giovedì 5 settembre 2019

Helmet – Meantime (1992)

Scoprii gli Helmet grazie al video di In the meantime, il cingolato di apertura di questo secondo album, trasmesso sulla gloriosissima Indies. Poi comprai Strap it on, di cui avevo letto faville, e faville furono. 
Fra il 1990 e il 1992 ci fu lo tsunami mondiale che ben ricordiamo, e il mondo dell'alternative fu rapidamento invaso da un oceano di investimenti da parte delle major. Gli Helmet non furono da meno e la Interscope se li aggiudicò, dando loro mezzi sterminati ad una condizione: una bella levigata nel suono. Per questo motivo inizialmente Meantime mi deluse: troppo monocromatico, troppo squadrato, ed il pezzo gancio-traino della situazione, Unsung, persino troppo accattivante per i miei gusti.
Ci sono voluti tantissimi anni perchè lo riprendessi in mano e lo rivalutassi. Sarebbe stato quasi impossibile eguagliare i livelli del debutto, destinato a restare una pietra miliare del noise-rock. Page Hamilton indirizzò il gruppo verso lo spirito del groove a 360°, e di fatto Meantime è un unico, gigantesco, compatto groove, strutturato in 10 pezzi molto simili fra di loro, da cui si elevano In the meantime, Turned Out e Better. E dopo oltre un quarto di secolo ne apprezzo maggiormente il suono, persino al netto delle immancabili prodezze di John Stanier. Persino Meantime era destinato a restare un caso isolato, visto ciò che realizzeranno un paio dopo, con la sempre eccitante Betty.

martedì 3 settembre 2019

Umberto Maria Giardini ‎– Forma Mentis (2019)

Succede che UMG giochi col suo passato, faccia richiami espliciti ai trascorsi. Successe col sigillo finale a nome Moltheni Ingrediente Novus, poi altri piccoli dettagli che non ricordo, infine succede oggi col suo ultimo. Che porta un titolo che è familiare, perchè nelle interviste al seguito di Splendore Terrore (2005) se ne uscì dicendo che l'anno prima aveva realizzato un album intitolato Forma Mentis, contrassegnato da sonorità dure, come ad accelerare una tendenza espressa su Fiducia in un nulla migliore.
Ed è proprio da allora, anno 2001, che UMG non si esprimeva in maniera così grintosa, con un dispendio importante di chitarre fragorose e batteria tornitruante. Ma niente paura, questo non è il diseppellimento del vecchio Forma Mentis, è soltanto una citazione del titolo (nonchè title-track di chiusura) perchè amava l'idea di citare quello che riteneva un buon disco ma che non fu pubblicato per motivi di marketing.
Nel complesso, è un ritorno alla forma migliore, quella dell'Imperatrice. Se Protestantesima viaggiava ancora a livelli alti, Futuro Proximo si assestava su un piano inferiore, con poche impennate. Invece oggi UMG torna a graffiare e toccare quelle corde dell'anima che sa intercettare solo lui, con la divina voce che si inerpica fino ad arrochirsi in più di un occasione. La tua conchiglia, Argo, Di Fiori e Burro, Forma Mentis, e soprattutto l'eccezionale Materia Nera (in una top ten totale di carriera ci sta), i nuovi highlights da mandare a memoria in un batter d'orecchio.
50 anni e non sentirli per niente, caro Umberto.

domenica 1 settembre 2019

Cul de Sac ‎– China Gate (1995)

Il secondo album dei CDS, tre anni dopo la rivelazione di Ecim, all'insegna di una compattezza e di una fluidità impressionanti. Un disco molto lungo, che crea stati di ipnosi profonde ma mantiene ben bene i piedi a terra grazie alle ritmiche indiavolate (bellissimo il suono di batteria del neo-entrato Proudman, dal rullante sabbiato ed incisivo, e sempre demoniaco il bassista Fujiwara), alle mille soluzioni della 6 corde del factotum Glenn Jones, lasciando un po' sullo sfondo il synth alla Ravenstine di Robin Amos. Per quanto il concetto di jam fosse preponderante, impressiona ancora oggi la qualità delle partiture di Doldrums, The Colomber e Nepenthe, autentici gioielli di psichedelia tecnica.

venerdì 30 agosto 2019

Colossamite ‎– All Lingo's Clamor (1997)

Quartetto dalla vita brevissima, attivo in neanche due anni su Skin Graft. Di fatto erano l'unione fra i Gorge Trio, un trio avant-noise e Nick Sakes, cantante dei Dazzling Killmen, trio post-hardcore attivo sempre sull'attentissima label del Montana, discioltosi da poco tempo.
Tutta gente abbastanza sconosciuta, ai tempi, di cui parlavano solo Scaruffi e Blow Up, trattandosi di materia piuttosto infiammabile. I residuati post-hardcore di Sakes, riconoscibili soprattutto dal suo urlo disperato, andavano ad amalgamarsi contro le derive math fragorose del GT, per un episodio breve (poco più di 20 minuti, senza pressochè pause), carico di pathos e psicodrammi, situato in quell'area grigia che si era venuta a formare negli US a fine '90, che non era classico noise-rock ma neanche art-avant dal sopracciglio alzato (in accezione positiva), e che diede alla luce tanti bei prodotti come questo catastrofico, dinamico, granitico mini.

mercoledì 28 agosto 2019

Screams From The List #86 - Contortions ‎– Buy (1979)

L'infuocato art-whitefunk di James Chance / White e i Contortion, nel disco coevo al grandissimo Off White; una line-up identica eccetto il bassista, quindi col tempestoso chitarrista Jody Harris sempre in prima linea a sparare granate, il leader a sputare invettive e starnazzare col sax, la sezione ritmica a sincopare senza tregua. Un suono più spostato sul funk-blues come influenze, ma egualmente improntato ad una follia generale seppur organizzato alla perfezione. Nove pezzi infuocati che nella ristampa in cd diventano 12, grazie a tre live indicativi di cosa potessero fare questi matti su un palco.

lunedì 26 agosto 2019

Daniela Casa ‎– Arte Moderna (1975)

Come mi auguravo in sede di Sovrapposizione di immagini, si susseguono le ristampe della Casa, sia delle sonorizzazioni col marito Ducros che quelle create in solitudine, come questo Arte Moderna del 1975. Quattordici quadretti di massimo 3 minuti, non meno che eleganti nelle espressioni più pastorali e bucoliche, non meno che formalmente perfetti in quelle più atonali ed avanguardistiche. E' proprio quest'alternanza circolare di umori a stabilire la cifra stilistica di questa grande compositrice, seppur (come fa pensare il titolo, d'altra parte) l'aspetto più ambizioso e meno melodico alla fine sia predominante.

sabato 24 agosto 2019

A Broken Consort ‎– Crow Autumn (2010)

La degnissima chiusura della breve saga ABC, consistente in un'antologico comprendente la parte (anonimemente) 1 rilasciata come CD-r nel 2007 + il monumentale Part 2, per il quale ogni scusa è buona per riassaporare. Che poi l'interrogativo sorge inevitabile, perchè il primo è censito su Discogs con un unica traccia chiamata A Mercy Kill di 19':30'', mentre nella realtà ci sono Day Reveals, A Mercy Kill e Like Rain che in tutto ne fanno 10 scarsi. Passando alla Part 2, in rassegna i 3 monoliti originari ed in chiusura una chiosa di 5 minuti inedita, Leaves. Skelton non l'ha fatto di proposito, ne sono convinto; ha ritenuto giusto dare una nuova veste a questi flussi paranormali. 
Tutte più o meno piccolezze nella mente dell'archivista che vengono spazzate via dal complesso, divino, estasiato, straziante per quanto la più grande bellezza possa esserlo. Skelton ha donato il suo sacro spleen al mondo, siamone grati, sempre.

giovedì 22 agosto 2019

Aphex Twin ‎– ...I Care Because You Do (1995)

Chiamato ad una conferma importante dopo i clamorosi lavori casalinghi che l'avevano fatto conoscere, RDJ rispose con un titolo che svelava una certa ironia, oltre a quella esposta nella copertina. Insomma, il personaggio forse non voleva essere preso troppo sul serio, visto l'alone di mistero che i primi anonimi passi avevano sprigionato. 
A mio avviso I Care Because You Do funziona meglio nelle tracce meno concitate, quando James è in grado di creare grandi scenari come la magnifica apertura Acrid Avid Jam Shred, il semi-gotico di Wet Tip Hen Ax, la splendida scansione di Alberto Balsalm ed il gran finale sinfonico di Next Heap With. E' quasi un disco a due facce, perchè i contraltari sono durissime tracce da heavy-pista o semi-cingolati industriali, ed in tutto l'assieme è purissimo Aphex-DNA al top della forma, questo è fuor di dubbio. Terzo centro pieno, e senza considerare i vari EP.

martedì 20 agosto 2019

Nadja – Bodycage (2005)

Uno dei primi (si fa per dire, il sesto...) album della coppia canadese, già bella collaudata in tema di lunghissime e mastodontiche elucubrazioni circolari. Bodycage è concentrico: due tracce di 20 minuti con una da 10 nel mezzo, Autosomal, che poi è la meno interessante, volta al lato violento e tempestoso. L'apertura Clinodactyl è uno dei manifesti del loro solenne massimalismo: intro lucente di 8 minuti e poi entrano in scena le ritmiche, pantagrueliche, mentre il tema principale diventa epico e drammatico. Ossification invece si rivolge alla sfera celeste, un ambient-core notturno e fascinoso che al 10 minuto prende forma compiuta e stratificazioni completate, di nuovo con le percussioni tonfanti, a bassissimo bpm, mentre la tempesta attorno ha saturato tutto. Sapranno fare di meglio di lì a poco, quel che è certo è che l'esperienza vale sempre un viaggio di questi, almeno una volta.

domenica 18 agosto 2019

Thee Speaking Canaries ‎– Songs For The Terrestrially Challenged (1995)

Torrenziale effluvio di hard-rock rocciosissimo per il power-trio di Damon Che al secondo disco. Per motivi di natura personale, per pensieri ed inconvenienti vari, l'ho ascoltato per 5 giorni consecutivi perchè non riuscivo a cambiare ed ogni volta acquisisce valore. Se il debutto era ancora un po' indeciso sulla direzione da prendere, SFTTC gettava la maschera senza ritegno e giù a rollare con una marea di soluzioni armoniche, per un album lunghissimo ma che riesce ad essere fiammeggiante senza pause, di una compattezza esplosiva. Irresistibile il canto di Che, che si atteggia a rocker'n'roller di antichissime tradizioni sotto il fuoco di 1000 bombardate e del propulsore atomico di Leger (prodigioso) ed Hendricks, talmente coeso il suo basso quasi da non sentirsi.

venerdì 16 agosto 2019

Cheer-Accident ‎– What Sequel? (2006)

Lo squisito, elegante e raffinatissimo art-post-canterbury-Rio di Thymme Jones & compagnia cangiante nel loro album 16 di 22. Credo che non arriverò mai ad ascoltarli tutti, e in fondo in fondo sarà un peccato perchè potenzialmente sono tutti belli. Questo, preso in pratica a campione fra quelli della terza età del gruppo, è di una perfezione formale clamorosa, ed è curioso perchè al primo ascolto non sembra entusiasmante, ma già al secondo rivela dettagli inediti, senza per questo dover ricorrere a trucchi e/o tecnicismi di dubbio gusto. Le ritmiche sono belle squadrate e regolari anche se ricche di controtempi, la voce di Jones un po' monocorde ma estremamente melodiosa, i pezzi sono quasi tutti molto brevi. L'eredità di Robert Wyatt, della stagione canterburyana e dello Zeuhl virato light trasposte ai tempi nostri non potrebbe avere migliori esponenti.

mercoledì 14 agosto 2019

Gun Club ‎– Miami (1982)

Un'anno dopo la grande rivelazione di Fire Of Love, il quartetto di Jeffrey Lee Pierce era già pronto ad evolversi e perchè no, a raffinare le proprie doti dando in mano il suo secondo album ad un produttore voglioso di levigare la componente punk e di ravvivare le doti istrioniche del suo master. Il risultato fu un aumento esponenziale delle chiavi roots e della solennità espressiva di JLP, ancor più idealmente vicino ad un Jim Morrison reincarnato e ravvivato dal '77. Resta un disco in sostanza inferiore al debutto, anche se più espressivo e vario nelle atmosfere; l'anno successivo con Death Party recupereranno parte del loro spirito animalesco.

lunedì 12 agosto 2019

Leanan Sidhe ‎– Calendario Arboreo Perpetuo (2000)

A volte il fascino del mistero avvolge oltre l'immaginazione, e riesce a mascherare e sovraccaricare i risultati artistici. Nel caso dei fiorentini LS, le bio-info sono pressochè inesistenti; partiti a metà anni '80 nell'epicentro del rock nazionale, non riuscirono ad emergere e scomparvero per quasi un decennio. Sembra confermare la storia modello di quegli outsider toscani che si sono affacciati ai panorami musicali, salvo poi fuggire ed isolarsi in campagna (è un po' naif e cito solo quelli di mia conoscenza/ricordo, Unmade Bed, Ci S'Ha, ma sono sicuro che ce ne sono stati altri, e poi come non pensare ai Sensations' Fix). Calendario Arboreo Perpetuo è stato il loro ultimo auto-prodotto (purtroppo l'unico componente di cui era noto il nome è scomparso nello scorso decennio), rilasciato gratuitamente in rete e rivelatore di uno stile del tutto personale, in apparenza incasellabile sotto una campana banalmente psichedelica, ma in realtà molto più ampio, fosse soltanto per l'avventurosa storia della sua costruzione (rimando con piacere al post di Allelimo che me li fece scoprire). E' un viaggio globalizzato, con delle armonie di grande respiro e costruzioni chitarristiche di pregio; non è esente da difetti (un po' intrusive e concitate le incursioni di parlato, ma immagino siano state importanti a livello concettuale), ma l'unicità del complesso li rendeva speciali, questo è certo.

sabato 10 agosto 2019

Kyuss ‎– Welcome To Sky Valley (1994)

Sfruttando il clamore suscitato e le sensazioni diffuse da Blues For The Red Sun, i Kyuss trovarono un ingaggio major ed il successo con questo terzo album. Da allora il termine Stoner divenne una categoria di consumo, in quei mid-90's in cui si cercava una casella che potesse prendere il trono del grunge, rapidamente decaduto dopo i folli bagordi appena trascorsi.
Blues era stato disco del mese di Rumore, l'avevo comprato senza indugio e me ne ero innamorato all'istante. Sky Valley no, non lo comprai perchè c'era meno entusiasmo. Mixo e Rupert me ne diedero importanti assaggi su Planet Rock ed ebbi l'impressione che fosse un po' distratto e dispersivo, l'effetto novità era rapidamente sparito ed altre cose stavano distogliendo la mia attenzione dai ragazzi di Palm Desert.
Riascoltandolo ad un quarto di secolo di distanza, lo rivaluto in maniera importante. L'attacco di Gardenia è contagioso nel suo rotolare mostruoso, Supa Scoopa spazza via la sabbia dal deserto, Space Cadet una splendida parentesi acustica dal sapore classico, Demon Cleaner la concessione alla melodia più genuina, Whitewater una mini-suite avventurosa. Non tutto è perfetto in Sky Valley ed ovviamente lo standard di Blues for the red sun non era più replicabile, ma restava comunque un lavoro destinato ad essere ricordato come un evento importante.

giovedì 8 agosto 2019

Bloodiest – Descent (2011)

Anni fa, quando vidi i Disappears al Bronson, al mio interrogativo di cosa stesse facendo al momento Cayce Key, Brian Case mi disse che suonava in una band metal, e lo faceva anche molto bene. Soltanto oggi me lo sono andato a recuperare, e trattasi dei Bloodiest, un collettivo numeroso (6-7 componenti) di Chicago che ha fatto 2 album su Relapse, forse senza troppi riscontri a livello internazionale ma di più che buona riuscita generale. Descent, il primo, verte su uno sludge-post-doom altamente contaminato di elementi gotici, con una solennità ed un senso di drammaturgia che rievoca costantemente gli Swans degli anni '90 (soprattutto nelle fasi acustiche). I Bloodiest fanno girare a lungo i loro riff ed i loro schemi puntando su un effetto quasi ipnotico, riuscendoci molto bene in più punti. Qualche sezione a mio avviso poteva essere tagliata, ma vista l'ambizione per un debutto i risultati erano più che buoni.
Per quanto riguarda il buon Key, beh, forse non è il genere che rende giustizia alle sue qualità, ma la performance resta bella quadrata e possente, e non potrebbe essere altrimenti. D'altra parte, citando sempre Brian Case, non si può immaginare di fare i 90 Day Men senza avere i 90 Day Men.

martedì 6 agosto 2019

Labradford ‎– Labradford (1996)

Terzo e più bell'album del duo (allora trio), dal punto di vista emozionale. Nelson e Brown liberavano la loro vena lirica, e con l'ausilio del bassista Donne aggiungevano una timida, lenta iniezione ritmica. Recuperando lo sparso, a tratti represso slancio melodico di Prazision, rimasto un po' in disparte sul secondo A Stable Reference, ci regalavano un afflato finissimo; le pigre didascalie chitarristiche ed i sussurri intellegibili di Nelson, le coloriture d'organo di Brown, gli effetti elettronici sottopelle, tutto va in gloria con i capolavori Midrange e Battered, magnificenti sculture di quiete cosmica in forma intimista. Ma a partire dallo strumentale iniziale, disorientante quanto poco indicativo del proseguio, non c'è un momento che non convinca in questi solchi confidenziali, universali, a tratti tangenti una forma di gotico difficilmente sentita prima, se non negli ultimi Talk Talk. Pietra miliare di tutto il post-rock.

domenica 4 agosto 2019

Joanna Newsom ‎– The Milk-Eyed Mender (2004)

Lo shocking-debut della californiana, poco più che ventenne, su Drag City, subito dopo esser stata "scoperta" da Will Oldham. Cresciuta in una famiglia di musicisti folk e mossi i primi passi come tastierista di un paio di oscure formazioni, la Newsom estraeva uno strumento insolito come l'arpa, la sua voce acuta ma soprattutto un manipolo di pezzi clamorosi, rivelatori di un talento raro nel saper creare scenette bucoliche ma con un vigore ed una tenacia narrativa che strega letteralmente.
Cosa se la ragazza avesse imbracciato una chitarra acustica al posto dell'ingombrante, complessa arpa? Non sarebbe stata la stessa cosa, e la sua maestria tecnica nel creare ragnatele sarebbe rimasta scoperta. Un disco fuori dal tempo, che conserva ancora qualcosa dei cantautori classici (chissà perchè, alcuni passaggi mi hanno ricordato Kevin Coyne...) ma è ben rivelatorio delle prodezze che di lì a qualche anno avranno sconvolto il mondo indie.

venerdì 2 agosto 2019

Modest Mouse ‎– This Is A Long Drive For Someone With Nothing To Think About (1996)

Sono stato così deluso dai loro ultimi album che mi sono dimenticato dei primi due dei Modest Mouse, due disordinate prodezze in grado di rilevare la vera eredità dei Pixies (ma non solo) iniettando ulteriore dose di follia allo stato puro. Uscito in doppio vinile, This is a long drive... fu una sensazione immediata per tutta la stampa ma ai tempi ero troppo preso da altre cose e lo ignorai, salvo poi venirne fulminato dopo qualche anno, facendo il paio con Perfect From Now On dei Built To Spill, in tema di quella America in grado di unire metropoli e ruralità in un colpo solo, con punti di vista talmente personali da restare scolpiti nella pietra. Dramamine, Lounge, Ohio, Tundra/Desert, Talking Shit About A Pretty Sunset, le perle più significative di un disco lungo da consumare ancora avidamente.

mercoledì 31 luglio 2019

Antlers ‎– Hospice (2009)

In attesa di un ritorno dopo il disco dell'anno 2014 che si fa sempre più sospirato, un tuffo agli esordi di Peter Silberman, con quello che viene decantato dai più come il suo apice espressivo. Hospice è un concept filosofico, fatto di storie drammatiche e dolorose, che si dipana attraverso un intimismo ed un lirismo quasi indicibili, un emo-songwriting che come un ottovolante passa da stati catatonici ad esplosioni pop come se nulla fosse. L'impresa mirabolante di Silberman però è quella di trasmettere una genuinità ed una spontaneità che sono captabili come la nebbia quando ci si cammina attraverso, persino nei momenti più stucchevoli, nelle leziosità più banali e ruffiane (più o meno un quarto del lotto). Il riferimento più ovvio fa correre il pensiero ai Radiohead da cameretta (Atrophy, Shiva, Epilogue), grazie anche al falsetto di Silberman, ma è soltanto un impressione, perchè la voce di questo autore è assolutamente personale.
Non un capolavoro come l'hanno dipinto in diversi, a mio avviso (l'ho conosciuto dopo Familiars, quindi la distorsione temporale mi ha impedito forse di apprezzarlo appieno), e limitato anche nella sua forzata dimensione di concept, ma senz'altro una tappa fondamentale di avvicinamento allo status che oggi Antlers possiede.

lunedì 29 luglio 2019

Screams From The List #85 - Verto ‎– Krig / Volubilis (1976)

Altro oggetto non identificato d'oltralpe, riconducibile al chitarrista J.P. Grasset, ma in questo disco coadiuvato da un manipolo di musicisti connazionali, soprattutto il bassista Gilles Goubin che risulta coautore in quasi una metà del materiale. Si inizia con Krig, ed è già il pezzo forte: un poderoso mix fra lo Zeuhl ed i King Crimson di Starless, con tanto di violino funambolico. Ma nel proseguio il disco è piuttosto slegato, passando di palo in frasca, rievocando Magma, Lard Free ed in qualche tratto anche i grandissimi Archaïa. Segno di un notevole talento ma forse disperso nella precarietà delle situazioni, nel non avere una support band costante e/o completa. Grasset denotava ottime doti chitarristiche e visioni creative in testa, come testimoniato nei 18 minuti di Strato, un deliquio solipsistico a base di effetti, di folate tremebonde, di psichedelia distorta, come un Gunther Schickert in preda al delirium tremens e con poca sensibilità. Un occasione sprecata, forse, un nome minore ma degno di essere preso in esame.

sabato 27 luglio 2019

Pere Ubu ‎– The Art Of Walking (1980)

Il primo dei due album di Mayo Thompson con i PU, un cerchio che si chiudeva talmente ovvio da destrutturare i PU stessi, prossimi allo split. Non si sa quanto esso fu dovuto a MR. Red Krayola, ma andò così. Già il precedente New Picnic Time aveva segnato una separazione seppur provvisoria; in effetti doveva essere una faticaccia immane mettere in suono visioni così destrutturate ed astratte. Fu un passo ancora più in avanti verso la follia, con un buon pugno di pezzi dalla ritmica annullata in favore di pseudo cabaret post-nucleari (con Ravenstine senza freni, rumorista incontrollato); ad un altro pugno venne riservata la propulsione Maimone-Krauss, ed a mio avviso restano i migliori, eredità di una prima stagione in procinto di passare in archivio. Con Thomas sorridente e gigantico a benedire ogni passaggio, oppure seduto alla batteria come in Lost In Art, riuscendo a stabilire un record di assurdità, regredendo ad uno stato quasi infantile.

giovedì 25 luglio 2019

Peter Hammill ‎– X / Ten (2018)

Per i suoi 70 anni PH ha deciso di dare ulteriore risalto a quello che è stato uno dei suoi migliori dell'ultimo ventennio (forse il migliore) con un gesto di vanagloria, che gli si concede volentieri anche soltanto per le sue note di copertina, così posate, da gentleman inglese con un sottilissimo velo di ironia. L'intero From The Trees replicato nell'ordine di scaletta, live in solitudine, estratto fra Italia e Germania, fra il 2017 ed il 2018. Per chi lo ha mandato a memoria come me, un piacere infinito riprendere queste tracce senza i controcanti e gli overdubs (pochi in realtà, ma molto importanti), apprezzandone lo scheletro essenziale e la performance stellare di PH, in una forma vocale inaudita. Ed i proverbiali errori, concentrati soprattutto sulla suprema On Deaf Ears, come sempre mettono a nudo l'artista nella sua immortale performance. Alla faccia della terza età.

martedì 23 luglio 2019

Supreme Dicks ‎– Workingman's Dick (Archival Recordings 1987-89) (1994)

Nel 1993 il mondo scoprì i Supreme Dicks ed il verbo si diffuse, seppur limitatamente a quello che una volta si chiamava underground. Tempo un anno ed a Londra una piccola etichetta, la Freek Records, appena partita a pubblicare cd di artisti carbonari da ogni angolo del pianeta, fece uscire Workingman's dick, antologia di registrazioni risalenti a fine anni '80. Era ben chiaro che l'Europa sarebbe stata più ricettiva della madrepatria per i Dicks, specialmente in quegli anni, e questo ne era una lampante dimostrazione. Il suono, per essere in sostanza dei demos, è discreto; sono 20 tracce che anticipano in maniera diretta Unexamined Life, sia con rimandi espliciti (Hyacinth Girls) che di estrazione compositiva, con pochi episodi legati al lato più free-form dei Dicks. Interessante quindi per capire e riflettere sulla genesi di una band storica, essenza di un espressione unica al mondo, rimasta inimitabile, con tutto il movimento weird del decennio successivo a togliere il cappello, con umiltà e devozione. Come si deve ai Dicks.

domenica 21 luglio 2019

Peter Zummo ‎– Frame Loop (1984-2018)

Recupero oltre-trentennale che ingrassa la magra discografia del grande trombonista americano, documentante una jam in quartetto con Arthur Russell, un percussionista ed un marimbaro. Seppur abbia un po' il tenore di una badilata ad un barile già non grassissimo, Frame Loop ha ben impresso il suo irresistibile carattere di surrealismo che abbiamo conosciuto sul fantastico Zummo with an X, con quello stile grottesco ma elegante fatto di sbuffi, di cicli ellittici, senza virtuosismi, concentrandosi sull'effetto di gruppo. Che nel contesto fa il suo: Russell resta un po' sullo sfondo, la marimba punteggia sorniona, le congas danno lo sprint giusto. Pochi i temi ripetuti all'infinito; resta una jam poco perfezionata ma molto gradevole.

venerdì 19 luglio 2019

Death Cab For Cutie ‎– Something About Airplanes (1998)

Qualcosa sugli areoplani ed in copertina una barchetta di legno stilizzata. Così Ben Gibbard esordiva ufficialmente vent'anni fa, con una full band ed una valigia piena di speranze. Il successo l'avrebbe raggiunto e la sua caratura di autore sarebbe stata consacrata col secondo un paio d'anni dopo.
SAA vive di due contrasti ben marcati: un imprinting compositivo e vocale mutuato da Doug Martsch ma sbilanciato più sulle melodie che sulle chitarre, ed un alternanza di risultati da rollercoaster. Le tracce migliori sono capolavori del pop alternativo: President of what?, Your Bruise, Champagne from a paper cup, Amputations, Line Of Best Fit mi fecero gridare al miracolo, il resto galleggia sulla sufficienza risicata quando non scende nel banalotto. Non era una questione di acerbità, l'autore era già maturo. E quel quintetto di pezzi clamorosi è manuale indie-pop.

mercoledì 17 luglio 2019

ST 37 ‎– Glare (1995)

Coprodotto dalla romana Helter Skelter, Glare fu il secondo ST37, ben 3 anni dopo The invisible college. Non ho ascoltato tutta la discografia dei texani ma mi sento di poter affermare che con ogni probabilità è il loro migliore, perchè sfruttò l'entusiasmo giovanile e stabilì un modello che era estremamente superiore a tutti gli psych-revival dell'epoca, grazie soprattutto al bassista Telles che col suo Precision si imponeva come marcatore punk-wave-core della situazione, donando una fisicità fondamentale.
Glare è un doppio vinile che svaria a 360°: cavalcate alla Hawkwind, radiazioni alla Chrome (la chitarra solista in perenne secondo piano, ma ben udibile, impostata alla Helios Creed), fosche ambientazioni primi Pink Floyd, digressioni cosmiche in libertà alla Ash Ra Tempel; c'è spazio anche per un omaggio di 9 minuti ai Neu!, con il medley HalloHero.
Quasi un'ora e mezza di pura goduria freak-punk, che all'epoca scoprii grazie a Planet Rock che ineffabile trasmetteva i due pezzi sotto.

lunedì 15 luglio 2019

Codeine ‎– What About The Lonely? (2013) (Live In Chicago 1993-10-15)

No, non era il frutto della reunion che mi aveva permesso di vederli dal vivo con grande commozione e nostalgia. La Numero Group l'aveva annunciato con tempismo, che What About The Lonely? era un live del 1993 che meritava di essere ripreso dai cassetti e messo in circolo, a suggello di una santificazione tardiva ma meritata. Il contesto è il glorioso Lounge Ax di Chicago, alla batteria c'è il grande Doug Scharin, il set limitato a 35 minuti, su Tom e Wird David Grubbs fa una capatina sul palco ad ispessire la chitarristica.
Cinque pezzi su 8 sono del di lì a venire White Birch, 2 da Frigid Stars e uno da Barely Real. Il quadro è perfetto, non c'è una sbavatura a parte qualche stecca di Immerwahr che però notoriamente non era un gran vocalist. Il rullante col riverbero e la precisione chirurgica di Scharin, le esplosioni di Engle, l'elegia della lentezza, decisamente su questa grandissima band c'è poco da dire. Non c'erano sorprese in questo concerto, solo conferme della perfezione.

sabato 13 luglio 2019

Therapy? ‎– Nurse (1992)

E' incredibile il fatto che i Therapy? siano ancora attivi, con 15 dischi sulle spalle, senza proprio mai staccare, con Cairns e McKegan indefessi al loro posto, ma credo che rientri nella proverbiale tenacia dei nordirlandesi, che nella storia hanno dato prove di resistenza e determinazione ben più rilevanti. Ricordo che Nurse, primo album su major (rif. collana Cercasi Nuovi Nirvana), fu disco del mese di Rumore. Non voglio certo mettermi a ridimensionarlo, in retrospettiva erano tempi particolari in cui le corporazioni facevano il bello ed il cattivo tempo e i Therapy? non sono passati alla storia, e Nurse resta un buon prodotto di alternative-rock, appena screziato di noise, qui parecchio influenzato dai Killing Joke, con punte di diamante nelle psicosi di Teethgrinder e Zipless, nei carichi di spleen di Disgracelands e Gone, e nel dub deviato di Deep Sleep. La produzione dopotutto era effettivamente da major, un po' compressa forse, ma l'affetto resta immutato.

giovedì 11 luglio 2019

Blues Control ‎– Puff (2007)

Registrato un mese prima di quel piccolo gioiello che fu il loro primo album, Puff è un 5 tracce che ben esemplifica la genesi del BC sound: tragitti lunari a base di minimalismo psichedelico, ai limiti dell'ambient, con delle sparute rasoiate di chitarra fuzzata che prenderanno il largo su BC, in questa sede limitate ad un paio di pezzi. Un anteprima del meglio che questa coppia di scoppiati ha saputo fare, in grado di accoppiare in un colpo solo kraut-ambient, noise-blues e psichedelia pura distillata in salsa ultra lo-fi.

martedì 9 luglio 2019

Meat Puppets ‎– Meat Puppets II (1984)

Cow-core. Ecco la definizione di un disco che poteva essere definito di transizione; il trio dell'Arizona passava in un men che non si dica dal feroce hardcore del primo disco ad un ibrido di punk e country che aveva del proditorio, ma erano anni fertili per queste contaminazioni, soprattutto se si incideva per la grande SST di Greg Ginn.
Merito anche della sbocciatura di Curt Kirkwood come cantautore, in grado di passare da esagitate danze country-core a finissime ballad elettrificate di diretta discendenza Neil Young, come i 3 famosi pezzi che diedero ai MP il quarto d'ora di visibilità in tutto il mondo nel 1993 grazie all'unplugged dei Nirvana. La sensazione finale è quella di un disco molto fisico ma anche molto svanito (il canto), proiettato in una dimensione parallela; è questo senso di disorientamento che lo rende speciale ed unico, a modo suo. Il successivo si sveglierà un po' dal semi-torpore e punterà sull'aspetto divertente di un suono in progressione.

domenica 7 luglio 2019

Areknamés ‎– Love Hate Round Trip (2006)

Iniziava con un riffone metallico piuttosto fuorviante il secondo degli Areknames, al punto da far aggrottare le ciglia. Erano passati 3 anni dal delizioso debutto e la formazione era mutata, con l'ingresso di un nuovo chitarrista. Il soggettivo disorientamento per fortuna dura poco: tempo un minuto ed i pescaresi si tuffano nuovamente nel loro universo dark-prog con un lunghissimo e labirintico album (concepito come doppio, come ben precisato nelle note).
Un lavoro articolatissimo, registrato divinamente, con grandi pezzi come Deceit, Ignis Fatuus, Stray Thoughts, The Web Of Years in evidenza, ma sopratutto uno stile generale improntato all'equilibrio miracoloso di non tediare mai, di non specchiarsi mai sulla propria bravura, ma di creare scenari fantasiosi e stuzzicare la mente con un suono luccicante e orchestrato con grande bravura da Michele Epifani, sempre più bravo a smarcarsi dalle influenze PH/VDGG. Un capolavoro di neo-prog difficile da ignorare per gli intenditori, negli ultimi 20 anni.

venerdì 5 luglio 2019

Gerardo Iacoucci ‎– Industria - N. 1 (1972)

Ristampa della Intervallo del 2017, uno dei pochi Iacoucci realmente di servizio, come recitano le note di copertina dell'originale Canopo del 1972. Le immagini e le situazioni del nostro tempo devono essere commentate da sonorità vere che bene esprimano la realtà sonora dell'epoca in cui viviamo. Siamo andati nelle fabbriche e nelle officine ed abbiamo registrato il rumore delle macchine sul quale abbiamo sovrapposto dei particolari effetti musicali eseguendo poi un accurato mixage dei suoni. Il disco che vi proponiamo è quindi il risultato di questo nuovo esperimento discutibile forse, ma senz'altro interessante. La fabbrica dunque è la reale protagonista di questi brani e pertanto non abbiamo voluto influenzare l'ascoltatore con titoli specifici dati a ciascun brano perchè sarebbero necessariamente risultati troppo approssimativi.
Non serve aggiungere un granchè. Iacoucci svisa sopra queste sonorità col suo piano schizoide ed ottempera allo scopo prefissato con proverbiale maestria. 

mercoledì 3 luglio 2019

Roly Porter ‎– Life Cycle Of A Massive Star (2013)

In attesa di un ritorno con i tempi giusti ed umani, rispolvero il secondo Porter, forse il meno entusiasmante in mezzo a due mezzi capolavori di elettronica post-moderna come l'eccitante debutto Aftertime ed il terzo intimorente Third Law. Un disco di transizione, si è scritto altrove, forse perchè più concentrato sulle scansioni di suono anzichè sulle dinamiche. Ma quanti pivelli avrebbero carte false per confezionare l'ipercinetica intermittenza di Cloud, con una coda sinfonica digitale pressochè prossima all'acustica? L'angoscia industriale di Gravity, sfociante in un evocativo loop di suono rievocante un clarinetto, è il top dell'album. Il resto del lotto, fra immobilismi estatici e pulviscoli abrasivi, finisce per essere schiacciato dai quasi 20 minuti delle due tracks sopracitate, per questo Life Cycle non resterà il suo episodio migliore.

lunedì 1 luglio 2019

Magazine ‎– Secondhand Daylight (1979)

A grande velocità, i Magazine fecero 4 dischi ed un live in neanche 4 anni. Successo poco e riconoscenza critica forse anche meno, e la reunion celebrativa del 2010 non portò loro ulteriore gloria. E' il destino di un gruppo che ha abusato del proprio talento e della propria ambizione, senza riuscire a sfornare un hit che uno che li portasse in alto nelle classifiche.
Il secondo della serie, Secondhand Daylight, vedeva un nuovo scalino di elaborazione sia a livello compositivo che a livello di produzione. Anche se occorre ammettere che non contiene certe perle che comparivano sull'inarrivabile Real Life, la ricerca estetica e artistica generale è stratosferica. Le due tracce di quell'asso che era John McGeogh svettano (la graffiante Talk to the body e l'elegantissimo strumentale The Thin Air), Formula gli sta di poco sotto con le elaboratissime Feed The Enemy e Back To Nature, Adamson suona più pressante e coesivo con I Wanted Your Heart e Believe that I understand. Meno convincenti e fantasiose le tracce firmate da Devoto, che a posteriori forse avrebbe fatto meglio a concedere più spazio ai compagni. Ma sono dettagli, perchè il disco nel suo insieme fa del lavoro collettivo il suo punto di forza, negli arrangiamenti e nei minimi dettagli di questo art-wave di massima eccellenza.

sabato 29 giugno 2019

Built To Spill ‎– Live (2000)

La celebrazione di Doug Martsch in chiusura di millennio, di una fase storica permeata dagli esordi ancora imperfetti, un capolavoro assoluto (Perfect from now on) ed un difficile quarto, Keep it like a secret, anch'esso imperfetto ma sublime a modo suo. Live è un disco vanitoso, prima di tutto, perchè fare una versione da 20 minuti di Cortez the killer ed allungare ad altrettanti Broken Chairs significa sprecare del tempo con interminabili sbrodolamenti chitarristici in cui avrebbero potuto eseguire, ad esempio Made Up Dreams o Out of site. I problemi però finiscono qui, perchè bastano versioni epidermiche di I would hurt a fly, Randy described eternity, Stop the show a regalare brividi sulla schiena. Il trio di chitarre fa faville, la flemma è quella della casa, il trademark marchiato a fuoco. Oltre all'omaggio a Santo Nello Giovane, un'altro paio di covers di gruppi oscuri (Halo Benders e Love As Laughter) ed un paio di ripescaggi dei primi tempi completano il quadro. Che è sempre imperfetto, come tutta la carriera di BTS, ma unica al mondo.

giovedì 27 giugno 2019

Screams From The List #84 - Iannis Xenakis - Electronic Music (1997)

In realtà il capitolo di riferimento sarebbe Electro-Acoustic Music, edito originalmente nel 1970, ma questa ristampa del 1997 ha avuto il merito di aggiungere altre due composizioni al poker originario. In tutto fanno 6 numeri composti e registrati fra il 1957 ed il 1992, col filo conduttore del nastro magnetico come strumento di creazione. Effetto finale, il temibile suono elettro-acustico ultra-avanguardistico dell'architetto greco trapiantato in Francia dopo la seconda guerra mondiale, un abisso impenetrabile di fonti sonore così terrene ma alienanti da un qualsiasi senso dell'orientamento. Eccezionali Orient-Occident (con percussioni ad integrare la bolgia) e Bohor, un gorgo industriale di 21 minuti.
Fa letteralmente paura; durante la grande guerra vide la morte in faccia, perse un occhio, ma si riprese a Parigi, diventò architetto e sviluppò delle teorie della "musica" applicata alla matematica. Che gran testa.

martedì 25 giugno 2019

Bluetile Lounge ‎– Lowercase (1995)

Ero convinto di aver ascoltato praticamente tutto dello slowcore quando un po' di tempo fa BU fece un 20 Essentials che non mi aspettavo per niente. Era ora che si tornasse alle radici di quando nacque la fanzine, e la sorpresa dei Bluetile Lounge è stata molto gradita. Si trattava di un quartetto australiano vissuto in diretta all'epoca, che pubblicò soltanto due dischi ma fece in tempo a guadagnare l'attenzione di Sonic Youth e Low, che fecero campagna a loro favore. 
Lowercase è composto di 5 tracce fra i 6 ed i 12 minuti, in un mix inopinato di Codeine e Red House Painters. Un disco svenevole, svanito, dal suono solenne e raccolto. Avrebbe giovato loro sicuramente una voce meno scarsa, ma appare chiaro che era solo un contorno in queste elucubrazioni dell'anima, in questi girovagare trasognati. Le due chitarre, sempre pulite, si impastano nel mix in un cicaleccio costante, lasciando la ritmica in secondo piano.
Al termine del disco vien voglia di metter su The White Birch, ma questo non significa che non si meriti un bel 7,5/10. Sarà anche la convinzione che se l'avessi ascoltato all'epoca, sarebbe diventato un piccolo classico personale. E sì, nel 20 Essentials credo che ci stia proprio bene.

domenica 23 giugno 2019

Cat Power ‎– Moon Pix (1998)

Una Chan Marshall d'annata ci sta, anche soltanto per contrastare le delusioni che ci ha appioppato nell'ultimo decennio. Nell'inverno del 1997 se ne volò in Australia, fece comunella con White e Turner dei Dirty Three e registrò il suo quarto disco, forse il più classico e malinconico della sua prima fase. E' opinione comune asserire che si tratti del suo apice personale, grazie anche al compassato e scarno accompagnamento dei due sodali, ma soprattutto per alcune tracce memorabili come American Flag, Cross Bones Style, Metal Heart, Colors and the kids, litanie a lume di candela, filastrocche tenui in minore, girovaghi rumori dell'anima. Chan, ti ricordiamo così, da tempo non ti riconosciamo più...

venerdì 21 giugno 2019

Claudio Rocchi ‎– Suoni Di Frontiera (1976)

Ristampato ben due volte dalla Die Schachtel prima in cd e poi in vinile, Suoni di Frontiera è il disco electro-library di Rocchi, influenzato dalle correnti tedesche (e perchè no, anche dal primo Battiato) più incompromissorie ma anche dai brevi quadretti di maestri connazionali come Sorgini, Tommasi e Carnini/Zanagoria. Il lato romantico/pastorale del cantautore ha modo comunque di librarsi in maniera piuttosto personale, facendo intravedere qualche bagliore di melodia nella selva di 17 tracce ineffabili, a tratti allucinate, comunque mai gratuite. Disco che rivela sempre qualcosa di nuovo anche dopo parecchi ascolti, e che si è guadagnato le note interne della ristampa da parte di Oren Ambarchi, un tipo che qualcosina lo deve anche a Suoni di Frontiera.

mercoledì 19 giugno 2019

Dymaxion ‎– DYMAXION×4+3=39:21 (2000)

Oscura entità newyorkese, solitamente indicata come un duo anche se la cover sopra raffigura 4 persone col volto coperto da un disco. Già questo in astratto sarebbe un indizio sulla simpatia e/o follia dei soggetto, comunque le info in rete sono pochissime, perchè si fermarono praticamente a questa raccolta che metteva ordine in un poker di singoli/EP pubblicati fra il 1995 ed il 1998, per poi scomparire nel nulla. Peccato, perchè DYMAXION×4+3=39:21 è un vero spasso dall'inizio alla fine, un oggetto volante non facilmente identificabile. Innanzitutto il suono, che sembrerebbe arrivare da qualche cantina umida ben insonorizzata ma attrezzata con poche risorse. Ma soprattutto i 18 strumentali impazziti di art-elettro-post-wave, con un bassone bello contundente, le svisate chitarristiche, le ritmiche saltellanti e l'elettronica vintage a creare scompiglio. Fra i nomi che vengono in mente direi i Can di fine anni '70 (quelli con Czukaj agli aggeggi vari), i grandissimi Swell Maps, certe derive dei Pere Ubu, ma io ci sento persino delle reminescenze del RIO, delle follie jappo, insomma un godibilissimo ed irresistibile calderone di follia.

sabato 15 giugno 2019

Current 93 ‎– The Light Is Leaving Us All (2018)

Passati i bagordi del bellissimo, lussureggiante I Am The Last...., era abbastanza prevedibile che Tibet sarebbe tornato ad una dimensione più raccolta; in fondo, in passato, ogni volta che deviava significativamente dalla strada maestra poi se ne è sempre tornato a casa. Conservati il pianista Van Houdt, il politecnico Liles e l'ossianico Ossian Brown, acquisiti il chitarrista/cantautore Alasdair Roberts e la violinista Boada, DT mette in scena un disco pastorale, dai toni melanconici e solenni, arrangiato in maniera sublime e forte di almeno un poker di episodi eccezionali: Bright Dead Star, 30 Red Houses, Your Future Cartoon, The Kettle's on. Non si parli di classico apoc-folk, per favore, ma semplicemente di una musica da camera austera ed elegante, così come appare oggi il look di Tibet, in completo chiaro anche se un po' consunto, coppola e barba bianca. Ed ancora lunga vita.

giovedì 13 giugno 2019

Roy Harper ‎– Flashes From The Archives Of Oblivion (1974)

Doppio live celebrativo del menestrello britannico per eccellenza, che scomponeva un po' della sua perfezione formale in studio in favore di un approccio psichedelico (gli bastavano un paio di riverberi e delays per partire per la stratosfera) e di una pseudo-teatralità, spesso debordante nella gag vera e propria (un paio di lunghi numeri di cabaret, sinceramente skippabili per chi non è madrelingua).
Una partenza tranquilla con i pezzi più morbidi e riflessivi, ed il delirio a partire dall'eccezionale Me and My Woman, dal leggendario Stormcock, una delizia anche se spogliata del suo arrangiamento. A seguire la mia preferita del suo repertorio, South Africa, che si trasfigura letteralmente, poi i 16 minuti elettrici titanici di Highway Blues ed il gran finale di One Man rock and roll band. Un poker finale da brividi che precede una coda in studio, con la delicata Another Day ricca d'archi e MPC Blues, tirata allo spasimo.
Giù il cappello, sempre.

martedì 11 giugno 2019

Thom Yorke ‎– Suspiria (2018)

Impresa del buon TY che esordisce come sonorizzatore a 50 anni, dietro grande pressing del regista Guadagnino, che si racconta averlo tampinato per mesi pur di convincerlo. La soundtrack è un massiccio di 25 tracce che va opportunamente ritenuta tale nell'ascolto slegato dalla visione, e lo vede molto a suo agio calato in un atmosfera tipicamente Argentiana, con le dovute sfumature del caso. Ha dichiarato di esser stato influenzato molto da Pierre Henry, dai Faust e dai Can; per il primo si può concordare nell'ambito dei frammenti più avanguardistici, neanche troppo horror. Dei Can l'influenza sui Radiohead è una certezza da almeno 22 anni, per quanto riguarda i Faust si tratta di una novità, ma si può concordare. Aggiungerei alla lista anche Arvo Part, che si può intra-udire nelle tracce corali o nei tratteggi più sinfonici, e stupisce non poco il gorgo dark-ambient polifonico di 14 minuti A Choir of one, quello sì un periodo davvero horror.
In mezzo a tutto questo ambaradan, poi, TY ha la capacità di piazzare 4-5 emo-ballad delle sue, di quelle malinconiche, marchiate dal dna col fuoco, che le riconosci al giro di piano o chitarra, al quale segue il falsetto estatico, insomma niente di nuovo ma incredibilmente ispirato, roba che forse JG penserà "ma perchè non le ha tenute per il prossimo nostro album". Suspirium, in versione nuda e poi ricoperta dagli archi, Open Again, Unmade, la dronica Has Ended, sono gemme che arricchiscono il bagaglio storico del soggetto, senza alcun dubbio.

domenica 9 giugno 2019

Syrinx – Syrinx (1970)

Trio canadese di brevissima attività, ma essenzialmente il veicolo di tal John Mills Cockell, che fu il primo in quello stato a possedere un Moog ed è il compositore di questo primo album che fu di una lungimiranza notevole. Sette strumentali di musica cinematica, in cui la famosa tastiera ovviamente è preponderante ma non mancano le composizioni notevoli come Hollywood Dream Trip, una celebrazione in cui il sax punteggia la linea principale, e la lunga Appaloosa Pegasus, un viaggio emozionante sostenuto dalle percussioni. Al netto di alcune, trascurabili svenevolezze '60, la definirei comunque library, con una puntina di minimalismo, ma pensandoci bene anticipò persino certe arie dell'elettronica tedesca e del progressive. Vero pionierismo.

venerdì 7 giugno 2019

Goldmund ‎– Famous Places (2010)

Il 4° album di KK alias Goldmund si caratterizza per un suono arioso, più prettamente ambientale; rispetto alle austerità dei primi albums, uno dei maestri mondiali della contemplazione degli ultimi 10/15 anni si trasferisce all'esterno e manda 15 cartoline da luoghi famosi, presumo della sua terra natia, sempre improntate sul pianoforte ma con parche aggiunte di synth a mettere il grassetto su altrettante melodie atmosferiche, che si riallacciano al primo Roger Eno, quello di Voices per interdersi. Ma il mood è quello inestimabile, umile e meditabondo, di quell'umanità che a tratti riesce a far commuovere (Fort McClary, Hope Avenue, Safe Harbor), che interrompe le frenetiche attività quotidiane, fa chiudere gli occhi e sognare. Perchè KK è eterno.

mercoledì 5 giugno 2019

Rollins Band ‎– Hard Volume (1989)

Terzo album per l'ex-Black Flag e la sua congrega di scalmanati musicisti, sempre più tecnicamente ineccepibili, a tratti un po' vanitosetti ma comunque efficaci nell'accompagnare il leader. Hard Volume in pratica è hard-rock aggiornato ai tempi del post-hardcore, suonato con foga lucida e precisione chirurgica; meglio nei tempi medio-lenti, al netto di un paio di hendrixianesimi non irresistibili. Rollins aveva già da tempo brevettato il suo monocorde declamare, e il complesso dà il meglio di sè nella slam-dance di I Feel Like This e nella melma quasi doom di Love Song. Il risultato è uno psicodramma di strada che forse ha l'unica grande pecca nella produzione, ancora un po' troppo '80 nella batteria, che lascia poco spazio ai bassi.

lunedì 3 giugno 2019

Holy Sons ‎– The Fact Facer (2014)

Emil Amos trova sempre il tempo di fare un disco solista, nonostante i tanti impegni: pare che il suo canzoniere accumulato in adolescenza ammonti a circa 1000 composizioni, per cui ce n'è, di materiale da registrare. Il bello è che ogni suo capitolo non soffre di disomogeneità, è registrato con cura e sembra che acquisisca sempre più confidenza con lo studio, con l'arte degli arrangiamenti (fa proprio tutto da solo); The fact facer è forse uno dei suoi più brillanti, con quel suo sapore classico ed equilibrato fra tradizione ed elettricità. Il songwriting di vaga ispirazione Will Oldham collide con la tipica enfasi Grails, e le grandi canzoni abbondano: Wax gets in your eyes, Selfish thoughts, All Too Free in cima alla lista, e non c'è un titolo brutto e/o scontato. Giustamente, su Thrill Jockey.

sabato 1 giugno 2019

And Also The Trees ‎– Virus Meadow (1985)

Il secondo album del gruppo che John Peel definì troppo inglese per gli inglesi, per avere un successo significativo. Smarcatosi in maniera significativa dall'influenza dark-Cure che contraddistingueva il debutto, il quartetto dei fratelli Jones approdava ad una poetica abbastanza personale, che non rinnegava il gotico ma lo inseriva in un contesto decisamente più elegante, con reminescenze mitteleuropee, qualche aria atmosferica alla Chameleons e qualche grande pezzo che resta in memoria all'istante (Vincent Craine, Jack, Virus Meadow, la mini-sinfonia sintetica di The Dwelling Place). Trovavano così la loro strada peculiare; da notare che il gruppo oggi è ancora attivo, a confermare l'entità di un progetto che non ha mai avuto successo ma grande personalità, alla stregua di altri inglesi periferici come i Legendary Pink Dots, di una caparbietà incrollabile.