lunedì 15 giugno 2020

Deep Freeze Mice ‎– Saw A Ranch House Burning Last Night (1983)

Quarto album dei DFM, avvenuto in una fase delicata della storia decennale della band; la transizione attraverso l'unico cambio di line-up, col batterista fondatore Summers presente soltanto in una parte del disco e poi dipartito. A causa di questo, Jenkins & compagnia si arrangiarono usando una drum-machine gestita da tal Dawn Leeder, nelle liner notes addetta a unreal drums, percussions, spaghetti bolognese. L'ironia super-british dei Mice va sempre ricercata ma era una certezza così come il loro art-vaudeville-wave-pop, puro ed intransigente. Il battito elettronico non andava ad intaccare più di tanto il loro stile: You took the blue one, Sagittarians, Under The Cafe Table, Hitler's knees gli highlights, con un Jenkins sempre più ispirato a guidare le vignette surreali marchio di fabbrica. Ogni disco dei Mice che scopro, penso che siano stati incredibilmente sottovalutati ed ignorati, a causa anche dell'epoca in cui esistirono.
La ristampa (ovviamente autoprodotta) in cd del 2015 ha accoppiato alla track-listing ben 12 bonus-tracks di imprecisate differents sessions e di un live a Leicester del 1982, contenente quindi estratti dei primi 3 album, col ripescaggio fra l'altro delle leggendarie I met a man who spoke like an UCCA form e Peter Smith is a banana, rese con una grinta davvero notevole.

sabato 13 giugno 2020

Om – BBC Radio 1 (2019)

Ho apprezzato gli arabeschi ed i misticismi di Advaitic Songs, ma li ho ritenuti un piccolo passo indietro rispetto all'ispirazione divina di God Is Good. Passati 8 anni, speravo in un nuovo album, invece lo scorso Ottobre è uscito un live alla BBC di mezz'ora, che propone per 3/4 materiale di AS, riservando a GIG soltanto la divina Cremation Ghat.
Non molto da dire, quindi, se non una più che valida occasione per tornare all'ascolto, per far scaldare il nuovo polistrumentista Tyler Trotter (uno del giro Zak Ryles, nonchè militante nei Watter), nonchè per saggiare le acrobazie di un sempre più scatenato Emil Amos. E confidare in un ritorno in studio, chè di questi tempi abbiamo sempre più bisogno di un conforto interiore.

giovedì 11 giugno 2020

Hair & Skin Trading Company ‎– Over Valence (1994)

Lo spirito più genuinamente ipnotico degli ultimi Loop fu mantenuto in vita dagli H&STC con un trittico di albums fra il 1992 ed il 1995. Il primo fu un po' troppo raffazzonato, il terzo fu una deriva un po' troppo rumoristica; Over Valence, il mediano, il migliore. Si tratta di un lungo dispiego di psichedelia acida in 2/3 capitolati d'impostazione: l'evocazione ai limiti dello shoegaze (Go Round, On Again Off Again), la sfuriata con chitarre pesanti e ritmi frenetici, l'ambientazione desertica degna dei Loop (Take Control, Sub Surface), mixate in maniera saggia durante la track listing. Purtroppo non ebbero quasi nessun riscontro, nè di pubblico nè di critica; ma questo album va comunque ricordato come vero erede dei Loop post-mortem.

martedì 9 giugno 2020

Skaters ‎– Mountaineer Skyness Of Majestic Planes (2008)

Ovviamente la creatura non faceva parte degli Skaters, però bella l'idea (o l'occasione, dipende) di fare una foto di band con tale gradevole presenza. Se poi si pensa a ciò che facevano gli Skaters, lo fu ancora di più. Come ebbe a scrivere Valerio Mattioli in Noisers, sono stati di gran lunga i più weird, lerci e lo-fi performer della scena noise americana degli anni Zero. Ne ebbi prova ascoltando il suo disco consigliato e ne ho conferma con questo (una C46 in edizione limitata a ben 30 pezzi), citato invece da PS. Davvero poco da dire: 42 minuti di lamenti vocali incrociati, stratificati, allungati, passati sotto una poltiglia di fango sonoro dentro la quale ci vuole non poco per entrare. Nella side B le cose si evolvono grazie a qualche bongo che dà un idea di ritmo ed una maggiore movimentazione, e poi la sorpresa a 2 minuti dalla fine, con un loop di synth che in qualche modo anticipa ciò che James Ferraro porterà alle estreme conseguenze col suo (sopravvalutatissimo a mio avviso) lavoro personale. Una volta ascoltato, MSOMP mi ero promesso che non lo avrei ascoltato più. Ma poi ho capito di non averlo capito, ed allora l'ho rimesso su. E' il gusto dell'orrido, che a volte ci frega.

domenica 7 giugno 2020

Fall ‎– Live At The Witch Trials (1979)

Primo di 31 (ma Discogs ne conta 97 fra live, raccolte e miscellanee), in un anno che dire storico è riduttivo, ed i Fall erano già un entità a sè stante, con MES ancora non totalmente dittatoriale (la dipendenza dal chitarrista Bramah è tangibile e le tracce totalmente di suo pugno sono solo 2), seppur la formazione già bella cambiata rispetto ad un anno prima.
LATWT denota un influenza beefheartiana di fondo che non è possibile ignorare, depurata dal blues e filtrata attraverso la lezione del punk. Like To Blow e No Xmas For Jonh Keys sono il top, come già intuito nella micidiale quaterna coeva delle Peel Session, e Burns un eccellente batterista, il Drumbo regular della situazione. La tensione scema solo alla fine con la jam Music Scene, una jam tirata un po' troppo per le lunghe, ma l'eccellenza Fall a venire era già bella progettata.

venerdì 5 giugno 2020

Mark Kozelek & Jimmy LaValle ‎– Perils From The Sea (2013)

Una delle migliori performance di Markone degli ultimi 10/15 anni è stata questa collaborazione con Jimmy The Album Leaf Lavalle (in verità non certo uno dei miei preferiti), sfociata in questo lungo Perils From The Sea. Merito da dividere certamente con quest'ultimo, che gli ha confezionato 11 semplicissimi quadretti intimisti a base di tastiere analogiche + beat scarni; un ambientazione generale molto raccolta che ha probabilmente messo a freno la già dilagante logorrea di Markone, spingendolo a fare quello che avrebbe dovuto fare: cantare e basta, col trasporto emotivo dei giorni migliori. Un autentico exploit, che genera perle di spleen come Gustavo, Ceiling Gazing, He Always Felt Like Dancing, Somehow the wonder of life prevails. L'effetto più sorprendente è che, pur mantenendo un aurea piuttosto omogenea, il disco scorre piacevolmente nonostante la lunghezza imponente. Un exploit destinato a non esser ripetuto.

mercoledì 3 giugno 2020

XTC ‎– Skylarking (1986)

Lasciando perdere tutti quegli aspetti tecnici che hanno caratterizzato le ristampe (il famigerato discorso delle polarità invertite, che potrebbe essere preso ad esempio massimo di come non si riesca più a parlare di musica in senso stretto e si debbano trovare per forza delle stronzate del genere per riempire gli articoli), di Skylarking mi sta bene anche un volgarissimo mp3 a 192 kbps, questo è il formato in cui lo possiedo e non me ne frega niente. La produzione di Rundgren la posso apprezzare lo stesso (in primis le parti di batteria che nel 1986 non potevano avere un suono più fuori moda quanto inebriante nella sua secchezza), la forza delle sublimi e sofisticate pop-songs va da sè (Summer's cauldron, The man who sailed around his soul, Earn enough for us, The meeting place, risultato finale Partridge batte Moulding 3-1, ci può stare), la compattezza e variegatura delle atmosfere l'inevitabile conseguenza. Certamente, non tutto funziona al 100%, qualche riempitivo e qualche giro a vuoto c'è, quindi non metterò Skylarking nella lista dei migliori dischi di tutti i tempi, ma di certo lo apprezzo come ascolto estivo.

lunedì 1 giugno 2020

Parquet Courts ‎– Wide Awake! (2018)

Due anni dopo la gradevole (passatista, sia ben chiaro) rivelazione di Human Performance, i newyorkesi PC hanno saputo replicare con un altra buona dozzina di canzoni, portando il loro suono ancor più indietro nel tempo, quasi a rilanciare il guanto di sfida. La televisioniana Total Football, l'onirico sixties di Mardi Gras Beads, l'highlight Back To Earth (antichissime reminescenze Arthur Lee & Love), la title-track alla Modest Mouse più effervescenti, l'XTCiana Extinction, l'art-punk saltellante di Normalisation, gli episodi più felici di un'autentica macchina del tempo che non ha alcun ritegno nel negare il presente, rigorosamente. Forse proprio per questa purezza e durezza, i PC hanno tutta la simpatia possibile, e le loro composizioni, per quanto sembrino esser state realizzate in provetta, sono performance veramente umane.

sabato 30 maggio 2020

Sausage ‎– Riddles Are Abound Tonight (1994)

Raggiunto già un ragguardevole successo con i Primus, Les Claypool volle togliersi la soddisfazione di riesumare la sigla che li aveva anticipati, e che in qualche modo aveva mancato di pochissimo il lancio su larga scala, forse anche per ringraziare i due compagni (Lane e Huth, certamente validi ma una bella spanna sotto Alexander e Lalonde). RAAT si ricollega inevitabilmente ai Primus, non fosse soltanto per lo stile pirotecnico di Claypool, di cui fornì in quest'unico album una versione scura, secca e senz'altro meno creativa. Di fronte a queste piccole sentenze, si potrebbe pensare ad un disco poco riuscito o una distrazione; invece nel suo complesso si merita una bella menzione, perchè esprime una tecnica tutta sua nel saper creare atmosfere surreali quanto fisicamente prestanti. Il trio si è riunito lo scorso capodanno per un live. Mi piacerebbe tornassero anche in studio.

giovedì 28 maggio 2020

Mamiffer ‎– The World Unseen (2011)

Dopo le prodezze del primo album e la conferma (seppur contaminata) del secondo, Faith Coloccia ha dovuto fare seriamente i conti con una valanga di split ed un brutto live (Statu Nascendi) che ne hanno ridimensionato la statura guadagnata. Il ritorno quindi ad un formato più curato e preparato, con questo The World Unseen, è stato più che benvenuto, anche se Aaron Turner continua a invadere il campo artistico con esiti alterni.
Come ad esempio nell'interminabile Domestication of the Ewe, 26 minuti riusciti soltanto a tratti, cioè quando la Coloccia prende il comando delle operazioni col suo piano compassato ed epico. Ovviamente il meglio del disco sta nella ricetta che ci è più cara, quella delle splendide 13 Burning Star, Mara, Parthenogenesis, Flower of the field, che segnano anche una maggiore cura e stratificazione delle parti vocali. Quindi un disco che sarebbe stato più bello se messo maggiormente a fuoco, ma in fondo bastano le parti speciali per azzerare le incertezze e gli sbrodolamenti.

martedì 26 maggio 2020

Screams From The List #95 - L. Voag ‎– The Way Out (1979)

Ennesima scheggia di follia, imprevedibilmente dalla Perfida Albione, ad opera di tal Jim Welton, bassista degli Homosexuals, gruppo DIY uscito dal punk ma arrivato persino ad incidere per la Recommended di Chris Cutler a metà anni '80. 
The way out, originalmente autoprodotto, fu ristampato nel 1997 con un espansione che non ha fatto altro che scompigliare ancor di più il banco di un oggetto non identificabile, composto di due parti: House (X-Axis), la parte musicale, composto di 7 pezzi sbilenchi fra avant-rock, reggae demenziale, jazz deviato, surf zoppicante, cabaret e folk. Irresistibile.
La seconda, Chat (Y-Axis), virtualmente ampliata dalle numerose bonus track, è un coacervo di tracce molto brevi, sotto i 2 minuti, in cui succede letteralmente di tutto, fra musica concreta, deliri fuori controllo, nastri in reverse, cantilene spettrali abbozzate, e collage di praticamente un po' di ogni fonte sonora possibile.
Un calderone forse fin troppo dispersivo; difficile riuscire a seguirlo. Ma tanto lo scopo era di shockare, e Welton riuscì ad ottenere lo scopo perfettamente. Non ci fu alcun seguito.

domenica 24 maggio 2020

Agitation Free ‎– Last (1976)

Terzo e postumo degli AF, uscito a gruppo già bello sciolto. In teoria un prodotto minore, in realtà un live che rialzava, seppur solo per la gloria, le quotazioni di una kraut entità esordita con bel botto nel 1972 e poi attenuatasi col secondo del 1973, un po' lambiccato e meno epidermico al confronto.
Con i synth spaziali di Michael Hoenig sugli scudi, Last ha il pregio di coprire tutte le aree in cui gli AF sapevano eccellere, dalla contemplazione cosmica alla cavalcata lisergica (alla Amon Duul, per intenderci). La facciata A, registrata in Francia nel 1973, mette in mostra l'inedito Soundpool ed una ripresa di Laila II che fa un figurone rispetto a quella in studio del secondo disco.
La facciata B è live in Berlino 1974, con i 23 minuti della mono-tonica Looping IV, metà minimalismo sintetico e metà jam alla Saucerful Of Secrets memoria.
Un trip che va preso per come è, senza troppe pretese, ma nel suo complesso bello spontaneo.

venerdì 22 maggio 2020

Uzeda ‎– Quocumque Jeceris Stabit (2019)

A chi piace tanto '90s è sicuramente gradito questo inatteso ritorno degli Uzeda dopo ben 13 anni di silenzio, ancor di più se registrato da Steve Albini.
E' come se il tempo si fosse fermato, al punto che le potremmo definire le cariatidi del noise-rock nostrano, con un termine ingeneroso ma in fin dei conti veritiero.
Ma come negare che gli Uzeda siano aggrappati ai loro standard, con piccole variazioni forse legate all'invecchiamento (chitarre più spigolose che distorte, la voce della Cacciola che prende inusitate inflessioni alla Siouxsie), senza qualsiasi speranza di rinnovamento?
Terminato il pistolotto morale, questo disco dal titolo in latino è formalmente perfetto ed esce per la Temporary Residence in America, esplora più o meno tutto il ventaglio emotivo del loro songwriting ed è il 5° in quasi 30 anni. Cosa chiedere di più ad una band che è nata soltanto nella terra sbagliata?

mercoledì 20 maggio 2020

Ataraxia – The Unexplained (Electronic Musical Impressions Of The Occult) (1975)

Certamente non l'act gotico italiano uscito negli anni '90, bensì Mort Garson, compositore statunitense e pioniere del Moog a partire dagli anni '60 con un capitolo isolato a nome Ataraxia che, come da sottotiolo, sonorizza impressioni dell'occulto. Ed è un irresistibile lotto di tracce effervescenti, di girandole elettroniche che, seppur dal suono inevitabilmente antico, riscontra anche qualche anticipazione della techno-trance di un 15 anni dopo, grazie alle ritmiche ossessive ed in qualche caso con pompa-cassa, come nella title-track. Gradevolissimo.

lunedì 18 maggio 2020

Grale ‎– Eternity (2012)

Uno degli ultimi progetti dei venerabili Bruce Anderson e Dale Sophiea, sempre più duramente e puramente dediti all'astrazione sonora. In Grale si avvalgono di un addetto all'elettronica che affianca il barbuto DS, tal Gregory Hagan. I due mettono in scena un architettura post-atomica, fatta di nebbie radioattive, di droni fendenti nel buio della notte glaciale, di scenari raggelanti, di sparuti ritmi industriali, su cui Mastro BA indugia sulla sua vena più meditativa e compassata, quella che da diversi anni a questa parte ha preso il sopravvento. Sono quasi 80 minuti di gorgo sonoro a cui non si può fare altro che arrendersi a mani alzate. Questi due sessantenni hanno ancora tanto da dire.

sabato 16 maggio 2020

Captain Beefheart – Doc At The Radar Station (1980)

Il penultimo atto dell'ultimo, fantastico, irripetibile Capitano, ad integrare quella bestia lucente rinnegata ed il gelato finale per corvi. Best Batch Yet, Hot Head, Ashtray Heart, Dirty Blue Gene, Sheriff of Honk Kong, Telephone. Serve dire altro?
Le radici del math-rock, la palude ispida del blues sfigurato. Il licantropo cubista. Il genio puro, nudo e crudo.

giovedì 14 maggio 2020

People – 3 X A Woman: The Misplaced Files (2014)

Il progetto del grande Kevin Shea insieme alla cantante/chitarrista Mary Halvorson, per un indie-Rio(t)-jazz spostato e spassoso (oserei definirlo una versione femminile e cantautoriale dei Talibam!), alla prova del nove col terzo e per adesso ultimo album. Verifica perchè dopo due album interessanti ma un po' troppo scarni qui trovava una focalizzazione migliore, grazie all'inserimento di un bassista e di un trio di fiati senz'altro appropriati. Irresistibili soprattutto i pezzi da un minuto, schizzi imprendibili di gentil follia che formano un'ammasso all'apparenza inconciliabile: il compassato cantautoriato della Halvorson con il furibondo e selvaggio drumming dell'eterno Shea (peraltro autore delle liriche, e come si evince da video sottostante, autentico istrione da palco e dotato di un auto ironia che difficilmente si riscontra in musicisti così dotati).

martedì 12 maggio 2020

Thin White Rope ‎– The One That Got Away (1992)

Il lungo, commosso addio dei TWR nel loro concerto terminale in Belgio, nel giugno del 1992. Un live torrenziale (26 pezzi!), che pesca da tutto il loro aureo repertorio, registrato perfettamente, con lo spettacolo delle due lead guitar e soprattutto la realtà dei fatti comprovata alla riprova: Guy Kyser è stato uno dei più grandi cantanti di sempre. Il suo ruggito granitico non cede mai, ed è il simbolo principe del TWR output: un desert-rock arroventato, in grado di passare da momenti drammatici a disimpegno e divertimento nel giro di un angolo.

domenica 10 maggio 2020

Comet Is Coming ‎– Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery (2019)

Trio londinese (sax, batteria e tastiere) che propone una fascinosa mistura di jazz ed elettronica. I paragoni ingombranti (Sun Ra, Alice Coltrane) dopotutto ci possono anche stare, vista la relativa patina vintage del suono (per quanto riguarda i timbri, chè la registrazione è ottimale) trasferita su partiture strumentali mai sbrodolate e contenute su una media di 5 minuti per tema.
La cosa bella inoltre è che nessuno dei tre ci tiene a pavoneggiarsi particolarmente, in fatto di tecnica. Ne consegue un disco mai cervellotico, trascinante nei pezzi più sostenuti, onirico in quelli più contenuti, risultando alla fine fresco, estivo e coinvolgente.

venerdì 8 maggio 2020

Dolphin Brothers ‎– Catch The Fall (1987)

Bros, anche no. Steve Jansen e Richard Barbieri ci provavano, qualche anno dopo che il fratello del primo aveva mollato la nave Japan lanciata al successo. Catch the fall resterà un episodio non replicato, su Virgin, auto-prodotto ed all'insegna di un art-pop che non può non ricordare la casa madre, ma in un accezione più synth-oriented, per non dire ballabile. E la caratteristica più clamorosa resta senza dubbio la voce di Jansen, che non tradisce i geni e richiama in modo impressionante quella del fratello, che nello stesso anno raggiungeva il cielo con tutt'altre sonorità. Un po' di ritardo ci poteva stare, per quelli che erano stati importanti gregari. A parte qualche ruffianeria dopotutto digeribile, resta un disco gradevole con almeno due chicche memorabili, come My Winter.

mercoledì 6 maggio 2020

Bill Wells And Aidan Moffat ‎– The Most Important Place In The World (2015)

Le due barbe associate ci hanno riprovato, 4 anni dopo un debutto deludentissimo (Everything's getting older, 2011) e le cose sono andate di gran lunga meglio. Merito indubbiamente del songwriting di BW, decisamente più ispirato perchè in gran parte consono al canto ombroso e soffiato di AM (chi lo segue da lungo tempo non potrà non notarlo, che sembra sempre più intonato col passare degli anni!). Fin dall'accoppiata iniziale On The Motorway / VSH-C, melanconici e soffusi motivi guidati dal piano, si capisce che le melensaggini non faranno parte del lotto come il suo predecessore. Lungo l'arco BW dispensa anche raffinatezze adatte al suo pedigree jazzistico (This Dark Desire, Vanilla, la bossa di Any other mirror), si dà persino ai beat elettronici (The Unseen Man e The Eleven year glitch, con AM in narrazione vocale insistente, impossibile non pensare agli AS). Un paio di cadute di tono/stile non impedisce al disco di apprezzarlo nel suo insieme. Forse è difficile fare di meglio, il che fa pensare ad una società chiusa, visto lo iato intercorso.

lunedì 4 maggio 2020

Michael Brook With Brian Eno And Daniel Lanois ‎– Hybrid (1985)

Generoso oppure furbo, al primo passo solista MB preferì co-intestare l'album ai ben più famosi Eno e Lanois. Ma se quest'ultimo compare in meno della metà dei titoli, il genio di Woodbridge appare il vero master della situazione, tappezzando l'intero album con le sue pacifiche distese di effetti e tastiere e dandogli il vero tratto caratteristico ambientale. Il canadese, oltre alle composizioni, sfoggiava la sua placida infinite guitar, per un assetto globale estatico. Le percussioni sparse riportano l'assieme un po' a terra, molto gradevolmente, giusto per una coloritura world.
Splendide Mimosa, Ocean Motion e Earth Floor. Impeccabile.

sabato 2 maggio 2020

Audiac ‎– So Waltz (2017)

Il clamoroso e totalmente inaspettato ritorno del duo austriaco, a ben 14 anni di distanza da quel Thank you...., un exploit passato inosservato all'epoca. Stessa sorte è toccata a So Waltz, un disco che resta probabilmente appannaggio di pochi, ma che lo ameranno senza condizioni, disarmati ed estasiati da cotanta meraviglia.
Tutti questi anni sembrano un affare davvero irreale, di questi tempi. Eppure; stessa etichetta, stessa produzione a cura dell'ormai ottantenne H.J. Irmler. Soltanto che gli Audiac hanno eliminato pressochè ogni forma di ritmo per concentrarsi sulle composizioni e sulle atmosfere maestose, sugli arrangiamenti nitidi e divinamente orchestrati, sulle stentoree interpretazioni vocali di Alexander Van Veen, per confermarsi i più credibili sostituti del tardo Scott Walker, che se prima di morire non si fosse perso a rincorrere esperimenti inutili avrebbe dovuto partorire prodezze del genere. Non me ne voglia la buonanima.
Le asperità elettroniche dell'iniziale title-track sono svianti. A partire dalla seconda People going places, un pianoforte tempestoso ed insistente guida le emissioni dell'animo più profondo del duo, che affondano il coltello con le folate di mellotron e le vocals echeggianti di Gospels Unreal. Arie più rilassate ed eleganti caratterizzano le meraviglie assolute di Not Bound To Anything (Thom Yorke diventerebbe verde dall'invidia, se la ascoltasse, ma forse questo tipo di espressione sarebbe troppo intellettuale per i suoi fans meno acculturati) e Ambulance Music, condita da un florilegio solenne di trombe. Il restante scorre più placidamente, con omogeneità all'umore melanconico-impressionistico del lotto, sfiorando la musica da camera pura in When You Say My Name e chiudendo in grande stile con Lay Down Stay Here, dritta dritta al firmamento.
Che passino altri 14 anni, chi se ne frega (difficile però pensare che Irmler ci sarà ancora...); nel '31 sarò lì in impaziente attesa di un seguito. Questa è musica senza tempo, punto e basta.

giovedì 30 aprile 2020

Replacements ‎– Pleased To Meet Me (1987)

Idealmente, l'ultimo della trilogia power-pop dei Mats, dopo Let It Be e Tim. Nell'effettivo, il primo album senza Bob Stinson, uscito l'anno prima, e questo non poteva non avere effetti, per quanto il dominio compositivo di Westerberg fosse immutato rispetto a prima.
Quindi, Pleased To Meat Me potrebbe essere definito un po' contrastante nella loro carriera. E dire che la professionalità era in aumento, così come la produzione si faceva sempre più levigata e gli spigoli più smussati (esempio lampante, fiati ed archi sulla ruffiana quanto irresistibile Can't Hardly Wait). Ma quello che restava il loro forte erano i pezzi: Alex Chilton, Valentine (power-pop all'ennesima potenza), The Ledge (autentico pre-Nirvana), Red Red Wine, I.O.U., Shooting Dirty Pool (reminescenze di punk stradaiolo dei primi anni). Al netto di un paio di episodi dimenticabili, PLMM quindi è degno prosecutore di due capolavori irraggiungibili, sia per congiunture temporali interne che per situazioni di circostanza. Da lì in poi sarà il declino.

martedì 28 aprile 2020

PJ Harvey ‎– All About Eve (Original Music) (2019)

Non è possibile non amarla ancora, la Divina. E' vero: non sono impazzito nè per Let England Shake nè per The Hope Six Demolition Project. Li ho trovati dischi dignitosi ed all'altezza del suo status maturo, ma ho sentito che è mancata quella scintilla magica che solo lei può (poteva?) innescare, forse una piccola impennata di coraggio, di personalità. Colpa forse dei concept politici alle spalle che l'hanno distratta dall'aspetto meramente musicale?
E allora, un bagno di umiltà, un passo indietro alla regia. Una colonna sonora; ecco come i giganti possono rinascere, ritrovare la forma un po' smarrita, riacquistare la propria classe. Come successo a Thom Yorke, ai Mogwai e ad altri. All about eve è fatta di quella stoffa povera e spoglia che fece grande il suo disco più spleen, White Chalk. Con la differenza che Polly qui se ne sta muta e rinuncia a sfoggiare la sua ugola persino nelle uniche due tracce cantate, lasciate peraltro a due attrici (brave, per carità, ma.......insomma, ci siamo capiti). Come in quel capolavoro, l'enfasi è totalmente sul piano e sui synth analogici, con la preziosa collaborazione del polistrumentista James Johnston, principalmente alle rifiniture di violino ed organo. Non mancano alcuni riempitivi di servizio (altrimenti che soundtrack sarebbe), ma per larghissima parte All About Eve è una sinfonia di bellezza straziante ed onirica, ricca di quella disarmante semplicità che ha reso Polly una delle più grandi di sempre.

domenica 26 aprile 2020

Screams From The List #94 - Banten ‎– Banten (1972)

Eccellente jazz olandese per una formazione con unico album all'attivo, su etichetta BASF (e quanti ricordi che istilla questa sigla in maiuscolo...).
La formazione, un trio base batteria-contrabbasso-piano + una cantante attiva in una parte ed un cellista sporadico. Il pianista Van Der Broeck è il faro di tutto il disco, con uno stile sia melodico che eterodosso. I Banten avevano radici nelle zone classiche del genere ma sapevano anche fermarsi e produrre atmosfere rarefatte (Incosekwenza memorabile in questo versante) ed eterodosse, con la vocalist più impegnata a starnazzare col kazoo che a cantare. 
Un disco strano, che mi immagino registrato in 2 giorni o giù di lì, che in certi momenti ha addirittura anticipato determinate movenze degli Henry Cow.

venerdì 24 aprile 2020

Gustoforte ‎– Gustoforte (1985)

Il mitologico esordio dei romani, destinato a restare unico fino al grande ritorno col dirompente Quinto quarto nel 2014. Erano un nome completamente sconosciuto fino al 2012, quando vennero diffuse registrazioni live del 1985-1986 sotto il titolo di Souvenir Of Italy.
Nonostante la stampa in vinile ufficiale (ed il coraggioso packaging in lamiera!), non ebbero alcuna risonanza, e non certo per la difficoltà della proposta. In quell'epoca in Italia era ben presente una florida scena underground di musiche weirdo, ma evidentemente un episodio rimasto isolato fu troppo poco per farsi notare. E fu un peccato, perchè Gustoforte parla un linguaggio alieno, frammentario ma programmatico per il nome che il gruppo si diede. Un mix avventuroso di industrial, avanguardia, elettronica analogica e psichedelia, condotto in larga parte da minimalismi pulsanti di basso, da nastri manipolati e da synth, da voci deliranti e da qualche scarno beat di drum-machine. Qualche piccola influenza krauta non impedisce all'album di risultare ferocemente avanti, e sarebbe stato davvero interessante se avesse avuto un seguito all'epoca. Ma erano tempi duri per le proposte coraggiose, e la storia andò com'è andata.

mercoledì 22 aprile 2020

Helios ‎– Remembrance (2016)

In occasione del decennale di Eingya, Keith Kenniff ha voluto tracciare una linea non soltanto artistica ma anche commemorativa. Pochi dubbi sul fatto che si sia trattato del suo massimo capolavoro, ed evidentemente i riconoscimenti esterni gliel'hanno confermato. Così ha voluto diffondere, in via autonoma, 7 out-takes risalenti a quel periodo, e la cover lo conferma; nell'apribile di Eingya si vedeva una coppia disegnata di spalle, in Remembrance appare il tratto da esso tagliato; le due mani che si tengono.
Vainglory apre ed è subito un sussulto: non c'è alcun dubbio, la matrice è quella e ci eravamo persi un altro gioiello di downtempo cantautoriale strumentale. Il resto della mezz'ora non replica quei livelli, bensì si mantiene su toni più dimessi, squisitamente cinematici, drumless, contemplativi.
Chiamarli scarti sarebbe un insulto, anche se in effetti di tali si è trattato. Remembrance assume comunque un suo senso, nella discografia di Helios, non soltanto per l'importanza storica del suo contesto.

lunedì 20 aprile 2020

Armando Sciascia - Mosaico Psichedelico (Recordings 1970-74)

Venti minuti di Sciascia compilato in un CD antologico di una ventina d'anni fa dalla Giallo Records, ben prima della riscoperta generale library. Gli altri protagonisti della raccolta sono nomi più oscuri, o comunque meno ricordati.
Due i titoli da cui derivano gli estratti: Impressions In Rhythm & Sound del 1970 e Violin Reactions del 1974. Nell'arco di quel lustro Sciascia trovò il migliore smalto per le sue sonorizzazioni, per poi progressivamente abbandonare la musica suonata e dedicarsi al lato più imprenditoriale.
Il primo segmento è furiosamente creativo: Aciclico apre con un tema sinistro dal tempo dispari, con rintocchi pianistici lancinanti, ed il violino elettrico di Sciascia a svisare delirante. Un autentico sisma è Circuito Chiuso, ossessivo loop ritmico con basso ultra-marcato e spinetta acida. Il mare della tranquillità è un bacino lisergico che riflette allucinazioni sonore. Eccentrico e Dielettrico sono brevi temi sardonici ed effervescenti, contrassegnati da un mood inquieto per quanto fisicamente pressante. 
Neanche 5 minuti per Violin Reactions, che programmaticamente vedono Sciascia in solitudine, in una specie di one-man-chamber-band dai toni spettrali (Reagente) e schizzati (Enantiomorfo). Musica, maestro.

sabato 18 aprile 2020

Sky Needle ‎– Debased Shapes (2013)

Terzo e a tutt'oggi ultimo album degli australiani, il che significa molto probabilmente che la loro attività si è spenta. Ma era da dire; dopo aver letto un paio di interviste, appariva chiaro che questi ragazzi non avevano molto a che fare col concetto di musica in progressione, di pseudo-carrierine e cose del genere. Era tutto partito da una specie di scherzo fra due di loro, che si erano costruiti degli stranissimi strumenti con materiale di recupero, e poi si era ampliato con l'allargamento a 4, di cui una la bravissima cantante.
Il bellissimo Rare Cave aveva rivelato, a quei 4 gatti che l'hanno sentito, un talento finissimo nel saper creare (tutto, 100%, rigorosamente, impro) scenette surreali e gag ruspanti, con un implicito spirito pop mutuato dal melodismo della vocalist.
Debased Shapes, uscito per una label francese, li vedeva con un organico ampliato a 6 unità, con un incremento importante in fatto di percussioni. Chissà se il risultato li soddisfò: sarà che l'effetto sorpresa era passato, sarà che la difficoltà forse stava proprio nel ripetere l'exploit del precedente, il disco entusiasma un filo di meno, ma resta comunque un altro gioiellino di post-residentsianesimo primitivo e grottesco. Ecco cosa sono stati gli Sky Needle; gli unici, credibili eredi dei 4 globi oculari, per attitudine ed input sonoro.

giovedì 16 aprile 2020

Half Japanese ‎– Sing No Evil (1985)

Dopo qualche anno nel music biz, i fratelli Fair dimostravano di saperci fare e che non erano lì per caso. Le iperboli naif-punk dell'urticante esordio erano belle superate, ed il 4° album li caratterizzava con un approccio molto più professionale, grazie anche alla pattuglia di musicisti (una decina) utilizzati.
Una sorta di caos ben organizzato, omogeneo, senza sbavature macroscopiche, con evidenti derive blues (!) e pop, con il dispiego costante dei fiati. Sembravano veramente un altro gruppo, anche se il tratto demenziale di fondo restava (bastava la sgraziata voce di Jad a garantire). Ovvero come suonare sciatti ma professionali al tempo stesso, essere naif ma consapevoli.
Non resta certo ricordato come il loro capolavoro (i primi due restano insuperati, ovvio), ma nella loro discografia è un anomalia di normalità. Questo basta.

martedì 14 aprile 2020

Deathbell ‎– With The Beyond (2018)


Effetto Windhand? Probabilmente sì, dato che il quintetto americano ha "coniato" una particolare, per quanto classica nei suoni, formula doom-metal alla quale i Deathbell hanno fornito un'efficace risposta europea con With The Beyond.
Si tratta di un quartetto franco-irlandese, il che già è una particolarità non da poco, dall'immagine un poco hipster, quindi da cui non ti aspetteresti del doom. La cantante Gaynor, come la Dorthia di riferimento, indugia su un vocalismo quasi senza escursione tonale, puntando all'effetto ipnotico costante; possiede comunque un ottimo timbro, dal fascino oscuro.
Il trio di supporto suona come si deve un moderno doom-metal, senza rischiare nulla. Da applausi Come To Trouble e Rise From Your Grave, non c'è una sbavatura apparente. La speranza è che col prossimo i Deathbell si decidano ad azzardare qualcosa di inedito, se ne saranno in grado, per evitare la stessa delusione che mi hanno provocato i Windhand, ovvero l'immobilismo crogiolante su una formula che per quanto eccitante, ha comunque i suoi limiti.

domenica 12 aprile 2020

Wire ‎– The Peel Sessions Album (1989)


La raccolta delle 3 Peel Session fra il 1978 ed il 1979, ovvero Storia Della Musica moderna.
1) Gennaio 1978: neanche 10 minuti, di cui soltanto 1 dedicato a Pink Flag. Sempre proiettati in avanti, gli Wire scoprono l'altarino di Chairs Missing con Practice Makes Perfet e I Am The Fly e svelavano l'altrimenti sconosciuta Culture Vultures, 2 minuti fulminanti di transizione
2) Settembre 1978: già digerito Chairs Missing, i quattro sono già focalizzati su ciò che diventerà lo sconvolgente 154, a cui dedicano l'intera session (13 minuti) con versioni (a modo loro) primitive di The Other Window, Mutual Friend, On returning e Indirect Enquiries, che in un certo senso danno un'ipotesi di come sarebbe stato il discone senza l'ingombrante produzione di Mike Thorne; certamente meno gelido e distaccato, ma forse meno lungimirante e sensazionale. La videro lunga, c'è poco da dire.
3) Un anno esatto dopo, con il gruppo allo sbando, solo una suite da 15 minuti: Crazy about love, di cui scrissi una decina d'anni fa. Nient'altro da aggiungere.
Appunto.

venerdì 10 aprile 2020

Factory Press ‎– The Smoky Ends Of A Burnt Out Day (1998)

Interessante reperto dalla Grande Mela di fine millennio. I Factory Press altro non erano i futuri Calla (Valle, Magruder e Donovan + Gannon, collaboratore saltuario ma ricorrente) con l'aggiunta di un cantante, tal Hampton. Quindi, soltanto un anno prima del folgorante debutto Calla, i ragazzi texani contattarono il mitico Kid Congo Powers e volarono a NY per farsi da lui produrre questo The Smoky Ends Of A Burnt Out Day.
Si tratta di un album sorprendentemente affascinante, che rivela solo in parte ciò che i Calla saranno in grado di fare. Se si riesce a passare sopra l'incapacità del cantante (punto debole clamoroso del complesso, davvero scarso), ci si trova alle prese con un art-maudit-rock la cui principale influenza appare essere Nick Cave (Gun shy, The teardrop affair), ma virato in un'aurea sonnolenta e svanita, intrisa di quello spleen e quella desertica malinconia che ritroveremo ben presto (Avoid the wires, Screen the interference, Static). La chitarra di Valle, sorniona ed incisiva, risalta ed infioretta gli scenari già con un carisma notevole. Con un vocalist degno della situazione (non necessariamente Valle stesso), ne sarebbe uscito un piccolo capolavoro.

mercoledì 8 aprile 2020

Alternative TV ‎– Strange Kicks (1981)

Era talmente punk, Mark Perry, ed anti-punk al tempo stesso, che nel giro di 3 anni fece una contorsione musicale (ed inevitabilmente anche mentale) inaudita. Esorditi nel 1978 col classic-punk di The Image Has Cracked, l'anno successivo sfornava un'oggetto misteriosissimo come Vibing up the senile man, e sprofondava nel gorgo con The Good Missionaries. 
Nel 1981 si riaccoppiò col chitarrista originale fondatore del gruppo, Alex Ferguson, ed insieme misero su un quintetto che diede alle stampe questo Strange Kicks. E sorpresa sorpresa, niente punk, niente avanguardia. Solo genuino e ruspante pop-wave, british fino al midollo (giuro, alcuni passaggi mi hanno ricordato gli XTC), con l'organo in prima fila, prodotto splendidamente, con suoni secchi e limpidi. Ancient Rebels, My Hand Is Still Wet, TV operator, Sleep in bed sono irresistibili, e soltanto la rarefatta Cold Rain stabilisce un lieve punto di contatto con l'immediato passato.
Un'autentica boccata di aria fresca, ancor di più perchè inaspettata.

lunedì 6 aprile 2020

Pinback ‎– Autumn Of The Seraphs (2007)

Il quarto album dei Pinback, che seguiva di 3 anni il celebrato Summer in abaddon, è stato un disco che non ha riscosso grosse reazioni critiche. Colpa della propria uniformità, dell'ingombrante precedente o del fatto che Smith & Crow non hanno dimostrato un grande eclettismo?
Un po' tutti e tre. Ma tant'è, è il destino di chi elabora una propria formula e la porta avanti con testardaggine, costi quel che costi. In quella fase della loro carriera, i due hanno spinto su un indie-pop asciutto ed esuberante (non nascondo che alcuni momenti mi hanno rievocato addirittura i migliori Police) che forse ha fatto storcere più nasi. Il risultato sono 11 brani di grande omogeneità produttiva, con i tratti distintivi dei due autori ben riconoscibili. Basta questo e bastano pezzi irresistibili come Torch, Subbing For Eden, Off By 50 per continuare a voler loro bene.

sabato 4 aprile 2020

Pentagram ‎– Relentless (1985)

Sembra incredibile, ma i Pentagram sono ancora vivi e nel 2019 hanno suonato dal vivo, dopo che il vecchio vocalist Bobby Liebling ha scontato una pena per percosse (!). D'altra parte la storia del gruppo virginiano è contorta e complicata ai limiti del ridicolo, dell'auto-parodia. Relentless fu il loro debutto sulla lunga distanza, programmaticamente secco, compatto e granitico; a quei tempi erano probabilmente gli eredi più autentici e credibili dei Black Sabbath meno elaborati.
A dispetto del successivo di due anni dopo, Relentless viaggia su bpm sostenuti e sfodera tracce riuscitissime (All your sins, Sign of the wolf, The Ghoul, Dying World). Poi è chiaro, Liebling non era un cantante particolarmente dotato, mentre era la chitarra di Griffin a piazzarsi sotto i riflettori. Era puro e semplice doom'n'roll, efficace quanto bastava.

giovedì 2 aprile 2020

Carousell ‎– A Dead Bridges Into Dust (2005)

Un tuffo nel primissimo Skelton, con questo EP di 25 minuti uscito poco tempo dopo il suo esordio assoluto, ma già rivelatore di un talento superbo e tormentato. Scemati quasi del tutto gli effetti elettronici di Heidika, Riccardo cuor di leone scopriva già i nervi più delicati del suo animo con 3 pezzi di assoluta bellezza. I due accordi di piano sospesi che aprono A stony ploy mettono brividi istantanei, introducendo una progressione circolare di contemplazione e meditazione profondissima, con archi e chitarre a montare ineffabili. Più circospetti i 10 minuti di Redolent, gonfi di tensione implicita, come la quiete prima della tempesta, per una piece di minimalismo a tutti gli effetti. Chiude Of Something Lost, più squisitamente agreste e con tanto di percussioni (rarità assoluta nel catalogo skeltoniano) ma abbastanza drammatica per non permettere all'attenzione di calare. Con Skelton questo pericolo l'abbiamo corso praticamente mai, soprattutto sotto questa sigla, sintetica ed efficace.

martedì 31 marzo 2020

Wipers ‎– Youth Of America (1981)

Il secondo album dei Wipers, due anni dopo Is this real?, denotava una crescita irregolare. Anzichè progredire verso l'hardcore o verso la new-wave, Greg Sage se ne stava per una strada tutta sua, contribuendo ad una forma embrionica di grunge, grezzo e contaminato in anticipo. La vorticosa Can This Be e la dimessa altalena di No Fair in effetti possono ascriversi a progenitori di Nirvana e dintorni, giustificando la decantata ammirazione di Kurt Cobain. Ma non sarebbe corretto limitarsi a questo: il fragore psichedelico dei 10 minuti della title-track, l'iniziale Taking Too Long, quasi una precursione del Grant Hart adulto, i clangori quasi gotici di Pushing The Extreme ed il lungo melodramma acido di When It's Over, tutto denotava un autore maturo e pronto per un capolavoro omogeneo pronto in canna.

domenica 29 marzo 2020

Lino Capra Vaccina ‎– Metafisiche Del Suono (2017)

Dopo aver giustamente incassato la rivalutazione che meritava per la ristampa di Antico Adagio nel 2014, il vecchio Vaccina è tornato ad avere un'attività continua e cospicua e con franchezza non mi aspettavo che potesse raggiungere un risultato artistico rilevante con questo Metafisiche Del Suono, un superbo album. Segno importante che la vecchia classe avanguardistica dei '70 può ancora riservare belle sorprese, che le generazioni antiche possono ancora dare del filo da torcere ai giovani e che la loro classe resta immutata anche dopo tantissimi anni.
MDS è un disco splendente, luccicante, dal suono fantastico; l'architettura delle 6 tracce si regge su vibrafono e percussioni leggere suonate dal barlettano, che si avvale in un paio di tracce di due collaboratori (il chitarrista Tanner e l'oboista Mozzoni). Ma appare evidente come il suono imponente ed immortale di un grand piano sia il vero protagonista dei 14 minuti di Metafisica Del Suono, la monumentale traccia di apertura, un autentico circolo magico che avvolge senza possibilità di ritorno. Il contraltare consiste nella chiusura, i 10 minuti di Metafisica del Silenzio, dove il grand piano ritorna in vesti più dimesse, per un finale dal sapore notturno e divinamente meditabondo.
Il centro dell'opera svaria su panorami più espansi, dai sapori etnici (Lo spazio trascendente), grotte sonore minacciose (Policromie sospese), sgocciolii acuti (Il silenzio interiore), cattedrali solenni (Geometrie Astrali). Un disco quasi impossibile da smettere di ascoltare, di quelli che diresti appartenenti ad un altra era, che in questi anni disordinati solo un glorioso reduce a braccia aperte può permettersi di realizzare e dare in pasto ad orecchie bisognose di sollievo interiore. Applausi.

venerdì 27 marzo 2020

Screams From The List #93 - Smegma ‎– Glamour Girl 1941 (1979)

Il super-delirante esordio dei californiani, uno dei gruppi più longevi dell'intera storia moderna (l'ultimo album è del 2019, ed è circa il 50esimo, ma più che altro perchè l'attività si è fatta ultra-frenetica negli anni '10) nonchè uno dei più folli e comunque tributati dalla scena weird-noise americana.
Difficile analizzarne la carriera, perchè ho ascoltato solo due album a caso degli anni '80, e non ne ho maturato una grossa impressione. Invece Glamour Girl 1941, forse favorito anche dalla congiuntura temporale (qualcuno osa sostenere che il 1979 non sia stato un anno incredibile nella storia della musica moderna?) è un notevole compendio di musica off, ovviamente prodotto e suonato in maniera approssimativa ma con una visione di follia molto lucida e ludica. La prima parte del disco verte su un free-jazz demente e compassato, con sax e contrabbasso in evidenza, mentre la seconda spinge agli estremi psicopatici, con collage vocali dell'assurdo, rumorismi, concretismi, ed un'aggressiva chitarra elettrica che in qualche modo giustifica il coraggioso appellativo da parte di qualche giornalista di uno dei primi gruppi noise-rock della storia (primo anche no, si pensi soltanto alla Nihilist Spasm Band). In ogni caso, un capitolo importante della non-ortodossia americana, e abbastanza seminale.

mercoledì 25 marzo 2020

Scott Walker ‎– Climate Of Hunter (1984)

L'unico disco di SW negli anni '80, ben distante dalle precedenti prove con i Bros ed ancora di più da quel tenebroso Tilt che lo vedrà tornare dopo un decennio.
Climate Of Hunter pertanto è un oggetto misterioso, non soltanto nella sporadica carriera dell'artista, ma anche relativamente al periodo ed ancor di più nel decennio. Si tratta di un disco formalmente impeccabile, suonato e prodotto in maniera millimetrica (con ospiti di tecnica ineccepibile), in grado di aggiornare all'epoca il glorioso cantautorato sinfonico del Nostro (Sleepwalkers Woman, Dealer), ma con una decisa accelerazione delle ritmiche verso una forma di new-wave di eleganza sopraffina (Track 3, Track 5, Track 7) e con episodi ancor più anomali come l'incrocio di tutto di Rawhide, la spettrale Track 6, con il sax dissonante di Evan Parker sugli scudi, e la finale acustica Blanket Roll Blues, una cover rarefatta di country-jazz per chitarra e voce che chiude in maniera controversa un disco che resta una felice anomalia isolata nella carriera di SW.

lunedì 23 marzo 2020

Nivhek ‎– After Its Own Death / Walking In A Spiral Towards The House (2019)

A sorpresa, a neanche un anno dal disarmante Grid Of Points, la divina Liz Harris è tornata con un nuovo monicker, forse per motivi contrattuali, forse no, perchè questo lavoro è collegato ad un installazione audiovisiva in società con un artista specializzato nella materia, quindi probabilmente slegato dal percorso che negli ultimi anni l'ha elevata a diversi metri da terra.
Comunque non ha molta importanza, perchè tanto Liz è in uno stato di grazia artistica tale da potersi permettere anche questa (presunta) divagazione. Non è tanto un ritorno alle vaporose stratificazioni dei primi anni, nè una raccolta di brevi composizioni soffiate in punta di piano e voce; si tratta di un'ora divisa in 4 lunghe parti, in cui il suo tocco magico si diffonde concentrico e dilatato nella creazione di diversi paesaggi sonori, apparentemente con un filo conduttore, in un ipotetico viaggio nelle località di riferimento dell'installazione sopracitata.
La prima sezione, After Its Own Death, è una superba quarantina di minuti che inizia con una corale mozzafiato, prosegue con un drone intermittente che subordina minaccioso, fiorisce e svanisce in un cicaleccio labirintico di vibes. Il tempo di girare il piatto e Liz rispolvera la chitarra elettrica, per un lungo soliloquio dal sapore desertico. Altro intermezzo assordante di drone, e poi lunga fase di organo.
La seconda sezione, Walking in a spiral, dura venti minuti e verte essenzialmente su quest'organo (mi si perdoni la non conoscenza del termine preciso oppure l'incomprensione) che suona come le vibes, per una suite compatta che gira attorno ad un tema desolante e contemplativo. 
Liz ha fatto di nuovo centro, e con questo lavoro ha mietuto consensi anche fra la stampa specializzata, dopo le forti critiche ricevute per Ruins e Grid Of Points. E' il risultato superbo di un perfetto incrocio fra la sua anima ambientale e quella emotiva, la cui salomonica copertina in b/n, chissà perchè, mi ha ricordato la scena finale di Perdizione di Bela Tarr.

sabato 21 marzo 2020

Spandau Ballet ‎– Live From The N.E.C. 1986 (2005)

Un tuffo nella giovinezza più remota, per un live che peraltro all'epoca non uscì e pertanto permette di affrontarlo con orecchio vergine e la dovuta obiettività. Non ho mai nascosto il mio amore per gli SB, non soltanto per i primi due dischi, che erano sì pop ma con delle raffinatissime inflessioni electro-wave, ma neanche per quelli di maggior successo, e che mi riportano a respirare l'aria degli anni '80, della mia pre-adolescenza e di quel mondo che era così sereno e spensierato (a torto, ma questo è un discorso più ampio).
Live From The NEC immortala gli SB al vertice assoluto della loro popolarità, nel dicembre del 1986, finalmente vincitori anche in casa, in quel di Birmingham. E' un set da 90 minuti che si concentra sui pezzi di Through the barricades, Parade e Gold, (unica eccezione una straordinaria rendition analogico/organica di To Cut A Long Story Short), che vede una band rodata ed in forma stellare, in grado di rendere piena giustizia ad un materiale nettato dalle levigature produttive dello studio. Ci guadagnano un po' tutti, soprattutto la sezione ritmica, e ci fa il solito figurone Tony Hadley, con una performance impressionante e zero stecche rilevate.
Un set altamente energetico, il che spiega forse anche il motivo per cui non venne pubblicato all'epoca.

giovedì 19 marzo 2020

Chrome – Retro Transmission (1997)

La storia è ben nota; nell'estate del 1995 un Damon Edge obeso ed in pessimo stato di salute generale morì di attacco cardiaco nel suo appartamento e nessuno se ne accorse per un mese, fino a quando i vicini fecero forzare la porta d'ingresso. Helios Creed solista viaggiava già a gonfie vele da un decennio e poco dopo sentì non meglio previsate voci di corridoio tipo "hey, prendiamoci il nome Chrome e sfruttiamolo, chè è libero", così ri-prese prontamente possesso del marchio, richiamò i fratelli Stench, aggiunse due membri stabili del suo gruppo, si accordò con la Cleopatra e ristabilì l'entità Chrome in madrepatria. Che fosse un tributo all'ex-amico scomparso o che fosse un esigenza di diritti, non ha avuto molta importanza. Retro Transmission era di fatto un suo nuovo album solista, perchè conservava tutti i caratteri dei suoi predecessori; l'unica differenza è che fu il migliore dal 1992, da Kiss To The Brain, quindi si potè salutare come un buon ritorno alla forma per il re dell'Acid-Punk. A parte un paio di cadute di tono e qualche giro a vuoto, il suo cyber-chitarrismo faceva ancora scintille, sia scatenato nelle tracce più anfetaminiche che dilatato in quelle più sulfuree e spacey. Interessanti anche le derive della seconda parte del disco, su sonorità decisamente più rilassate, seppur sempre intrise di quei sentori alieni che il Nostro porta sempre con sè.

martedì 17 marzo 2020

Public Image Ltd ‎– First Issue (1978)


Si fa presto a dire Metal Box, certo. Ma siamo sicuri di non esserci dimenticati l'importanza di First Issue e la portata di rottura che ha comportato? Quella produzione così precaria ma al tempo stesso così significativa e pregnante?
L'ossessione è il concetto alla base di tutto, con l'apertura shocking di Theme, e avrei voluto vedere le facce e le reazioni all'epoca. Con le felici anomalie di Public Image, Low Life, Attack, inni post-punk tutto sommato ancora nella norma, First Issue è un assalto all'arma bianca art-punk destinato a non essere replicato. Religion II e Annalisa i ponti supremi di passaggio. E la chiusura di Fodderstompf è il k.o finale, come gettare la maschera, digrignare i denti e bofonchiare ma cos'avete capito? Un bel niente, perdenti.

domenica 15 marzo 2020

Stray Ghost ‎– A Shade Under Thirty (2018)

Uno iato insolito per Anthony Saggers, quello intercorso fra i due album maggiori del 2014 e quest'ultimo A Shade Under Thirty: nel frattempo sì, ha rilasciato delle pubblicazioni corte / di outtakes su Bandcamp, ma da quando ha iniziato non aveva mai fatto passare così tanto tempo fra un album e l'altro. Pausa di riflessione? Preparazione di cambio stilistico, insieme a quello consueto di etichetta?
No, nulla di tutto questo: Saggers è rimasto sè stesso e non è cambiato di una virgola. Sinceramente, non so se mi piacerebbe ascoltare una sua conversione ad altro. Le sue compassate panoramiche pianistiche restano inconfondibili (ispiratissime anche le tracce a base di archi, forse una direzione che dovrebbe intensificare)., e questo doppio vinile centra l'obiettivo per l'ennesima volta, col suo intento di ricreare un microcosmo che permette all'ascoltatore di evadere dai problemi quotidiani, e dallo stress della vita moderna. Come solo i grandi hanno saputo fare.