domenica 4 agosto 2019

Joanna Newsom ‎– The Milk-Eyed Mender (2004)

Lo shocking-debut della californiana, poco più che ventenne, su Drag City, subito dopo esser stata "scoperta" da Will Oldham. Cresciuta in una famiglia di musicisti folk e mossi i primi passi come tastierista di un paio di oscure formazioni, la Newsom estraeva uno strumento insolito come l'arpa, la sua voce acuta ma soprattutto un manipolo di pezzi clamorosi, rivelatori di un talento raro nel saper creare scenette bucoliche ma con un vigore ed una tenacia narrativa che strega letteralmente.
Cosa se la ragazza avesse imbracciato una chitarra acustica al posto dell'ingombrante, complessa arpa? Non sarebbe stata la stessa cosa, e la sua maestria tecnica nel creare ragnatele sarebbe rimasta scoperta. Un disco fuori dal tempo, che conserva ancora qualcosa dei cantautori classici (chissà perchè, alcuni passaggi mi hanno ricordato Kevin Coyne...) ma è ben rivelatorio delle prodezze che di lì a qualche anno avranno sconvolto il mondo indie.

venerdì 2 agosto 2019

Modest Mouse ‎– This Is A Long Drive For Someone With Nothing To Think About (1996)

Sono stato così deluso dai loro ultimi album che mi sono dimenticato dei primi due dei Modest Mouse, due disordinate prodezze in grado di rilevare la vera eredità dei Pixies (ma non solo) iniettando ulteriore dose di follia allo stato puro. Uscito in doppio vinile, This is a long drive... fu una sensazione immediata per tutta la stampa ma ai tempi ero troppo preso da altre cose e lo ignorai, salvo poi venirne fulminato dopo qualche anno, facendo il paio con Perfect From Now On dei Built To Spill, in tema di quella America in grado di unire metropoli e ruralità in un colpo solo, con punti di vista talmente personali da restare scolpiti nella pietra. Dramamine, Lounge, Ohio, Tundra/Desert, Talking Shit About A Pretty Sunset, le perle più significative di un disco lungo da consumare ancora avidamente.

mercoledì 31 luglio 2019

Antlers ‎– Hospice (2009)

In attesa di un ritorno dopo il disco dell'anno 2014 che si fa sempre più sospirato, un tuffo agli esordi di Peter Silberman, con quello che viene decantato dai più come il suo apice espressivo. Hospice è un concept filosofico, fatto di storie drammatiche e dolorose, che si dipana attraverso un intimismo ed un lirismo quasi indicibili, un emo-songwriting che come un ottovolante passa da stati catatonici ad esplosioni pop come se nulla fosse. L'impresa mirabolante di Silberman però è quella di trasmettere una genuinità ed una spontaneità che sono captabili come la nebbia quando ci si cammina attraverso, persino nei momenti più stucchevoli, nelle leziosità più banali e ruffiane (più o meno un quarto del lotto). Il riferimento più ovvio fa correre il pensiero ai Radiohead da cameretta (Atrophy, Shiva, Epilogue), grazie anche al falsetto di Silberman, ma è soltanto un impressione, perchè la voce di questo autore è assolutamente personale.
Non un capolavoro come l'hanno dipinto in diversi, a mio avviso (l'ho conosciuto dopo Familiars, quindi la distorsione temporale mi ha impedito forse di apprezzarlo appieno), e limitato anche nella sua forzata dimensione di concept, ma senz'altro una tappa fondamentale di avvicinamento allo status che oggi Antlers possiede.

lunedì 29 luglio 2019

Screams From The List #85 - Verto ‎– Krig / Volubilis (1976)

Altro oggetto non identificato d'oltralpe, riconducibile al chitarrista J.P. Grasset, ma in questo disco coadiuvato da un manipolo di musicisti connazionali, soprattutto il bassista Gilles Goubin che risulta coautore in quasi una metà del materiale. Si inizia con Krig, ed è già il pezzo forte: un poderoso mix fra lo Zeuhl ed i King Crimson di Starless, con tanto di violino funambolico. Ma nel proseguio il disco è piuttosto slegato, passando di palo in frasca, rievocando Magma, Lard Free ed in qualche tratto anche i grandissimi Archaïa. Segno di un notevole talento ma forse disperso nella precarietà delle situazioni, nel non avere una support band costante e/o completa. Grasset denotava ottime doti chitarristiche e visioni creative in testa, come testimoniato nei 18 minuti di Strato, un deliquio solipsistico a base di effetti, di folate tremebonde, di psichedelia distorta, come un Gunther Schickert in preda al delirium tremens e con poca sensibilità. Un occasione sprecata, forse, un nome minore ma degno di essere preso in esame.

sabato 27 luglio 2019

Pere Ubu ‎– The Art Of Walking (1980)

Il primo dei due album di Mayo Thompson con i PU, un cerchio che si chiudeva talmente ovvio da destrutturare i PU stessi, prossimi allo split. Non si sa quanto esso fu dovuto a MR. Red Krayola, ma andò così. Già il precedente New Picnic Time aveva segnato una separazione seppur provvisoria; in effetti doveva essere una faticaccia immane mettere in suono visioni così destrutturate ed astratte. Fu un passo ancora più in avanti verso la follia, con un buon pugno di pezzi dalla ritmica annullata in favore di pseudo cabaret post-nucleari (con Ravenstine senza freni, rumorista incontrollato); ad un altro pugno venne riservata la propulsione Maimone-Krauss, ed a mio avviso restano i migliori, eredità di una prima stagione in procinto di passare in archivio. Con Thomas sorridente e gigantico a benedire ogni passaggio, oppure seduto alla batteria come in Lost In Art, riuscendo a stabilire un record di assurdità, regredendo ad uno stato quasi infantile.

giovedì 25 luglio 2019

Peter Hammill ‎– X / Ten (2018)

Per i suoi 70 anni PH ha deciso di dare ulteriore risalto a quello che è stato uno dei suoi migliori dell'ultimo ventennio (forse il migliore) con un gesto di vanagloria, che gli si concede volentieri anche soltanto per le sue note di copertina, così posate, da gentleman inglese con un sottilissimo velo di ironia. L'intero From The Trees replicato nell'ordine di scaletta, live in solitudine, estratto fra Italia e Germania, fra il 2017 ed il 2018. Per chi lo ha mandato a memoria come me, un piacere infinito riprendere queste tracce senza i controcanti e gli overdubs (pochi in realtà, ma molto importanti), apprezzandone lo scheletro essenziale e la performance stellare di PH, in una forma vocale inaudita. Ed i proverbiali errori, concentrati soprattutto sulla suprema On Deaf Ears, come sempre mettono a nudo l'artista nella sua immortale performance. Alla faccia della terza età.

martedì 23 luglio 2019

Supreme Dicks ‎– Workingman's Dick (Archival Recordings 1987-89) (1994)

Nel 1993 il mondo scoprì i Supreme Dicks ed il verbo si diffuse, seppur limitatamente a quello che una volta si chiamava underground. Tempo un anno ed a Londra una piccola etichetta, la Freek Records, appena partita a pubblicare cd di artisti carbonari da ogni angolo del pianeta, fece uscire Workingman's dick, antologia di registrazioni risalenti a fine anni '80. Era ben chiaro che l'Europa sarebbe stata più ricettiva della madrepatria per i Dicks, specialmente in quegli anni, e questo ne era una lampante dimostrazione. Il suono, per essere in sostanza dei demos, è discreto; sono 20 tracce che anticipano in maniera diretta Unexamined Life, sia con rimandi espliciti (Hyacinth Girls) che di estrazione compositiva, con pochi episodi legati al lato più free-form dei Dicks. Interessante quindi per capire e riflettere sulla genesi di una band storica, essenza di un espressione unica al mondo, rimasta inimitabile, con tutto il movimento weird del decennio successivo a togliere il cappello, con umiltà e devozione. Come si deve ai Dicks.

domenica 21 luglio 2019

Peter Zummo ‎– Frame Loop (1984-2018)

Recupero oltre-trentennale che ingrassa la magra discografia del grande trombonista americano, documentante una jam in quartetto con Arthur Russell, un percussionista ed un marimbaro. Seppur abbia un po' il tenore di una badilata ad un barile già non grassissimo, Frame Loop ha ben impresso il suo irresistibile carattere di surrealismo che abbiamo conosciuto sul fantastico Zummo with an X, con quello stile grottesco ma elegante fatto di sbuffi, di cicli ellittici, senza virtuosismi, concentrandosi sull'effetto di gruppo. Che nel contesto fa il suo: Russell resta un po' sullo sfondo, la marimba punteggia sorniona, le congas danno lo sprint giusto. Pochi i temi ripetuti all'infinito; resta una jam poco perfezionata ma molto gradevole.

venerdì 19 luglio 2019

Death Cab For Cutie ‎– Something About Airplanes (1998)

Qualcosa sugli areoplani ed in copertina una barchetta di legno stilizzata. Così Ben Gibbard esordiva ufficialmente vent'anni fa, con una full band ed una valigia piena di speranze. Il successo l'avrebbe raggiunto e la sua caratura di autore sarebbe stata consacrata col secondo un paio d'anni dopo.
SAA vive di due contrasti ben marcati: un imprinting compositivo e vocale mutuato da Doug Martsch ma sbilanciato più sulle melodie che sulle chitarre, ed un alternanza di risultati da rollercoaster. Le tracce migliori sono capolavori del pop alternativo: President of what?, Your Bruise, Champagne from a paper cup, Amputations, Line Of Best Fit mi fecero gridare al miracolo, il resto galleggia sulla sufficienza risicata quando non scende nel banalotto. Non era una questione di acerbità, l'autore era già maturo. E quel quintetto di pezzi clamorosi è manuale indie-pop.

mercoledì 17 luglio 2019

ST 37 ‎– Glare (1995)

Coprodotto dalla romana Helter Skelter, Glare fu il secondo ST37, ben 3 anni dopo The invisible college. Non ho ascoltato tutta la discografia dei texani ma mi sento di poter affermare che con ogni probabilità è il loro migliore, perchè sfruttò l'entusiasmo giovanile e stabilì un modello che era estremamente superiore a tutti gli psych-revival dell'epoca, grazie soprattutto al bassista Telles che col suo Precision si imponeva come marcatore punk-wave-core della situazione, donando una fisicità fondamentale.
Glare è un doppio vinile che svaria a 360°: cavalcate alla Hawkwind, radiazioni alla Chrome (la chitarra solista in perenne secondo piano, ma ben udibile, impostata alla Helios Creed), fosche ambientazioni primi Pink Floyd, digressioni cosmiche in libertà alla Ash Ra Tempel; c'è spazio anche per un omaggio di 9 minuti ai Neu!, con il medley HalloHero.
Quasi un'ora e mezza di pura goduria freak-punk, che all'epoca scoprii grazie a Planet Rock che ineffabile trasmetteva i due pezzi sotto.

lunedì 15 luglio 2019

Codeine ‎– What About The Lonely? (2013) (Live In Chicago 1993-10-15)

No, non era il frutto della reunion che mi aveva permesso di vederli dal vivo con grande commozione e nostalgia. La Numero Group l'aveva annunciato con tempismo, che What About The Lonely? era un live del 1993 che meritava di essere ripreso dai cassetti e messo in circolo, a suggello di una santificazione tardiva ma meritata. Il contesto è il glorioso Lounge Ax di Chicago, alla batteria c'è il grande Doug Scharin, il set limitato a 35 minuti, su Tom e Wird David Grubbs fa una capatina sul palco ad ispessire la chitarristica.
Cinque pezzi su 8 sono del di lì a venire White Birch, 2 da Frigid Stars e uno da Barely Real. Il quadro è perfetto, non c'è una sbavatura a parte qualche stecca di Immerwahr che però notoriamente non era un gran vocalist. Il rullante col riverbero e la precisione chirurgica di Scharin, le esplosioni di Engle, l'elegia della lentezza, decisamente su questa grandissima band c'è poco da dire. Non c'erano sorprese in questo concerto, solo conferme della perfezione.

sabato 13 luglio 2019

Therapy? ‎– Nurse (1992)

E' incredibile il fatto che i Therapy? siano ancora attivi, con 15 dischi sulle spalle, senza proprio mai staccare, con Cairns e McKegan indefessi al loro posto, ma credo che rientri nella proverbiale tenacia dei nordirlandesi, che nella storia hanno dato prove di resistenza e determinazione ben più rilevanti. Ricordo che Nurse, primo album su major (rif. collana Cercasi Nuovi Nirvana), fu disco del mese di Rumore. Non voglio certo mettermi a ridimensionarlo, in retrospettiva erano tempi particolari in cui le corporazioni facevano il bello ed il cattivo tempo e i Therapy? non sono passati alla storia, e Nurse resta un buon prodotto di alternative-rock, appena screziato di noise, qui parecchio influenzato dai Killing Joke, con punte di diamante nelle psicosi di Teethgrinder e Zipless, nei carichi di spleen di Disgracelands e Gone, e nel dub deviato di Deep Sleep. La produzione dopotutto era effettivamente da major, un po' compressa forse, ma l'affetto resta immutato.

giovedì 11 luglio 2019

Blues Control ‎– Puff (2007)

Registrato un mese prima di quel piccolo gioiello che fu il loro primo album, Puff è un 5 tracce che ben esemplifica la genesi del BC sound: tragitti lunari a base di minimalismo psichedelico, ai limiti dell'ambient, con delle sparute rasoiate di chitarra fuzzata che prenderanno il largo su BC, in questa sede limitate ad un paio di pezzi. Un anteprima del meglio che questa coppia di scoppiati ha saputo fare, in grado di accoppiare in un colpo solo kraut-ambient, noise-blues e psichedelia pura distillata in salsa ultra lo-fi.

martedì 9 luglio 2019

Meat Puppets ‎– Meat Puppets II (1984)

Cow-core. Ecco la definizione di un disco che poteva essere definito di transizione; il trio dell'Arizona passava in un men che non si dica dal feroce hardcore del primo disco ad un ibrido di punk e country che aveva del proditorio, ma erano anni fertili per queste contaminazioni, soprattutto se si incideva per la grande SST di Greg Ginn.
Merito anche della sbocciatura di Curt Kirkwood come cantautore, in grado di passare da esagitate danze country-core a finissime ballad elettrificate di diretta discendenza Neil Young, come i 3 famosi pezzi che diedero ai MP il quarto d'ora di visibilità in tutto il mondo nel 1993 grazie all'unplugged dei Nirvana. La sensazione finale è quella di un disco molto fisico ma anche molto svanito (il canto), proiettato in una dimensione parallela; è questo senso di disorientamento che lo rende speciale ed unico, a modo suo. Il successivo si sveglierà un po' dal semi-torpore e punterà sull'aspetto divertente di un suono in progressione.

domenica 7 luglio 2019

Areknamés ‎– Love Hate Round Trip (2006)

Iniziava con un riffone metallico piuttosto fuorviante il secondo degli Areknames, al punto da far aggrottare le ciglia. Erano passati 3 anni dal delizioso debutto e la formazione era mutata, con l'ingresso di un nuovo chitarrista. Il soggettivo disorientamento per fortuna dura poco: tempo un minuto ed i pescaresi si tuffano nuovamente nel loro universo dark-prog con un lunghissimo e labirintico album (concepito come doppio, come ben precisato nelle note).
Un lavoro articolatissimo, registrato divinamente, con grandi pezzi come Deceit, Ignis Fatuus, Stray Thoughts, The Web Of Years in evidenza, ma sopratutto uno stile generale improntato all'equilibrio miracoloso di non tediare mai, di non specchiarsi mai sulla propria bravura, ma di creare scenari fantasiosi e stuzzicare la mente con un suono luccicante e orchestrato con grande bravura da Michele Epifani, sempre più bravo a smarcarsi dalle influenze PH/VDGG. Un capolavoro di neo-prog difficile da ignorare per gli intenditori, negli ultimi 20 anni.

venerdì 5 luglio 2019

Gerardo Iacoucci ‎– Industria - N. 1 (1972)

Ristampa della Intervallo del 2017, uno dei pochi Iacoucci realmente di servizio, come recitano le note di copertina dell'originale Canopo del 1972. Le immagini e le situazioni del nostro tempo devono essere commentate da sonorità vere che bene esprimano la realtà sonora dell'epoca in cui viviamo. Siamo andati nelle fabbriche e nelle officine ed abbiamo registrato il rumore delle macchine sul quale abbiamo sovrapposto dei particolari effetti musicali eseguendo poi un accurato mixage dei suoni. Il disco che vi proponiamo è quindi il risultato di questo nuovo esperimento discutibile forse, ma senz'altro interessante. La fabbrica dunque è la reale protagonista di questi brani e pertanto non abbiamo voluto influenzare l'ascoltatore con titoli specifici dati a ciascun brano perchè sarebbero necessariamente risultati troppo approssimativi.
Non serve aggiungere un granchè. Iacoucci svisa sopra queste sonorità col suo piano schizoide ed ottempera allo scopo prefissato con proverbiale maestria. 

mercoledì 3 luglio 2019

Roly Porter ‎– Life Cycle Of A Massive Star (2013)

In attesa di un ritorno con i tempi giusti ed umani, rispolvero il secondo Porter, forse il meno entusiasmante in mezzo a due mezzi capolavori di elettronica post-moderna come l'eccitante debutto Aftertime ed il terzo intimorente Third Law. Un disco di transizione, si è scritto altrove, forse perchè più concentrato sulle scansioni di suono anzichè sulle dinamiche. Ma quanti pivelli avrebbero carte false per confezionare l'ipercinetica intermittenza di Cloud, con una coda sinfonica digitale pressochè prossima all'acustica? L'angoscia industriale di Gravity, sfociante in un evocativo loop di suono rievocante un clarinetto, è il top dell'album. Il resto del lotto, fra immobilismi estatici e pulviscoli abrasivi, finisce per essere schiacciato dai quasi 20 minuti delle due tracks sopracitate, per questo Life Cycle non resterà il suo episodio migliore.

lunedì 1 luglio 2019

Magazine ‎– Secondhand Daylight (1979)

A grande velocità, i Magazine fecero 4 dischi ed un live in neanche 4 anni. Successo poco e riconoscenza critica forse anche meno, e la reunion celebrativa del 2010 non portò loro ulteriore gloria. E' il destino di un gruppo che ha abusato del proprio talento e della propria ambizione, senza riuscire a sfornare un hit che uno che li portasse in alto nelle classifiche.
Il secondo della serie, Secondhand Daylight, vedeva un nuovo scalino di elaborazione sia a livello compositivo che a livello di produzione. Anche se occorre ammettere che non contiene certe perle che comparivano sull'inarrivabile Real Life, la ricerca estetica e artistica generale è stratosferica. Le due tracce di quell'asso che era John McGeogh svettano (la graffiante Talk to the body e l'elegantissimo strumentale The Thin Air), Formula gli sta di poco sotto con le elaboratissime Feed The Enemy e Back To Nature, Adamson suona più pressante e coesivo con I Wanted Your Heart e Believe that I understand. Meno convincenti e fantasiose le tracce firmate da Devoto, che a posteriori forse avrebbe fatto meglio a concedere più spazio ai compagni. Ma sono dettagli, perchè il disco nel suo insieme fa del lavoro collettivo il suo punto di forza, negli arrangiamenti e nei minimi dettagli di questo art-wave di massima eccellenza.

sabato 29 giugno 2019

Built To Spill ‎– Live (2000)

La celebrazione di Doug Martsch in chiusura di millennio, di una fase storica permeata dagli esordi ancora imperfetti, un capolavoro assoluto (Perfect from now on) ed un difficile quarto, Keep it like a secret, anch'esso imperfetto ma sublime a modo suo. Live è un disco vanitoso, prima di tutto, perchè fare una versione da 20 minuti di Cortez the killer ed allungare ad altrettanti Broken Chairs significa sprecare del tempo con interminabili sbrodolamenti chitarristici in cui avrebbero potuto eseguire, ad esempio Made Up Dreams o Out of site. I problemi però finiscono qui, perchè bastano versioni epidermiche di I would hurt a fly, Randy described eternity, Stop the show a regalare brividi sulla schiena. Il trio di chitarre fa faville, la flemma è quella della casa, il trademark marchiato a fuoco. Oltre all'omaggio a Santo Nello Giovane, un'altro paio di covers di gruppi oscuri (Halo Benders e Love As Laughter) ed un paio di ripescaggi dei primi tempi completano il quadro. Che è sempre imperfetto, come tutta la carriera di BTS, ma unica al mondo.

giovedì 27 giugno 2019

Screams From The List #84 - Iannis Xenakis - Electronic Music (1997)

In realtà il capitolo di riferimento sarebbe Electro-Acoustic Music, edito originalmente nel 1970, ma questa ristampa del 1997 ha avuto il merito di aggiungere altre due composizioni al poker originario. In tutto fanno 6 numeri composti e registrati fra il 1957 ed il 1992, col filo conduttore del nastro magnetico come strumento di creazione. Effetto finale, il temibile suono elettro-acustico ultra-avanguardistico dell'architetto greco trapiantato in Francia dopo la seconda guerra mondiale, un abisso impenetrabile di fonti sonore così terrene ma alienanti da un qualsiasi senso dell'orientamento. Eccezionali Orient-Occident (con percussioni ad integrare la bolgia) e Bohor, un gorgo industriale di 21 minuti.
Fa letteralmente paura; durante la grande guerra vide la morte in faccia, perse un occhio, ma si riprese a Parigi, diventò architetto e sviluppò delle teorie della "musica" applicata alla matematica. Che gran testa.

martedì 25 giugno 2019

Bluetile Lounge ‎– Lowercase (1995)

Ero convinto di aver ascoltato praticamente tutto dello slowcore quando un po' di tempo fa BU fece un 20 Essentials che non mi aspettavo per niente. Era ora che si tornasse alle radici di quando nacque la fanzine, e la sorpresa dei Bluetile Lounge è stata molto gradita. Si trattava di un quartetto australiano vissuto in diretta all'epoca, che pubblicò soltanto due dischi ma fece in tempo a guadagnare l'attenzione di Sonic Youth e Low, che fecero campagna a loro favore. 
Lowercase è composto di 5 tracce fra i 6 ed i 12 minuti, in un mix inopinato di Codeine e Red House Painters. Un disco svenevole, svanito, dal suono solenne e raccolto. Avrebbe giovato loro sicuramente una voce meno scarsa, ma appare chiaro che era solo un contorno in queste elucubrazioni dell'anima, in questi girovagare trasognati. Le due chitarre, sempre pulite, si impastano nel mix in un cicaleccio costante, lasciando la ritmica in secondo piano.
Al termine del disco vien voglia di metter su The White Birch, ma questo non significa che non si meriti un bel 7,5/10. Sarà anche la convinzione che se l'avessi ascoltato all'epoca, sarebbe diventato un piccolo classico personale. E sì, nel 20 Essentials credo che ci stia proprio bene.

domenica 23 giugno 2019

Cat Power ‎– Moon Pix (1998)

Una Chan Marshall d'annata ci sta, anche soltanto per contrastare le delusioni che ci ha appioppato nell'ultimo decennio. Nell'inverno del 1997 se ne volò in Australia, fece comunella con White e Turner dei Dirty Three e registrò il suo quarto disco, forse il più classico e malinconico della sua prima fase. E' opinione comune asserire che si tratti del suo apice personale, grazie anche al compassato e scarno accompagnamento dei due sodali, ma soprattutto per alcune tracce memorabili come American Flag, Cross Bones Style, Metal Heart, Colors and the kids, litanie a lume di candela, filastrocche tenui in minore, girovaghi rumori dell'anima. Chan, ti ricordiamo così, da tempo non ti riconosciamo più...

venerdì 21 giugno 2019

Claudio Rocchi ‎– Suoni Di Frontiera (1976)

Ristampato ben due volte dalla Die Schachtel prima in cd e poi in vinile, Suoni di Frontiera è il disco electro-library di Rocchi, influenzato dalle correnti tedesche (e perchè no, anche dal primo Battiato) più incompromissorie ma anche dai brevi quadretti di maestri connazionali come Sorgini, Tommasi e Carnini/Zanagoria. Il lato romantico/pastorale del cantautore ha modo comunque di librarsi in maniera piuttosto personale, facendo intravedere qualche bagliore di melodia nella selva di 17 tracce ineffabili, a tratti allucinate, comunque mai gratuite. Disco che rivela sempre qualcosa di nuovo anche dopo parecchi ascolti, e che si è guadagnato le note interne della ristampa da parte di Oren Ambarchi, un tipo che qualcosina lo deve anche a Suoni di Frontiera.

mercoledì 19 giugno 2019

Dymaxion ‎– DYMAXION×4+3=39:21 (2000)

Oscura entità newyorkese, solitamente indicata come un duo anche se la cover sopra raffigura 4 persone col volto coperto da un disco. Già questo in astratto sarebbe un indizio sulla simpatia e/o follia dei soggetto, comunque le info in rete sono pochissime, perchè si fermarono praticamente a questa raccolta che metteva ordine in un poker di singoli/EP pubblicati fra il 1995 ed il 1998, per poi scomparire nel nulla. Peccato, perchè DYMAXION×4+3=39:21 è un vero spasso dall'inizio alla fine, un oggetto volante non facilmente identificabile. Innanzitutto il suono, che sembrerebbe arrivare da qualche cantina umida ben insonorizzata ma attrezzata con poche risorse. Ma soprattutto i 18 strumentali impazziti di art-elettro-post-wave, con un bassone bello contundente, le svisate chitarristiche, le ritmiche saltellanti e l'elettronica vintage a creare scompiglio. Fra i nomi che vengono in mente direi i Can di fine anni '70 (quelli con Czukaj agli aggeggi vari), i grandissimi Swell Maps, certe derive dei Pere Ubu, ma io ci sento persino delle reminescenze del RIO, delle follie jappo, insomma un godibilissimo ed irresistibile calderone di follia.

sabato 15 giugno 2019

Current 93 ‎– The Light Is Leaving Us All (2018)

Passati i bagordi del bellissimo, lussureggiante I Am The Last...., era abbastanza prevedibile che Tibet sarebbe tornato ad una dimensione più raccolta; in fondo, in passato, ogni volta che deviava significativamente dalla strada maestra poi se ne è sempre tornato a casa. Conservati il pianista Van Houdt, il politecnico Liles e l'ossianico Ossian Brown, acquisiti il chitarrista/cantautore Alasdair Roberts e la violinista Boada, DT mette in scena un disco pastorale, dai toni melanconici e solenni, arrangiato in maniera sublime e forte di almeno un poker di episodi eccezionali: Bright Dead Star, 30 Red Houses, Your Future Cartoon, The Kettle's on. Non si parli di classico apoc-folk, per favore, ma semplicemente di una musica da camera austera ed elegante, così come appare oggi il look di Tibet, in completo chiaro anche se un po' consunto, coppola e barba bianca. Ed ancora lunga vita.

giovedì 13 giugno 2019

Roy Harper ‎– Flashes From The Archives Of Oblivion (1974)

Doppio live celebrativo del menestrello britannico per eccellenza, che scomponeva un po' della sua perfezione formale in studio in favore di un approccio psichedelico (gli bastavano un paio di riverberi e delays per partire per la stratosfera) e di una pseudo-teatralità, spesso debordante nella gag vera e propria (un paio di lunghi numeri di cabaret, sinceramente skippabili per chi non è madrelingua).
Una partenza tranquilla con i pezzi più morbidi e riflessivi, ed il delirio a partire dall'eccezionale Me and My Woman, dal leggendario Stormcock, una delizia anche se spogliata del suo arrangiamento. A seguire la mia preferita del suo repertorio, South Africa, che si trasfigura letteralmente, poi i 16 minuti elettrici titanici di Highway Blues ed il gran finale di One Man rock and roll band. Un poker finale da brividi che precede una coda in studio, con la delicata Another Day ricca d'archi e MPC Blues, tirata allo spasimo.
Giù il cappello, sempre.

martedì 11 giugno 2019

Thom Yorke ‎– Suspiria (2018)

Impresa del buon TY che esordisce come sonorizzatore a 50 anni, dietro grande pressing del regista Guadagnino, che si racconta averlo tampinato per mesi pur di convincerlo. La soundtrack è un massiccio di 25 tracce che va opportunamente ritenuta tale nell'ascolto slegato dalla visione, e lo vede molto a suo agio calato in un atmosfera tipicamente Argentiana, con le dovute sfumature del caso. Ha dichiarato di esser stato influenzato molto da Pierre Henry, dai Faust e dai Can; per il primo si può concordare nell'ambito dei frammenti più avanguardistici, neanche troppo horror. Dei Can l'influenza sui Radiohead è una certezza da almeno 22 anni, per quanto riguarda i Faust si tratta di una novità, ma si può concordare. Aggiungerei alla lista anche Arvo Part, che si può intra-udire nelle tracce corali o nei tratteggi più sinfonici, e stupisce non poco il gorgo dark-ambient polifonico di 14 minuti A Choir of one, quello sì un periodo davvero horror.
In mezzo a tutto questo ambaradan, poi, TY ha la capacità di piazzare 4-5 emo-ballad delle sue, di quelle malinconiche, marchiate dal dna col fuoco, che le riconosci al giro di piano o chitarra, al quale segue il falsetto estatico, insomma niente di nuovo ma incredibilmente ispirato, roba che forse JG penserà "ma perchè non le ha tenute per il prossimo nostro album". Suspirium, in versione nuda e poi ricoperta dagli archi, Open Again, Unmade, la dronica Has Ended, sono gemme che arricchiscono il bagaglio storico del soggetto, senza alcun dubbio.

domenica 9 giugno 2019

Syrinx – Syrinx (1970)

Trio canadese di brevissima attività, ma essenzialmente il veicolo di tal John Mills Cockell, che fu il primo in quello stato a possedere un Moog ed è il compositore di questo primo album che fu di una lungimiranza notevole. Sette strumentali di musica cinematica, in cui la famosa tastiera ovviamente è preponderante ma non mancano le composizioni notevoli come Hollywood Dream Trip, una celebrazione in cui il sax punteggia la linea principale, e la lunga Appaloosa Pegasus, un viaggio emozionante sostenuto dalle percussioni. Al netto di alcune, trascurabili svenevolezze '60, la definirei comunque library, con una puntina di minimalismo, ma pensandoci bene anticipò persino certe arie dell'elettronica tedesca e del progressive. Vero pionierismo.

venerdì 7 giugno 2019

Goldmund ‎– Famous Places (2010)

Il 4° album di KK alias Goldmund si caratterizza per un suono arioso, più prettamente ambientale; rispetto alle austerità dei primi albums, uno dei maestri mondiali della contemplazione degli ultimi 10/15 anni si trasferisce all'esterno e manda 15 cartoline da luoghi famosi, presumo della sua terra natia, sempre improntate sul pianoforte ma con parche aggiunte di synth a mettere il grassetto su altrettante melodie atmosferiche, che si riallacciano al primo Roger Eno, quello di Voices per interdersi. Ma il mood è quello inestimabile, umile e meditabondo, di quell'umanità che a tratti riesce a far commuovere (Fort McClary, Hope Avenue, Safe Harbor), che interrompe le frenetiche attività quotidiane, fa chiudere gli occhi e sognare. Perchè KK è eterno.

mercoledì 5 giugno 2019

Rollins Band ‎– Hard Volume (1989)

Terzo album per l'ex-Black Flag e la sua congrega di scalmanati musicisti, sempre più tecnicamente ineccepibili, a tratti un po' vanitosetti ma comunque efficaci nell'accompagnare il leader. Hard Volume in pratica è hard-rock aggiornato ai tempi del post-hardcore, suonato con foga lucida e precisione chirurgica; meglio nei tempi medio-lenti, al netto di un paio di hendrixianesimi non irresistibili. Rollins aveva già da tempo brevettato il suo monocorde declamare, e il complesso dà il meglio di sè nella slam-dance di I Feel Like This e nella melma quasi doom di Love Song. Il risultato è uno psicodramma di strada che forse ha l'unica grande pecca nella produzione, ancora un po' troppo '80 nella batteria, che lascia poco spazio ai bassi.

lunedì 3 giugno 2019

Holy Sons ‎– The Fact Facer (2014)

Emil Amos trova sempre il tempo di fare un disco solista, nonostante i tanti impegni: pare che il suo canzoniere accumulato in adolescenza ammonti a circa 1000 composizioni, per cui ce n'è, di materiale da registrare. Il bello è che ogni suo capitolo non soffre di disomogeneità, è registrato con cura e sembra che acquisisca sempre più confidenza con lo studio, con l'arte degli arrangiamenti (fa proprio tutto da solo); The fact facer è forse uno dei suoi più brillanti, con quel suo sapore classico ed equilibrato fra tradizione ed elettricità. Il songwriting di vaga ispirazione Will Oldham collide con la tipica enfasi Grails, e le grandi canzoni abbondano: Wax gets in your eyes, Selfish thoughts, All Too Free in cima alla lista, e non c'è un titolo brutto e/o scontato. Giustamente, su Thrill Jockey.

sabato 1 giugno 2019

And Also The Trees ‎– Virus Meadow (1985)

Il secondo album del gruppo che John Peel definì troppo inglese per gli inglesi, per avere un successo significativo. Smarcatosi in maniera significativa dall'influenza dark-Cure che contraddistingueva il debutto, il quartetto dei fratelli Jones approdava ad una poetica abbastanza personale, che non rinnegava il gotico ma lo inseriva in un contesto decisamente più elegante, con reminescenze mitteleuropee, qualche aria atmosferica alla Chameleons e qualche grande pezzo che resta in memoria all'istante (Vincent Craine, Jack, Virus Meadow, la mini-sinfonia sintetica di The Dwelling Place). Trovavano così la loro strada peculiare; da notare che il gruppo oggi è ancora attivo, a confermare l'entità di un progetto che non ha mai avuto successo ma grande personalità, alla stregua di altri inglesi periferici come i Legendary Pink Dots, di una caparbietà incrollabile.

giovedì 30 maggio 2019

Jesu ‎– Infinity (2009)

Uno dei dischi più ignorati di Jesu, e parzialmente bocciato persino da Broadrick stesso, che in un intervista lo dichiara un'esperimento non esattamente riuscito come pensava di poter realizzare. Si tratta di una suite di 50 minuti in cui condensa i concetti fino a quel momento brillantemente espressi sui primi due album, mentre lui lo ha elaborato pensando ad una cosa proggy (!).
Mi chiedo cosa avesse in mente di sviluppare, dato che per me invece si tratta di uno dei suoi massimi capolavori; 50 minuti emozionanti, che si articolano su 4-5 temi principali, concatenati ma non ossessivamente ripetuti. Una breve partenza elettronica, una seconda serrata dream-gaze con doppia cassa, poi un rallentamento parziale, un rapidissimo excursus godfleshiano con growl, un emotivo bridge e poi lo stop. 
E' il sogno; un riff sospeso nel vuoto che trasporta in un'altra dimensione. Qui Broadrick tradisce una grande influenza fino a quel momento pressochè insospettabile, che poi diverrà assodata su Ascension: i primi Red House Painters. E' l'inizio della fase slow-core di Infinity, che si dipana per 16 magici minuti. Gli ultimi 10 invece sono la fase ambient, con le scorie chitarristiche che si stratificano una sopra l'altra, su cui mi immagino Mark Kozelek che ascolta compiacente e benedice, pensando, bello, avrei voluto farlo io.
Beh, se questo è Broadrick-progging, prog sia. Ed è chiaro che l'esperimento non si ripeterà, perchè ha ben altro per la testa. Ma Infinity è una delle sue vette, e non m'importa se lo penso solo io.

martedì 28 maggio 2019

Screams From The List #83 - Dies Irae – First (1971)

Ruspante hard-blues da parte di una meteora tedesca; non ci fu mai un Second, per il quartetto di Saarbrucken. Forse il mondo non si è perso nulla, perchè dopo tutto l'output era abbastanza canonico: un hard-rock blueseggiante sanguigno e viscerale, molto british nell'impostazione, non resta decisamente un must per gli amanti dell'epoca, ma ciò che colpisce (oltre al fatto che uno dei componenti era quasi rasato a zero, una rarità assoluta per quei tempi) dopo 48 anni è la qualità assoluta del suono, grazie alla regia in cabina di Conny Plank, autentico deus-ex machina di una stagione irripetibile. Per quanto riguarda le tracce, risaltano quelle con un pizzico di psichedelia annessa, una vena che avrebbero potuto sviluppare in caso di continuazione: le scie galattiche della chitarra in Witches' Meeting e soprattutto l'ipnosi di Trip, che li vede protagonisti anche in un video delirante sotto l'egida della WDR. Erano tempi proprio ruggenti.

domenica 26 maggio 2019

Crass ‎– Yes Sir, I Will. (1983)

L'ultimo album dei Crass, il più estremo, il più selvaggio, il più parlato, forse il meno amato. Al termine della loro missione ne avevano di cose da dire, soprattutto per quanto riguarda la questione delle Falklands, su quella folle incosciente che governava il loro paese. 
Ovvio che la denuncia prevarica e distoglie l'attenzione dal suono, ma che suono; questo era puro free-jazz-punk, soda caustica come se piovesse. La facciata B, Taking Sides, è una tirata chilometrica impossibile da districare. E la A lo è poco da meno, anche se più canonicamente divisa in tracce. E cosa tirano fuori i Crass? Una ballad intimista per canto, piano ed archi, Speed or Greed?, che spezza il disco in due. Se fossero andati avanti anzichè terminare l'anno successivo, sono convinto che ne avremmo sentite delle belle, sotto tanti punti di vista. Ed oggi forse ci sarebbe ancora tanto bisogno di loro....

venerdì 24 maggio 2019

VV.AA. - Music And Migration (2010)

Valida antologia di una label inglese, la Second Language, specializzata in materiali neo-folk, cantautorati artigianati semi-elettronici e derivati. Curata fra gli altri da Glen Johnson dei Piano Magic, supporta un organizzazione benefica che monitora le migrazioni dei volatili in tutto il pianeta.
Contiene 21 tracce per altrettanti artisti, fra cui occorre segnalare senza dubbio i pesi massimi: Vashti Bunyan con una delicatissima delle sue, Xela con un divino echeggiante peregrinare dei suoi, Richard Skelton con una girandola panoramica Carousell, Library Tapes con un carrello pastorale e Leyland Kirby con un escursione light-dark-ambient in stile.
Il resto dei partecipanti non lo conosco, ma qualche bella scopertina c'è: David John Sheppard, Danny Norbury, Heather Woods, Lene Charlotte Holm (puro Grouper-style pianistico con qualche anno di anticipo), Fieldhead, tutti più o meno concentrati su materiali di questa caratura. Due/tre stecche nette ci sono, in ambito folk più canonico, ma ciò non toglie che si tratti davvero di una bella compilazione.

mercoledì 22 maggio 2019

Bernard Parmegiani ‎– La Création Du Monde (1986)

Con quell'aspetto così antico, difficilmente ci si sarebbe atteso un compositore così ardito. Invece il francese Parmegiani è stato un agitatore di suoni d'avanguardia coraggioso e proteso in avanti, oltretutto a partire dai 40 anni in poi, ovvero dai seventies, dopo un lungo apprendistato come ingegnere del suono e sonorizzatore di servizio. In quello che viene definito il suo capolavoro, composto a metà '80, Parmegiani concepisce una "musica" temibile, apparentemente atonale, ma costruita a puntino per stratificare stati d'animo e stimolazione di cellule cerebrali; lo spettro delle frequenze è sbilanciato verso l'alto, con le micropunte a conficcarsi come schegge, le oscillazioni paurose fanno sbalzare da una cassa all'altra. E' ovviamente un ascolto difficile (sono anche 73 minuti, per cui occorre una certa forza di stomaco), ma se si riesce a seguire il filo del discorso si viene premiati con un gorgo avvincente ed avventuroso.

lunedì 20 maggio 2019

Helios ‎– Veriditas (2018)

Kenniff svolta, lievita e levita leggiadro verso lo spazio. Una mutazione inaspettata, ma forse necessaria per il monicker che più ha fatto la gioia delle orecchie di chi lo segue. Dopo aver sfornato capolavori assoluti come Eingya, Caesura, e per ultimo Yume, l'occhialuto del Maine ha aspettato 3 anni per tornare decidendo di recidere con quello stile vincente. Veriditas è il suo disco new-age, in proporzione a quanto realizzato fino a ieri: zero beats/percussioni, chitarra soltanto in un pezzo su 12, poco piano, più che altro un ammasso formoso e vaporoso di synth. Rinunciando a qualsiasi dinamica ritmica, Kenniff si è librato in volo verso lo spazio, carico di Elio ma soprattutto di un austerità mai sentita prima nelle sue corde. Al primo ascolto non l'ho trovato gradevole, in tutta sincerità. Ma è dopo una rigorosa, ripetuta assunzione, che Veriditas trova il suo bandolo, rivela con parsimonia lampi di quel dono naturale che KK possiede, e che assumono maggior valore in quanto circondati da queste siderali e fredde arie.

sabato 18 maggio 2019

Lords Of The New Church ‎– This Is The House (Live 1982)

Questo è per chiudere un trittico, che va ad integrare i due precedenti tasselli: insieme agli Psychedelic Furs (uno dei primissimi post, nel 2007) e ai Wall Of Voodoo, This is the house fu l'altro cd bootleg della leggendaria Beech Marten che raccattai, se non ricordo male, a 1.900 del vecchio conio cadauno fra il '94 ed il '95. Se con le prime due band andavo abbastanza sul sicuro, con i Lords invece andai per tentativo: non li avevo mai sentiti nominare e non avevo modo di recuperare informazioni al volo, ma nome e copertina mi suggerivano un ambientazione piuttosto dark-wave. Mi sarebbe stato sufficiente vedere una loro foto per capire che l'impressione era sbagliata, ma per la cifra ridicola che avevo speso tanto valeva provare.
I Lords erano un quartetto di ex-punkers della prima ora che in sostanza non rinnegavano le radici come tanti eroi della new-wave, ma portavano avanti un suono spigliato ed effervescente, rifiutavano la tecnologia e le innovazioni dei primi '80, rifiutavano qualsiasi velleità di plastificazioni pur adattando i suoni di chitarra e basso ai canoni della grande ondata. Insomma, un riadattamento del 77's sound ad un livello più professionale, una strizzatina d'occhio a qualche concessione melodica ma l'attitudine restava quella, grazie anche alle doti istrioniche del cantante Bators.
Questo live li inquadra ad inizio carriera, ed è un set epidermico, onesto e rotolante. Non erano dei fenomeni (fare il confronto con gli Stooges è un po' impietoso, ma tant'è...), ma facevano il loro sporco lavoro con sudore e passione.
Ah, all'epoca il cd ovviamente non mi piacque, lo prestai a qualcuno a scuola e non rientrò mai a casa.

giovedì 16 maggio 2019

Rivulets ‎– Debridement (2003)

C'è stato un periodo, fra il 2002 ed il 2005, in cui Amundson era una colossale promessa del cantautorato. Le tele fragilissime dell'esordio rivelarono un talento intimista forse ancora acerbo ma con un potenziale enorme. Il terzo album, con la benvenuta crescita di arrangiamenti, non fu il capolavoro che ci si poteva aspettare ma segnava comunque una transizione. Nel mezzo, Debridement documenta fedelmente il passaggio incessante di flussi di coscienza agrodolci, ancora pressochè acustico, col fantasma di Nick Drake in vista e le orme di Mark Kozelek fresche fresche sul sentiero.
Il ragazzo purtroppo non ha rispettato le promesse; dopo You are my home, un lungo silenzio e poi solo dischi deludenti. Non è riuscito ad ergersi su un piedistallo importante, non è diventato un prode titano, ma quel trittico iniziale di nudità dell'anima non me lo scorderò facilmente. Non erano capolavori, ma espressioni di un umanità sconcertante.

martedì 14 maggio 2019

King Crimson ‎– Lizard (1970)

Un piccolo omaggio alle stagioni remote di Planet Rock, ovvero al suo esaurirsi: negli ultimi giorni della sua vita quei due assi di Mixo e Rupert trasmettevano pezzi di lunghezza dai 15 minuti in su, e la Lizard suite si stagliò imperiosa coi suoi 23 e tutto il caleidoscopio magnificente che trasporta. All'epoca del Re conoscevo soltanto il primo e così venni a sapere che c'era altro dopo l'Epitaffio e i discorsi al Vento. Inutile spendere parole su uno dei massimi capolavori del progressive, partorito da un ensemble che definire instabile è un eufemismo, in cui gli ospiti ebbero un importanza capitale, doppiato fra l'altro dall'opening Cirkus, uno degli psicodrammi più riusciti di tutto il Mark I di Bobby Fripp. Leggermente inferiori i restanti 3 pezzi, ma solo per questioni di impossibilità di pareggio.
Dopo tanti anni di non-ascolto, l'effetto è sempre quello delle prime volte; meraviglia.

domenica 12 maggio 2019

Cigarettes After Sex ‎– Cigarettes After Sex (2017)

A dispetto dell'immagine ombrosa e tutto sommato rude dei componenti, il quartetto americano dei CAS esegue in realtà un indie-dream-pop delicato e soffuso, curatissimo ed omogeneo in questo primo omonimo. Il chitarrista / cantante Greg Gonzalez, che detiene il marchio da una decina d'anni a seguito di massicci turnover in formazione, possiede un timbro vocale sottile e quasi femmineo, al punto che ascoltandolo a scatola chiusa lo direi più appartenere a donna mascolina che a uomo, e scrive canzoni con uno stampino fumoso ed illuminato, che prende su da Mazzy Star, Beach House e Slowdive con la consapevolezza di chi vuole provarci spudoratamente (basta leggere un'intervista per capire che razza di ruffiano è questo barbuto texano). E la stoffa sembra proprio averla; K., Opera House, Each Time You Fall In Love e soprattutto Apocalypse (ma che diavolo, non mi si stacca più dalla testa da un paio di giorni, maledetta...) sono piccole perle di manuale dream-pop che riscaldano il cuore e riconciliano col melodismo. E pazienza se l'ultimo terzo del disco perde drasticamente in qualità....

venerdì 10 maggio 2019

Slint - Live 1990-10-27 Wrocklodge - Louisville,KY

Il miglior bootleg che abbia sentito degli Slint. Non ce ne sono moltissimi in circolo, soprattutto quelli dei tempi originari, ma questo si ritaglia l'abusato termine "stato di grazia", oltre ad avere una qualità sonora di media superiore. In quella serata di autunno giocavano in casa, non erano profeti in patria ed il pubblico attivo sarà veramente stato sotto le 50 unità, a meno che tanti altri non fossero immobili con gli occhi rapiti e la bocca aperta per lo stupore.
La congiuntura temporale è decisiva: hanno appena finito di registrare Spiderland e McMahan palesa i segni di una depressione che di lì a poco lo porteranno a lasciare, mettendo la parola fine al mito. Spicca il primo titolo in scaletta, Snoopy: una piccola anomalia di poco più di un minuto, una specie di math-sigletta di poco conto, forse uno scherzo dei ragazzi per contrastare l'imminente, metafisica intro di For Dinner.... Il concerto salta regolarmente fra Tweez e Spiderland (peccato soltanto l'assenza di Washer) ed include anche una dilatata e micidiale Glenn. Unico neo (puramente tecnico) il taglio brutale ad un paio di minuti dalla fine di Good Morning Captain, che ci impedisce di godere il finale. Ma al contempo mi ha portato a rivedere il documentario del 2014, per cercare di capire qualcosa in più, invano.

mercoledì 8 maggio 2019

Foodsoon ‎– Somelove (2005)

Oggetto poco identificabile fuoriuscito da Montreal nel 2005 e titolare soltanto di questo promettente e caustico album. Trattavasi (credo si possa parlare al passato) di un trio chitarra-batteria-nastri, autore di un electro-noise-rock troppo abrasivo per piacere agli amanti dell'elettronica e troppo contaminato per piacere agli amanti del noise. In questa acida contraddizione stava il punto forte di Somelove, fatto di 18 brevi pezzi molto imprevedibili, che prendevano spunti sparsi dei grandi Aufgehoben, dei nostrani Starfuckers, dei dimenticati You Fantastic! e persino qualcosa dei Faust, per un complesso iconoclasta e casinista. Un contesto intellettualoide di fondo ma suonato in maniera brada e selvaggia per essere di avanguardia. Un'anomalia interessante rimasta isolata.

martedì 7 maggio 2019

Umberto Maria Giardini - Live Covo, Bologna 04/05/2019


Mia terza presenza ad un concerto di UMG, e l'ingiustizia prosegue senza pietà. Soltanto un centinaio di presenze sabato sera al Covo, per la tappa casalinga del tour di Forma Mentis. Non è che si spera in un exploit di popolarità da parte sua, soprattutto alla luce di un disco spigoloso (si fa per dire, almeno nelle sonorità) che l'ha fatto perlomeno rinascere dopo le risacche un po' stanche di Futuro Proximo. Ma il fatto che non raccolga consensi resta inspiegabile, a mio parere.
Un po' si spiega anche con l'età media del pubblico, che direi aggirarsi fra i 35 ed i 40 anni. Di certo Umberto non fa proseliti fra i più giovani, ed il suo prezioso cantautoriato resta radicato in un auto-classicismo che difficilmente subirà cambiamenti traumatici in futuro. Ma non c'è problema, ce lo teniamo noi, e anche stretto. 
L'acustica del Covo, si sa, è il suo punto debole. Lo scuro tunnel non favorisce l'impasto di un set che è fragoroso. Tant'è che dopo il 2/3° pezzo, Umberto chiede al pubblico se il volume è troppo forte. Ha ragione, è vero, ma è troppo educato e sensibile per insistere, e nessuno si sente di ammettere e fare outing che sì, i volumi sono assordanti e forse non basterebbe neanche arretrare di 20 metri per assaporarlo meglio. Per cui il pubblico risponde NO, lui sorride e dice Va bene, allora andiamo avanti.
Il trio che lo sospinge è valido. Il chitarrista, ormai fido da diversi anni, è chirurgico e ne apprezziamo le piccole varianti. Il batterista picchia forte, forse un po' troppo, ma è altrettanto preciso. Il bassista fa il suo, l'unico appunto è dovuto alle sue espressioni facciali...
Umberto è il solito, infallibile mostro vocale, e graffia forte anche con le sue Gibson, soprattutto con la SG.  Il repertorio è recentissimo, pesca soltanto dagli ultimi 3 album (neanche un estratto dalla Dieta dell'imperatrice, peccato....), ed ha il suo top nell'energetica accoppiata di Argo e Materia Nera, di gran lunga il frangente più alto di Forma Mentis.  
Dopo un ora e mezza di set, usciamo con le orecchie un po' tramortite nella fredda serata bolognese. Il Covo resta sempre una leggenda dell'alternatività felsinea, e gli vogliamo comunque bene.

 

lunedì 6 maggio 2019

Primus ‎– Sailing The Seas Of Cheese (1991)

Dovessi scegliere il capolavoro dei Primus, propenderei per questo caseificico album. Perchè media alla perfezione le asprezze e le sfuriate degli esordi con l'approccio un po' più serioso del proseguio, riservando la dose giusta di sense of humour. Forse per questo motivo è il loro disco più beefheartiano, ovviamente declinato al funk-metal, ricco com'è di trovate sghembe e geniali, e contiene alcune fra le loro tracce più memorabili (Jerry e Tommy, sarà un caso che le storielle su personaggi fossero le vette?). L'affettività poi recita un ruolo decisivo: lo possedevo in C60 sdoppiata da cd preso in prestito da qualche amico, e su Indies il video di Tommy The Cat era una gag irresistibilissima. E non si fecero mancare niente, neanche la mini-suite progressive Fish On. Una meraviglia che regge fortissimo i suoi quasi 30 anni.

sabato 4 maggio 2019

Phantomsmasher ‎– Phantomsmasher (2002)

Un anno dopo il varo del progetto, Plotkin rilanciava anche col nome: da spacca-atomi a spacca-fantasmi, per un vortice ancor più azzardato, un punto di non ritorno che infatti segnò la fine di questo lato sardonico ed impazzito del chitarrista; di lì a poco avrebbe fondato il più grande gruppo doom della storia.
Svariate soluzioni pervadono Phantomsmasher, che si lancia con un inedito glitch-grind, un elettro-metal per androidi, abrasivo ma persino raffinato a tratti (le linee chitarristiche pulite, dal gusto vagamente avant-wave), un art-core venato di follia digitale. Dopo qualche ascolto molti punti restano irrisolti: ma dove voleva arrivare Plotkin? In un bilancio complessivo, forse un filo inferiore ad Atomsmasher, ma che coraggio...

giovedì 2 maggio 2019

M.B. - Armaghedon (1984 - 2012 Reissue)

Un'unica, colossale, immane, gigantesca allucinazione sonora di Bianchi, l'ultimo titolo prima della pausa di 13 anni complice la svolta mistico-religiosa, accreditata come colonna sonora per un fantomatico film mai realizzato dallo stesso. 47 minuti, il massimo consentito dal vinile riempito come un uovo, con la solita sforbiciata brutale al termine, sostanzialmente un fermo immagine di Phaedra dei Tangerine Dream elevato all'ennesima potenza, che si sviluppa per ondate intercalate. Lato A più astratto, lato B più organico con una vaga parvenza di ritmo nel finale, e che vede persino la comparsa della voce, seppur ovviamente manipolata e distorta. Poco da dire, è un suono che ipnotizza senza compromessi e ti cala in un vortice ineffabile, col punto a favore del fascino vintage della bassa fedeltà, una lezione che risuona ancora oggi in tutto il mondo.