovo sottoforma di cdr, con il Live at the Bam. Evidentemente 12 Galaxies (nome tratto dal locale di San Francisco dove si è tenuto l'evento, e presuppongo per davvero pochi intimi) deve aver aperto una certa breccia artistica. Ed è compensibile, perchè il quartetto fa faville e fa emergere il proprio lato più arty, senza elettricità e senza effetti. Ospite tal Kyle Bruckmann che di tanto in tanto starnazza in un oboe ed in un corno inglese, in via del tutto dissonante, segno di una joint venture probabilmente neanche concordata con largo anticipo.
Un trio di classici del passato e poi i piatti forti di Narcotic Story. Servono altre spiegazioni e/o delucidazioni?

lunedì 11 marzo 2019

Dinosaur Jr. ‎– Where You Been (1993)

L'avrò già scritto da qualche parte, ma il valore affettivo permette la ripetizione. Il primo Rockerilla che comprai (Gennaio 1993) recava i Dinosaur Jr in copertina, ai quali andava la massima esposizione in vista dell'uscita di Where You Been, loro quinto album, secondo su major dopo Green Mind. Perso da un po' Barlow, Mascis trovava finalmente il suo zenith professionale, giungendo alla maturità con un disco perfetto negli equilibri. Lasciati alle spalle gli enormi, influenti oceani di distorsione in cui annegavano le sue melodie, complice anche lo stile pulito al basso di Mike Johnson distante anni luce dallo strumming caotico di Lou Barlow, facilitato da una produzione assolutamente impeccabile (ascoltare in cuffia per credere; è un privilegio che non mi capita quasi mai, ma in questo caso fa davvero la differenza), con delle varianti di arrangiamento che spezzano i ritmi con sapienza come la letargica Not the same e la raffinata Goin home. Ovvio poi che il meglio stia nelle consacrazioni automatiche di Out there, Get Me (ricordo dell'epoca, il video su Indies, una mini-storia a base di noia e frustrazione tipicamente americana che esplode con l'assolo finale) e What else is new, roba da far invidia a Neil Young che in quel periodo guardava al mondo alternativo con molta attenzione.
Ah, l'intervista a J Mascis nel giornale era davvero curiosa; famoso per le sue risposte laconiche e monosillabiche, in realtà fu abbastanza loquace e simpatico, per quanto simpatico possa essere J Mascis. Soltanto che, rileggendola dopo 25 anni, ritengo che le domande non fossero molto interessanti da un punto di vista professionale...

sabato 9 marzo 2019

Silver Mt. Zion – Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything (2014)

La reunion dei Godspeed non ha fermato i SMZ; semmai ne ha soltanto rallentato l'attività produttiva, che al momento è rimasta a quest'ultimo, dal quale ormai è passato un lustro.
Il nucleo fondativo Menuck-Amar-Trudeau si è stabilizzato con la Moss ed il batterista Payant, e la coesione del quintetto ne guadagna. Al netto delle fasi pastorali, Fuck Off è un disco piuttosto tempestoso ed assordante. Potremmo definirlo Godspeed-core, oppure punk-prog; la prima metà del disco, con Fuck Off Get Free e Austerity Blues sugli scudi, è composta da lunghe digressioni tirate allo spasimo, i SMZ non sono mai stati così veloci ed aggressivi, eppure la componente epica classica del loro trademark prima o poi risorge e fa andare tutto in climax.
Non deludono mai neanche loro, come i Godspeed (anche se l'ultimo in realtà non mi ha entusiasmato..): sembra tutto ovvio e scontato, ed invece continuano ad esaltarci con la loro essenza, così umile e grandiosa al tempo stesso.

giovedì 7 marzo 2019

S.F. Seals ‎– Truth Walks In Sleepy Shadows (1995)

La californiana Barbara Manning è una cantante/chitarrista/cantautrice che negli anni '90 avrebbe potuto sfondare a livello commerciale: il suo indie-pop aveva il potenziale per attirare buone masse, anche se non aveva niente a che fare col grunge, e neanche tanto col college-rock. Peccato che abbia sprecato il suo talento cristallino con un animo evidentemente inquieto che l'ha portata a fondare e sciogliere gruppi a ripetizione.
Con S.F. Seals fece due album con la Matador, di certo cosciente di questo potenziale. Truth walks in sleepy shadows è un gioiellino di umile artigianato pop; la Manning, inquadrata in uno schema impeccabile, non spreca una nota nè una sequenza strutturale e sa dividersi fra numeri grintosi e ballad trasognate (forse il suo lato migliore, con le splendide Bold Letters e Ladies of the sea) con una disinvoltura notevole. 
Un disco perfetto per i primi tramonti autunnali.

martedì 5 marzo 2019

Pinetop Seven ‎– Pinetop Seven (1996)

Un vero peccato, che Darren Richards abbia mollato tutto per fare l'avvocato; davvero non me l'immagino a svolgere questa professione, uno con un animo musicale così discreto ed elegantemente rustico. Con i suoi P7 ha pubblicato una manciata di dischi folgoranti di cantautorato alt-country leggermente sofisticato, che non rinnegava le sue radici americane ma le innalzava ad uno stadio superiore, grazie anche ad una maestria di songwriting solitamente appannaggio dei grandi, nonchè per una ricerca sugli arrangiamenti da fine cesellatore.
Una carriera peraltro in crescendo, con il capolavoro assoluto The night's bloom in cima alla lista, ma forte anche di una tappa intermedia come Bringing home the last great strike. Ad inizio corsa, Richards guidava un quintetto comprendente il polistrumentista futuro Boxhead Ensemble Charles Kim, e autoprodusse il proprio debutto. Neanche un anno dopo i tizi tedeschi della Glitterhouse, sempre con le orecchie ben aperte, lo importavano in Europa per diffondere giustamente ai 4 venti una prova di classe immediata. E' roots music, in fondo, ma con quel sottile strato di sofisticazione e di velata malinconia che travalica le retrograde ottusità yankee a piedi pari. Forse arrivò un attimo tardi per il rinascimento post-folk; meritava molta più esposizione, almeno quanto un Grant Lee Phillips.

domenica 3 marzo 2019

Black tape for a blue girl ‎– A Chaos Of Desire (1991)

Uno dei vertici di Sam Rosenthal ed il suo gotico ambientale, appartenente alla prima fase più trasognata e solenne, priva delle componenti più dark che saprà sviluppare nelle fasi successive. 
Una piccola pattuglia di vocalist si alterna nel corso delle 12 tracce, con la maggioranza assegnata ad Oscar Herrera, forse non dotatissimo ma perfettamente calato nelle atmosfere, che a più riprese denunciano una certa influenza Dead Can Dance. La maestria di Rosenthal comunque si dipana immutata in un rosario caleidoscopico, sempre tendente al nero ma con aperture di grande ispirazione. Certo, le sonorità sono un po' datate, ma la perfezione formale è quasi assoluta.

venerdì 1 marzo 2019

Om – God Is Good (2009)

Abbiamo apprezzato la reunion degli Sleep ed anche il ritorno dei Grails, ma senza che neanche ce ne siamo accorti sono ormai sette anni che gli Om non fanno un disco nuovo, così il decennale è l'occasione buona per andare a ripescare il loro massimo capolavoro, quel God Is Good che avevamo potuto saggiare dal vivo pochi mesi dopo l'uscita. Primo disco con il grande Emil Amos e registrato come sempre impeccabilmente da Steve Albini, sorprese in positivo per il parco innesto di nuovi strumenti (chitarra, piano, flauto), contiene la suite definitiva del metal-mantra Thebes, rotolante ed ossessiva, la meditazione Mediation is the practice of death, la Cremation Ghat in due parti, divisa fra freddo dub bianco (con una parte di basso che non credevo Cisneros fosse in grado di elaborare) e splendida aria indiana, con un orchestrazione da brividi (e l'evidente mano di Amos, ormai uno specialista di queste creazioni). Tre anni dopo Advaitic Songs si porterà un po' più in là come ambizione, ma senza la necessaria lucidità per confermarsi a questi livelli.

mercoledì 27 febbraio 2019

Scream From The List 80 - Thirsty Moon ‎– You'll Never Come Back (1973)

Ensemble tedesco che fu più di una meteora, dato che realizzò ben 5 dischi nell'arco del decennio dorato del kraut-sound. Con il quale non aveva ovviamente nulla a che fare: il settetto infatti si sbizzarriva liberamente in un jazz-prog colorito ed esuberante metà strumentale e metà cantato, certamente poco innovativo ma dalle indubbie radici crucche; è un po' come quando per l'it-prog o l'it-jazz si tira fuori l'appellativo mediterraneo; io nei TM ci sento l'atmosfera dell'Oktober Fest più intellettuale che ci sia, a modo suo affine ai Grobschnitt, ma con meno prosopopea e più attenzione alle parti soliste. Molto in vista il sax e la sezione ritmica, impeccabili.

lunedì 25 febbraio 2019

Hawkwind ‎– Quark, Strangeness And Charm (1977)

Che fosse per forzatura o per decisione, nell'anno del punk gli Hawkwind non erano più i grandi dinosauri di Space Ritual e dintorni; Lemmy era stato licenziato dopo un arresto, Nik Turner se n'era andato, il gruppo aveva cambiato etichetta e Bob Calvert si era insediato in pianta stabile già dall'anno precedente. Nonostante gli eterni dissidi interni, il quintetto che dava alle stampe QS&C appariva ben coeso e dotato di un suono più asciutto ed essenziale, sintetizzato in modo esemplare nell'eccezionale Damnation Alley, punto d'incrocio perfetto fra il classico space-rock e la new-wave ancora in stato embrionale. In sostanza, le ingombranti (seppur gloriose) spirali spazialoidi di Dik Mik e Del Dettmar erano ormai un ricordo, sostituite dal talento cristallino dell'ex-High Tide Simon House, diviso fra tastiere e violino.
Preso nel suo complesso, QS&C non passerà come il loro miglior album ma appare un concentrato molto efficace nel saper distribuire acid-rock, pop abrasivo, suggestioni arabeggianti, ipnosi elettroniche e propulsioni ritmiche incessanti come da manuale. Cosa che nel 1977 non era per nulla scontato per dei dinosauri come loro.

sabato 23 febbraio 2019

National ‎– Sleep Well Beast (2017)

Ogni disco che esce dei National (e non accade spesso, ogni 3/4 anni, perchè sono saggi ed avveduti a mantenere la propria integrità) mi aspetto un tonfo, una caduta, un'incrinatura. E invece gli anni passano e loro non perdono un grammo della loro classe; potranno piacere o non piacere, ma non si può mettere in discussione il fatto che il loro status personale sia scolpito sulla pietra di quest'inizio millennio. Come tutti i gruppi più resistenti, la line-up è granitica e non perde un colpo (forte anche del fatto di avere due coppie di fratelli) ed il trademark è inconfondibile; al limite si potrà colpevolizzarli di avere poco coraggio, ma evidentemente al loro lavoro ci tengono e la 4AD è pur sempre un'azienda che deve far quadrare i conti. Non si può, a mio avviso, imputare ad entrambi questa mancanza, specialmente da quando la musica è gratis.
Sleep well beast quindi, solita classe, solita macchina automatica compositiva, ed ancora non ci siamo stancati. Bravo Berninger a rischiare con dei toni più alti, chè il suo tenore è bello ma ci sta anche gracchiare un po' più su; bravi i gemelli Dressner come sempre a trovare quelle melodie ariose che si incollano al cervello al primo ascolto, bravi a mischiare un po' le carte con un bell'innesto di elettronica (e bravo il batterista ad accettare umilmente di essere sostituito da un beat, immagino senza fare tante storie) e più di una trance situation che fa lievitare il disco fino alla title-track posta a fine corsa, che curiosamente ricorda i Radiohead di Kid A virati in electro-croonering.

giovedì 21 febbraio 2019

I.A.M Umbrella ‎– The Sound Of Shadows Breathing On Themselves (1995)

Terza ed ultima testimonianza discografica del duo californiano, e come nel caso del primo Nowhere, rilasciato da una label tedesca. Nel mezzo c'era stato il bellissimo Gift of roots and wings, rivelatorio di un suono davvero peculiare che con The Sound of shadows... trovò una specie di quadratura del cerchio. Un'ambient ritualistica, con delle connotazioni etniche ma fuori dagli stereotipi che il termine si tira dietro da più di 30 anni. Un insieme che unisce tribalismi ed astrattismi in un colpo solo, con un uso saggio dell'elettronica ed una varietà di ambientazioni davvero notevole. Meritavano ben altri riconoscimenti invece del dimenticatoio totale, nonostante le sonorità fossero inconfutabilmente di quell'era; erano davvero bravi.

martedì 19 febbraio 2019

Metal Hearts ‎– Socialize (2006)

Duo di neanche ventenni americani che nel 2006 se ne uscirono con questo album guadagnandosi la fama di un Blow Up, nella categoria riquadrini marroni del reparto Waves. L'entusiasta recensore di turno profetizzava un roseo futuro per i due ragazzetti, che invece fecero perdere le loro tracce nonostante la buona esposizione della indie Suicide Squeeze di Seattle.
Socialize è un disco scarno e scabro, ma dalle indubbie capacità melodiche. Rifiuto l'accostamento agli Arab Strap in toto, premetto, dovuto forse alla drum machine; semmai i due riescono in un'agile mix fra Pinback, Modest Mouse e l'indie rock della K Records di un quarto di secolo fa. In fondo in fondo, è un pop schietto ed intimista, semi-acustico e sostanzialmente maturo per quelli che erano dei teenagers; anche Pitchfork profetizzava su di loro, asserendo se non scopriranno la Playstation possono raggiungere i livelli espressivi di Cat Power in men che non si dica. Altro che la grandine....

domenica 17 febbraio 2019

Japan ‎– Quiet Life (1979)

Di fatto fu un nuovo debutto, dopo i due primi, interessanti ma ancora sostanzialmente acerbi, un po' retrogradi e non indicativi delle prodezze di cui sarebbero stati in grado, sia qui che col successivo Gentlemen. Fu l'eleganza innanzitutto a rivelare una nuova identità, con le tastiere elettroniche a disegnare scenari inquietanti, spiraliformi, a tratti di derivazione teutonica, come a denunciare quella componente mitteleuropea che invadeva l'animo di David Sylvian.
Qualche ingenuità non mancava, ma considerando l'età (all'epoca il nostro aveva soltanto 21 anni) dopotutto è perdonabile. Restano i capolavori: Despair, il capostipite della hyper-ballad pianistica tenebrosa ed ammaliante, In vogue, il disincanto sospinto mid-tempo autunnale-fantascentifico, The other side of life, la proto-sinfonia struggente anticipatoria delle meraviglie soliste. Dietro al leader, brillano tutti di luce propria esecutiva: un Karn eccezionale, un Barbieri polivalente per tutte le stagioni, un Jensen poliritmico, da rilevare perchè spesso sottovalutato.

venerdì 15 febbraio 2019

Lapse ‎– Heaven Ain't Happenin' (2000)

Secondo ed ultimo di Chris Leo e gentil donzella Yasuda, a riprova dell'animo inquieto di questo moderno cantore delle nevrosi metropolitane americane. Nessuna progressione particolare rispetto al precedente, soltanto una conferma del talento e più piacevole (all'epoca) perchè ormai si era metabolizzato lo split dei Van Pelt: seppur con dispiacere, ci si era messi il cuore in pace.
Due i principali tronconi che dividono Heaven: la sferzata elettrica saltellante e storta come da tradizione leoiana (spettacolari Buffet, S.o.s. e Basilico Basilica, con tanto di esilarante citazione partenopea) e le divagazioni ombrose memori dei Van Pelt (Aerial). Fra questi due filoni la Yasuda si inseriva da non protagonista, con la sua voce esile e felpata, contribuendo in modo determinante alle due anomalie dell'album, che poi alla fine ne costituiscono gli highlights: la suadente Fruit e la metronomica, splendida Hachi, con cantato in giapponese e progressione fra le migliori in assoluto di tutta la carriera di Leo.

mercoledì 13 febbraio 2019

Kraftwerk ‎– Ralf & Florian (1973)

Terzo e spartiacque. Innanzitutto il titolo del disco, che sembra una dichiarazione d'intenti: un paio d'anni prima c'era stato il turnover coi Neu!, inclusa la "vacanza" di Florian, auto-dimissionatosi per qualche mese. Come cambiano le cose: se non fosse tornato da Ralf, come sarebbe andata la storia?
R&F è quindi il primo disco suonato interamente dal duo, ed è la perfetta mediazione fra le escursioni dei primi due coni stradali e le progressioni autostradali che dall'anno successivo in poi li porteranno in orbita. Il pezzo simbolo è Kristallo: sbuffi meccanici metronomici fanno da sostegno ad elucubrazioni di spinetta. E poi i titoli di coda, con l'Ananas Symphonie, 14 minuti di distillato ambient. Non resterà fra i loro classici, ma quanta classe che distribuivano a piene mani.

lunedì 11 febbraio 2019

Keith Kenniff ‎– Branches (2011)

Secondo (ed ancora ultimo al momento, escluso l'EP Portraits) album di KK a proprio nome, uscito appena un'anno dopo l'eccellente soundtrack The Last Survivor. Branches invece si è trattato di un episodio a sè stante, non commissionato ed intestato a sè stesso in quanto a suo avviso non lo trovava calzante nè per Helios nè per Goldmund. Difficile dargli torto, in quanto si tratta di un disco piuttosto colorito in cui i sinfonismi si sposano con i glitches e le classiche atmosfere da soundtrack la fanno da padrone (suggestiva l'orchestra sintetica di Immersion ma soprattutto la vetta di Here e l'elegia mesta di Letters). Insomma, adattissimo ad un immaginario film drammatico ma non troppo, diciamo che lo immaginerei ben incollato ad un capolavoro come il cileno The Club, uno dei più bei film degli ultimi 10 anni a mio parere.

sabato 9 febbraio 2019

SubArachnoid Space ‎– Delicate Membrane (1996)

Primo (e migliore) album del quartetto californiano, uno di quegli acts che a metà anni '90 Scaruffi portava a conoscenza italica sulle pagine di Rockerilla, con quelle sue fredde e colorite recensioni che solleticavano il palato della curiosità più morbosa, salvo poi scoprire che i cd import costavano un'occhio della testa e ricacciare via rapidamente l'idea di essere fra i pionieri.
Dico migliore perchè a differenza del secondo (selvaggio ma casinista) e del terzo (controllato ma incompleto) Delicate Membrane è l'autentico manifesto di un genuino ed incessante Rombo lisergico, elaborato in presa diretta e parto di una psichedelia galattica che discendendo dai primi Pink Floyd scorrazzava in soluzioni avvolgenti e molto, molto drogate. Un album piuttosto lungo ma mai noioso, festival delle chitarre e con un appiglio ritmico pesante e dinamico.

giovedì 7 febbraio 2019

Grouper ‎– Grid Of Points (2018)

Quindi Ruins non era una parentesi, no. Quelle delicate e riverberate composizioni per piano e voce non erano lo sfogo di un periodo limitato, di un soggiorno in Portogallo; rappresentavano il debutto di un nuovo corso, che trova la sua sublimazione (e speriamo non il proprio termine) in Grid Of Points, spostando il baricentro di un personale massimalismo un po' più in là.
22 minuti appena, che sembrano ridursi sempre più man mano che gli ascolti si susseguono; Liz Harris è divina. Prolifica e puntuale per il suo primo decennio di carriera, questa volta ha aspettato 4 anni per realizzare 7 pezzi di stellare intimismo; durante la lavorazione si ammalò e fu costretta ad interrompere, ma non tornò sul materiale e consegnò il master alla Kranky, rifiutandosi di allungarne il contenuto. Liz Harris è saggia e le sue 7 nudissime ed estatiche songs risuonano come se provenissero dalla stanza di fianco. Sono di un calore e di un umanità che ha dell'irreale, che azzera totalmente lo stile espanso-stratificato che l'aveva fatta conoscere al mondo, e che aveva indiscutibilmente rivelato un talento fuori dal comune: con questo ritorno alla terra e ad una semplicità che più spartana non si può, Liz Harris compie una metamorfosi che forse non è piaciuta a molti. Essenziale, allo stato straordinario, per me.

martedì 5 febbraio 2019

Michael Mantler ‎– Silence (1977)

Era un vero e proprio organizzatore di eventi, il buon Mantler: un'anno dopo lo splendido Hapless Child si ripetè con la messa in musica di uno scritto del drammaturgo inglese Harold Pinter. Punto in comune col precedente, oltre alla sua signora Carla Bley, il buon Bob Wyatt che oltre a fornire una delle tre voci cantanti/recitanti si destreggiava alle percussioni dimostrando di sentirsi tutt'altro che vinto dalla paralisi. L'altra voce protagonista era nientemeno che Kevin Coyne; completavano il quadro il grande chitarrista Chris Spedding ed il bassista americano Ron McClure.
Trattandosi di un lavoro molto teatrale, l'unico difetto di Silence è l'omogeneità, quasi paradossale per un continuum tragico e drammatico (evidentemente il tipo di atmosfera preferito dall'austriaco) in cui 3 voci si alternano e dibattono senza mai sovrapporsi. Ma è soltanto il dettaglio minore, perchè i suoni sono quelli che ancora resistono all'invecchiamento ed in fondo stabilivano un superamento elegante agli stereotipi in declino del Canterburysmo. E poi un disco con Wyatt ha sempre qualcosa in più, c'è poco da fare.

domenica 3 febbraio 2019

90 Day Men ‎– To Everybody: (2002)

Ricordo un'intervista a traino di To Everybody, (in verità accolto con relativa freddezza come tutti e 3 dischi dei 90DM) in cui lo straordinario drummer Cayce Key riassumeva in una frase il senso dell'evidente mutazione del gruppo, e faceva più o meno così: sul primo disco sono stato narciso, volevo dimostrare la mia bravura a tutti i costi; adesso l'amalgama viene prima di tutto, ed è importante che tutti gli strumenti siano sullo stesso piano. Non è che su To everybody le sue grandi doti vennero meno, ma la metamorfosi fu traumatica rispetto ad un debutto che era già stato sensazione immediata: l'avanzata gerarchica di Lansangan, che costellava costantemente col suo piano elegante, contribuì alla materializzazione di uno splendido post-prog, modernissimo e luminoso, che mediava fisicità e cerebralismi, tecnicismi ed atmosfere crepuscolari con una maestria da instant classic. 6 pezzi per 38 minuti, neanche un secondo sprecato o inferiore; dovendo proprio citare i momenti migliori, andrei per il lungo mantra di Saint Theresa in ecstasy, divino esercizio di minimalismo che Mark Hollis avrebbe volentieri fatto suo, il minuetto con allucinazioni allegate We Blame Chicago, l'accorata e barocchissima Alligator ed il finale di A national car crash, che recupera parzialmente la foga del debutto, ma posseduto dalla nuova vena emotiva che lo rende oro colato. 
A 17 anni di distanza, il valore netto cresce, alla faccia di tutti quelli che li hanno ignorati.

venerdì 1 febbraio 2019

F/i ‎– Out Of Space & Out Of Time (1993)


Si sa ben poco di questo CD nel 1993: zero note interne, ma scandagliando la discografia si scopre che è un assemblaggio che pesca dall'LP Why not now? Alan e dallo split con i Boy Dirt Car del 1986, in seguito antologizzato nella ristampa australiana del 2001 che includeva anche il masterpiece Space Mantra. Insomma gran casino ma la sostanza non cambia: free-psych-freak-space-fuzz-rock in libera uscita galattica, in forma di jam ovviamente, dai toni scuri e minacciosi. La grinta lisergica asservita su strutture circolari, con una potenza anche ritmica inusuale per queste zone grigie.
D'altra parte gli F/i provenivano da una zona lontana dai centri nevralgici dell'arte americana, il nord del Wisconsin, e come in tanti altri casi analoghi si seppero ritagliare una propria forma (per quanto la dipendenza dai modelli degli anni '70 fosse evidente) ed espressione.

mercoledì 30 gennaio 2019

A Place To Bury Strangers ‎– Pinned (2018)

Prosegue a fasi alterne la carriera del trio di Oliver Ackermann. Dopo l'ottimo Exploding Head ed il medio Worship c'era stato un passo indietro con lo scialbo Transfixiation, culminato con l'addio del batterista che oggi è rimpiazzato dalla validissima Lia Braswell, che conferisce anche svariati controcanti. Una diversificazione allo stile tipico che con Pinned vede anche una riduzione dei muri chitarristici ed annebbia un po' lo scenario con un goccio di elettronica ed atmosfere più rarefatte. E' sempre dark-punk molto espanso, ipercinetico e nevrotico, la sostanza non cambia, (Joy Division e Loop sono sempre il massimo punto di riferimento), ma questa volta anche le composizioni funzionano ed i nostalgici ne trarranno post-soddisfazione.

lunedì 28 gennaio 2019

Scream From The List 79 - ZNR ‎– Barricade 3 (1976)

Atto d'esordio di Hector Zazou, personaggio francese che nel corso degli '80 e '90 diventerà un crossoverista internazionale di elettronica e world, finendo per collaborare con tantissimi illustri fra cui Sylvian e Budd, solo per nominare i miei preferiti. Da giovane invece era un tastierista convenzionale in questo duo con tal Joseph Racaille; un duo abbastanza slegato, a dir la verità, dato che l'80% del materiale era farina del sacco di HZ e che i rispettivi spiriti espressivi sembrano abbastanza distanti. Più classico e posato Racaille, più coraggioso ed articolato l'altro, anche in termini di arrangiamenti, generalmente molto scarni quando non limitati alle due tastiere ed alle voci. 
Satie, Canterbury ed i Red Krayola di God Bless... sono i nomi che vengono in mente per primi all'ascolto, per un disco trasognato, svanito ed eterogeneo che svia parecchio dai suoni di quell'epoca, ripiegando su un morigerato post-cantautorato post-classico e situato in un area indefinibile. Per questo Barricade 3 è classificabile come una mosca bianca che di certo non sarà ricordato come pietra miliare, ma dalle peculiarità tutte sue.

sabato 26 gennaio 2019

Fall ‎– This Nation's Saving Grace (1985)

Una piccola celebrazione un anno dopo la morte di MES ci sta, e credo sia giusto con uno degli albums più ricordati nella sterminata discografia dei Fall. Ho un opinione molto positiva della fase Brix Smith, quella che va dal 1983 al 1989; l'influsso che la consorte / chitarrista americana diede ad uno stile già peculiare di suo fu decisivo nel mischiare le carte; i detrattori sostengono che li fece deviare pericolosamente verso il pop, io sostengo che se pop fu non fu mai becero nè scontato nè piegato alle leggi di mercato, e This nation's saving grace ne è prova fumante, piccolo miracolo di varietà ed omogeneità, con almeno 3/4 perle da antologia (Gut of the quantifier, Paintwork, Cruisers Creek, L.A. + lo spudorato omaggio ai Can I Am Damo Suzuki, di cui solo un'arrogante spaccone come MES poteva impunemente non accreditare ai tedeschi neanche una royalty!). Difficile dire se sia il miglior disco dei Fall, non mi sogno neanche lontanamente di completare le mie lacune e dubito che i Fall abbiano mai fatto un miglior disco. Uno dei migliori credo proprio di sì.

giovedì 24 gennaio 2019

Fausto Rossi ‎– Blank Times (2012)

A tutt'oggi ultimo prodotto di FR e finale di una breve fase di rinascita fra il 09 ed il 12. In fondo lui ha sempre centellinato le produzioni, concentrandole in periodi ben definiti, probabilmente di ispirazione debordante.
Blank Times vira sul classicissimo, nel senso che non è uno shock come il suo precedente; cantautorato rock per chitarra-basso-batteria asciutto e stringato, liriche miste italo-inglesi (a volte persino nello stesso pezzo), grande mestiere; molto meno eversivo di L'erba, ma tutt'altro che un colpo di spugna, vede un FR non certamente pacificato, forse rassegnato e più sognatore.
A dispetto del contesto tradizionalista, il dna vince per manifesta superiorità con un manipolo di pezzi irresistibili come Sogni, Names, Il Vostro Mondo e soprattutto Can't explain, una perla di rara bellezza.

martedì 22 gennaio 2019

Cows ‎– Whorn (1996)

Giunti quasi a fine corsa, i Cows erano una garanzia nel bene e nel male. L'eversione dei dischi iniziali era progressivamente declinata e all'ottavo di nove Whorn la loro professionalità era al picco, nonostante la registrazione live in studio. Dopo la sublimazione di Sexy pee story non restava loro che la sfida di poter eguagliare tali livelli, di confermare la loro depravazione sonora in un quadro ben delimitato dalla crescente professionalità raggiunta.
Whorn quindi non toglieva nulla alla loro cifra stilistica, e provava a crescere con gli psicodrammi di Divorcee Moore, A Oven, Tropic of cancelled, in cui il loro proverbiale noise-punk si tinge di tratti jesuslizardiani e/o blueseggianti. Ed anche quando i ritmi si rallentavano, i veri eredi dei Dead Kennedys in fondo erano loro.

domenica 20 gennaio 2019

Eluvium ‎– False Readings On (2016)

Matthew Robert Cooper continua a dispensare con generosità la sua classic ambient metafisica, sempre sotto l'egida protettiva della Temporary Residence. Alterna dischi sperimentali o comunque più criptici (come l'ultimo Shuffle drones) ad altri più focalizzati e compiuti, se vogliamo maggiori, come questo False readings on che prosegue sul suo stile più core, un po' sporcato, alla Tim Hecker ma sempre col suo piglio personale ed immediatamente riconoscibile. Lasciati alle spalle gli svolazzi neoclassici di Copia ed i timidi approcci pseudo-cantatoriali di Similes, in questo episodio Cooper inserisce comunque voci miste (dalle corali alle operistiche) in un firmamento di estatiche escursioni, all'insegna di una solennità imponente, piacevole conferma di un artigiano dei giorni nostri, baciato dall'abilità di confermarsi su alti livelli.

venerdì 18 gennaio 2019

Acetone – Cindy (1993)

Venticinque anni fa questo debut-album del trio californiano era nella mia wishlist, a causa di una di quelle recensioni che solo PS sapeva elaborare; passionale ma distaccata, lucida ma incantata. Intendiamoci, la mia wish-list dei tempi conteneva tanti titoli quanto circa 10 volte potessi permettermi di acquistare: meditavo giorni, settimane, mesi prima di rompere il maialino e decidermi ad ordinare. E gli Acetone non erano neanche in alte posizioni di quella classifica: era uno di quei cd che avrei comprato solo se l'avessi trovato drasticamente scontato, cosa che ovviamente non accadde mai, vista l'edizione indie. E poi chi ci ha pensato più? Solcarono i '90s con altri 4 album ma io li ignorai e poi il bassista nel 2001 si suicidò, facendo terminare la loro corsa nel dimenticatoio generale.
Qualche mese fa Blow Up pubblica un 20 Essentials a tema slow-core, e toh, guarda chi si rivede. Un'altra casella vuota, ingiallita ed appassita che finalmente si riempie con soddisfazione. Certo, l'inserimento nella categoria appare molto forzata, ma per dovere di riempimento gli Acetone non sfigurano di certo. In Cindy di slow-core ce n'è poco, ed è anche molto buono, ma non era certo quello il cuore della loro espressione: immersi fino al collo nel passatismo (Neil Young su tutti, chitarra solista compresa, ma anche Grateful Dead e Velvet Underground), i tre godevano di una produzione moderna, piena e rotonda, e di un canzoniere di tutto rispetto dal ventaglio ampio, dalla ballad trasognata all'attacco diretto e sanguigno. Nonostante le evidenti capacità e l'ingaggio da parte di Young stesso nella sua Vapor verso la fine del decennio, purtroppo vennero inghiottiti dall'incomprensione del grande pubblico, a causa del loro essere anomali; come giustamente ha scritto Pitchfork They were too rootsy to be shoegazers, too woozy to be alt-country, too classic rock for slowcore, too casually Californian to be mere Velvet Underground revivalists. Dopo 25 anni, è bello scoprirli e farsi un viaggio nell'aria di quei giorni.

mercoledì 16 gennaio 2019

Don Caballero ‎– American Don (2000)

Fotografia di un gruppo allo sbando, American Don segnava la resa di Damon Che alla leadership di uno Ian Williams sempre più preponderante. Il drummer fondatore risultava stranamente sotto controllo, per non dire sedato, piegato alle trame sempre più minimaliste e pulite (zero virgola uno per cento di distorsioni in tutto l'arco) del chitarrista, in quell'anno alle prese anche col secondo Storm And Stress. In quell'ottica progressiva di maturazione, American Don potrebbe essere anche visto come l'estremo anteprima dei Battles, con Che impegnato in uno stile che anticipa il futuro John Stanier, oppure come l'appendice professional-rock degli stessi SAS, vista anche la comune presenza del bassista Erich Emm.
A parte queste considerazioni, era logico immaginare che American Don fosse un disco di non ritorno: le prodezze acrobatiche del passato erano finite ed una nuova frontiera era stata oltrepassata, che piacesse o no: dopo una ventina d'anni, secondo me è da rivalutare ampiamente.

lunedì 14 gennaio 2019

Sisters Of Mercy ‎– Some Girls Wander By Mistake (1992)

La raccolta di tutta le messe di 7" e 12" che scandirono la prima parte di carriera dei SOM, fino al sospirato debutto a 33 giri. Devo ammettere che per anni ed anni li ho snobbati ingiustamente ma ora li sto rivalutando alla grande, nonostante la grande limitazione della drum machine: l'antologia risulta spezzettata, com'è ovvio vista la cronologia, e le debolezze non mancano (la cover di 1969, un paio di strumentali prolissi e puramente riempitivi), ma abbondano perle di programmatico dark-punk come Valentine, Burn, Body Electric, Anaconda, Watch. A tratti acerbi (ed un po' succubi di Bauhaus, Cure e Joy Division) ma ancora poco sofisticati ed istrionici come si sarebbero poi sviluppati, i SOM degli inizi erano un'espressione perfettibile ma già autentica istituzione del dark.

sabato 12 gennaio 2019

Chris Cornell ‎– Euphoria Morning (1999)

Più per perseguire il ricordo dello scomparso che per il ventennale. Ed anche per rivalutare un esordio solista che all'epoca, in verità, non apprezzai. Era forse, preventivamente, a causa del risentimento; si tendeva ad imputare a CC la responsabilità principale dello split dei Soundgarden, e la generale accessibilità di Euphoria Morning rappresentava, a pensiero di tanti, un colpo di spugna.
Ora, la mente non è fresca, perchè il suicidio di CC resta un dispiacere immutato. Nemmeno lui che era un simbolo degli attributi della scena più baciata dal successo degli anni '90 ce l'ha fatta. Diciamo che il successo commerciale solista l'avrebbe meritato (e voluto, perchè no?), ma il fatto che non arrivò con Euphoria Morning fu un segno del destino. Molti fan dei Soundgarden gli voltarono le spalle, anzichè cercare in esso quel dna cantautoriale che CC aveva sparso nei vari album; uno stampo mutuato da modelli come Fell on black days, Just like suicide o Burden in my hand che aveva ancora tante soluzioni da poter coniare, come le meraviglie di EM: Steel rain in primis, un climax emotivo degno di Limo Wreck, ma anche Moonchild, Follow my way, e l'inaspettato e sorprendente alternative-soul di When I'm down.
Un album generalmente pacato e dai ritmi medio-lenti, che non gli portò fortuna e gli fece cambiare idea sul percorso artistico da seguire (preferisco non dilungarmi sugli Audioslave, che non ho mai sopportato). Nel dolce ricordo di questo grande cantante, con una perla memorabile che impersonava perfettamente il suo stato d'animo del periodo:

giovedì 10 gennaio 2019

Loop – A Gilded Eternity (1990)

L'ultimo album dei Loop è forse il meno ricordato dei tre; solitamente (e io non sono da meno) il loro zenith si identifica in Heaven's end, ma in prospettiva futura resta un caposaldo; rispetto a Fade out la produzione fu più aperta e professionale e vi sono molto affezionato perchè comprai questo cd dalla copertina dorata su di cui restavano impresse le impronte digitali.
A gilded eternity è innanzitutto una questione di ipnosi: sono 10 mantra (anzi 9, perchè Nail will burn è ripetuta due volte...) in forma compiuta, ma esattamente con lo stesso schema ripetuto dall'inizio alla fine. Logico, si trattava di un album di transizione verso altre forme, nonostante la compartecipazione di stili del passato (Arc-Lite Sonar, Breathe into me), che poi non sono neanche la free-form dei Main, semmai più la meta-psichedelia degli Hair & Skin Trading Company. Il meglio sta nelle terre di nessuno come Blood, Shot with a diamond o nelle ultime scorie di energia pura come Afterglow, From centre to wave, Vapour.
E' bello rispolverare certi cd che non ascoltavo da tanti anni ed uscirne con l'opinione rafforzata. E fu un peccato che i Loop si fermarono in un momento di maturità come questo.

martedì 8 gennaio 2019

Burning Witch ‎– Crippled Lucifer (1998)

I primi passi nel professionismo di Stephen O'Malley, all'insegna di un doom-metal super-compatto, duro e puro, non proprio ciò che lasciava immaginare l'aria di allegri cazzoni nella foto sopra. Il giovane chitarrista menava mannaie in uno stile forse non originalissimo ma esemplare, alla guida di un quartetto che in vita rilasciava due lunghi EP ivi raccolti, per poi sciogliersi.
In Crippled Lucifer possiamo sentire i germi in embrione dei Khanate, quando il vocalist enigmaticamente denominato Edgy 59 si inerpicava sulle soluzioni più stridule ed impervie: la particolarità fu che il primo dei due EP fu registrato da Steve Albini, che non sapevo si fosse cimentato in sonorità di questo genere. Al di là di tutte le considerazioni, una testimonianza preziosa, non soltanto per le prodezze che O'Malley si stava preparando a compiere, ma anche per un capitolato doom modello.

domenica 6 gennaio 2019

Mercury Rev ‎– Boces (1993)

Che importanza ricopriva David Baker nell'economia dei primi MR? Che ne sarebbe stato di loro se fosse rimasto in formazione dopo Boces? Sono sicuro che i fans (numerosi) che hanno guadagnato Donahue, Friedman e Grasshopper a partire da fine millennio non si pongono più di tanto questa domanda. Chi invece, come me, resta convinto che i primi due album siano stati piccoli capolavori di moderna psichedelia, si sente legittimato a farlo. Che sia stato giusto poi evolvere verso altre forme, più arty e raffinate, è un altro discorso. L'influenza dei Flaming Lips era evidente soprattutto negli slanci più melodici, come del resto si era evinto dal debutto, ma la follia dirompente del sestetto di Buffalo sapeva travalicare ogni sospetto di mutuazione e rendeva il loro suono una formula speciale, schizoide, gioviale e gioiosamente originale.

venerdì 4 gennaio 2019

ÄÄNIPÄÄ ‎– Through A Pre-Memory (2013)

Esperienza presumibilmente one-shot fra O'Malley e Vainio, con un album da 80 minuti circa, ovvero 4 pezzi per 20. Uscito su Mego ed accolto con relativa freddezza dalla stampa di settore, Through a pre-memory non aggiunge granchè ai curricula artistici dei due, ma dopo 2-3 ascolti rivela tutta la sua forza e soprattutto stabilisce un format difficilmente imitabile e/o replicabile; grazie alla presenza di Alan Dubin, per un quarto d'ora circa riesce a far materializzare l'ultra-spettro Khanate in salsa electro-glitch-dronica, come a dire che O'Malley aveva ancora qualcosa da esprimere in quel glorioso filone abbandonato in fretta e furia qualche anno prima. A prescindere da questo, come negli altri 99 progetti in cui ha fatto parte nella sua vita, il giacca-di-pelle seattleiano riesce ad interagire con l'interlocutore della situazione in maniera efficiente, con il solito gusto della sfida impertinente: Vainio fa il suo ed insieme tirano fuori questo electro-drone-doom apocalittico, spezzettato, angoscioso, con apice nelle partiture d'archi di Mirror of mirror dreams.

mercoledì 2 gennaio 2019

This Kind Of Punishment ‎– In The Same Room / 5 By Four (1993)

Il terzo ed ultimo album dei TKOP, uscito postumo nel 1987 e ristampato in cd nel 1993 dalla Ajax insieme all'EP 5 by Four, che di fatto era stata l'ultima pubblicazione in vita, un'anno dopo il secondo A beard of bees. Lo split dei fratelli Jefferies fu probabilmente dovuto a due correnti che si respingevano: il grandissimo Peter diretto verso forme sempre più incompromissorie vs. Graham, voglioso di maggior respiro melodico ed apertura verso forme leggermente più canoniche, testimoniata da alcune ballad anemiche che cozzano un po' contro i capolavori del disco, cioè On Various days, Don't go, Ivan Fjordovitch, già ricchissimi di quei connotati di alto cantautorato sperimentale in dote a Peter. Il miracolo della comunione d'intenti riusciva soltanto nella splendida Overground in China; se i bros avessero potuto concretizzare un intero disco con questi risultati saremmo a parlare di una band storica, invece ne ricordiamo le gesta considerandoli un work in progress, seppur nobilissimo e progenitore delle prodezze future di Peter.

lunedì 31 dicembre 2018

Cure ‎– Torn Down: Mixed Up Extras 2018

Mentre si vocifera che siano in studio alle prese con un nuovo disco (e non è che la notizia mi entusiasmi un granchè, in verità), Ciccio Smith continua la serie di rimasterizzazioni prendendo in esame Mixed Up, che nel 1990 iniziò una famigerata serie di brutalizzazioni a base di elettronica. Ho quasi sempre detestato i remix dei Cure, trovandoli prolissi, inadatti e vacui. In un periodo vuoto come questo, è quasi inevitabile che Ciccio ci si butti a pesce ed infatti l'output è stato addirittura triplo: rimasterizzazione dell'originale, secondo disco di lati-b 82-90 (alcuni dei quali già conosciuti su Join the dots) e terzo di nuove rielucubrazioni, per l'appunto Torn Down.
Sulla scia retrospettivale che corrisponde all'inesorabile china degli ultimi 15 anni, sono 18 pezzi in ordine cronologico, ciascuno per ogni album. E sorpresa, sono quasi tutti molto buoni, persino quelli più recenti. Ovvio che il maggior interesse verta sul vecchiume ed è curioso che le scelte siano tutt'altro che scontate; M, A Strange Day, Just One Kiss, Like Cockatoos e Plainsong non furono certo gli hits principali dei rispettivi album. Il bello è che Ciccio trova un equilibrio sonoro davvero invidabile, per una rendition generale più organica possibile, con delle soluzioni arrangiative che da lui non mi sarei aspettato. Che la saggezza lo abbia avvinghiato ai 60 anni?
In massiccia heavy rotation per me in questi giorni la Bright Birds Mix 2018 di The Drowning Man, una meraviglia stratosferica da inserire nel best dei best.

sabato 29 dicembre 2018

Scream From The List 78 - Deutsch Amerikanische Freundschaft ‎– Produkt Der Deutsch-Amerikanischen Freundschaft (1979)

La storia dei tedeschi DAF, legata essenzialmente al cantante Delgado, al batterista/programmatore Gorl ed ai loro minimali ed ossessivi synth-driven-anthems, ebbe un inizio profondamente no-art-wave, con questo album composto da 22 schegge impazzite. Il quintetto, registrato il tutto col vocalist di origini spagnole, fece retromarcia e lo fece accomodare in sala d'attesa, epurando la sua performance dall'output finale; diciamo la verità, non se ne sente la mancanza. Il suono selvaggio, lo-fi ed ispido di Produkt parla di una band fuori dagli schemi imperanti all'epoca, sia del punk che della prima new-wave; una specie di versione meno colta dei This Heat o spastica dei Chrome, debordante di creatività e nichilismo sui generis. Di lì a poco si trasferiranno a Londra in cerca di fortuna, e presto si ridurranno al duo storico che si toglierà più di una soddisfazione a livello internazionale. Ma questo infuocato debut album resterà per sempre il loro zenith artistico.

giovedì 27 dicembre 2018

Narassa ‎– Tensione Dinamica (1974)

Episodio per così dire minore della library nazionale, generalmente poco citato nei servizi speciali dedicati. Dietro lo pseudonimo si celava il sassofonista Sandro Brugnolini, che resta più che altro ricordato per la coppia Over e Underground del 1970, più legato allo spaghetti-lounge-sound in auge in quegli anni, in tema di sonorizzazioni e soundtracks. Tensione dinamica ha comunque ottenuto il riconoscimento della ristampa in vinile in anni recenti, più precisamente nel 2016 da parte della milanese specializzata Intervallo. In esso si alternano disincantate e languide bosse, pseudo-jazz da scena carica di suspence, acquarelli astratti alla Fabio Fabor, striature di oscillatori, rasoiate drammatiche di mellotron; un prodotto nella media, più indirizzato ai completisti che ai novizi. Attenzione; per media intendo una che resta altissima, e con disinvoltura.