C'è la probabilità che abbia ampiamente sottovalutato il lavoro degli AATT, dopo che molti anni fa ascoltai distrattamente la loro discografia del primo decennio. A volte i giudizi variano in base al periodo, alla consapevolezza, alla maturità ed all'esperienza. In attesa di scandagliare un po' la loro produzione (16 dischi in 40 anni), mi soffermo al meglio su un capitolo del decennio che li vide passare con grande raffinatezza dall'iniziale dark ad una wave più atmosferica fino a svoltare al gotico elegantissimo di questo lavoro, vario e genuinamente arty (da qualche parte ho letto il brillante appellativo surf-noir, ma in questo episodio forse vale solo per alcuni passaggi), nobilitato da arrangiamenti lussureggianti, dal baritono di S.H. Jones, perfettamente calzante per la causa, e da una prima metà del disco ricca di magia evocativa: Red Valentino, The Fruit Room, Blind Opera, The Dust Sailor sono estremamente diversi fra di loro ma schiudono un senso di omogeneità granitica e di autentico artigianato. Unici difetti, il calo d'ispirazione nella side B ed alcune scelte produttive, forse ancora legate agli anni '80 appena tramontati. Ma ascoltando dischi come questi possiamo comprendere il vero senso del gotico inglese più contaminato e scopriamo l'enorme influenza esercitata sui Piano Magic del decennio successivo.
martedì 27 settembre 2022
And Also The Trees – Green Is The Sea (1992)
sabato 24 settembre 2022
Mark Kozelek With Petra Haden – Joey Always Smiled (2019)
Non è tutto da dimenticare ciò che ha pubblicato MK negli ultimi 5 anni, o almeno questa joint-venture è una eccezione alla regola. Ho trovato davvero scadenti l'omonimo del 2018, il trio con Boye e White del 2017, per non parlare dei vari Sun Kil Moon, che ormai sono diventati un ammorbamento spoken-word di incredibile incagabilità. Benvenuta quindi (sì sono passati 3 anni, ma i miei ritmi sono questi...) la collaborazione con Petra Haden, un'altra veterana dell'indie-art-folk americano degli ultimi 30 anni, di cui decisamente non ho seguito la carriera ma qui agisce in maniera decisiva sulle musiche, come confermato dallo stesso MK in una bella intervista.
Il bello di Joey Always Smiled è che stabilisce un compromesso sullo stato attuale di MK: non reprime la sua incontrollabile logorrea e non butta via il suo ingombrante passato, rinuncia a priori all'autarchismo ma ci tiene a porre in evidenza la sua firma, a tratti, realizzando un episodio più che dignitoso, a tratti persino divertente. Verrebbe da pensare che la Haden agisca dietro le quinte in maniera decisiva, un po' come il motto dietro un grande uomo c'è sempre una grande donna, quasi dando la direzione artistica generale, perchè come presenza si limita a vocalizzare in qua ed in là (uno si aspetterebbe anche che suonasse il suo violino, ma non mi pare di sentirlo).
Sono le stranezze assortite a rendere il disco più interessante ad ogni ascolto, perchè al netto di qualche sbrodolamento MK, sembra un disco di incidenti più o meno casuali, qualcosa nato per disorientare lui stesso più di chiunque altro. Come la title-track, un mantra plumbeo composto e suonato da 3 tizi newyorkesi di area jazz-fusion (!), peraltro in modalità molto post-rock. Come Parakeet Prison, elegia pianistica di un quarto d'ora con delle ottime varianti, come la baldanzosa Spanish Hotels are echoey e i 20 minuti di 1983 MTV Era Music, che sembra nato da un giro di Ray Manzarek su una polverosa beat-box. Non mancano un paio di ballad in classico stile personale giusto per ristabilire il trademark, e nemmeno la cover ultra-famosa degli anni '80 che non la diresti mai. Tutto apparentemente un po' a casaccio, alla rinfusa, perchè MK ora è così, molto alla come viene viene, e Petra l'ha saputo addomesticare, con sapienza, tirando fuori il meglio che poteva. Non resterà nella lista dei suoi capolavori, ma una buona anomalia sì, sicuro.
mercoledì 21 settembre 2022
Luciano Cilio – Dell'Universo Assente (2013)
Non bastò una prima ristampa di 500 cd nel 2004 alla Die Schachtel, perchè nel 2013 l'etichetta milanese rilanciò con una doppia edizione, questa volta anche di vinile. Sarà stata la sponsorizzazione di Jim O'Rourke, saranno stati i riscontri internazionali ad ogni latitudine, l'opera unica di Cilio ha continuato ad avere una sua risonanza postuma ed ogni occasione per riascoltarla rappresenta una scusa valida, a maggior ragione se ha recuperato degli inediti / versioni alternative (la causa del cambio di titolo) che riportano a galla anche austerità per solo piano ed un'astrattissimo studio per fiati, oltre a qualche ripresa dei temi portanti di Dialoghi. Diciamo che ci stavano per onore di recupero, ma non aggiungono un granchè di sostanza, come invece hanno poi liberato I Nastri Ritrovati. Il vero focus resta nel programma originale e nei suoi quadri espressionisti, così ancestrali e trasudanti di algida passione. Questi sì, hanno ancora tanto da esprimere.
domenica 18 settembre 2022
Julia Holter – Have You In My Wilderness (2015)
Finalmente trovo un senso a tutto il grande clamore critico esploso a favore della Holter, ormai ritenuta una delle cantautrici più autorevoli al mondo (la media voto su Pitchfork è spaventosa, ma anche altri non scherzano). Avevo trovato gradevole uno dei suoi primissimi, ma poi ero rimasto deluso dal successivo Loud City Song. Conoscendo il percorso accademico della californiana (diplomata in composizione), ritenevo che il suo output soffrisse di uno stato di limbo sostanziale, un po' come successo ad altre della sua generazione, ovvero; il mettere la sofisticazione e lo spunto intellettuale davanti a tutto il resto, incluso anima ed emozioni. Il mio è un pensiero arrogante? Possibile. D'altra parte, magari alla Holter non interessa assolumente nulla dei giudizi e le importa fare e pubblicare la sua musica, visto che il sostegno della Domino è di quelli importanti.
Have you in my wilderness però ha un titolo che è quasi interpretabile come programmatico. Qui un ipotetico stato brado dell'autrice si rivela in un gettare la maschera per mezzo di un lussureggiante, sofisticato, solare ed emozionante art-dream-pop sinfonico, che scava fino a modelli risalenti agli anni '60 e che beneficia di uno stato di grazia compositivo. E' stato quasi come se la Holter, non so quanto volontariamente o meno, si fosse liberata delle zavorre avanguardistiche e si fosse lanciata verso il melodismo più sfrenato, sapendo però di poter fare qualcosa di intellettualmente sensato.
Il disco srotola una chicca dietro l'altra, poco da dire. Persino la sua voce, che ritenevo algida e poco espressiva, risalta maggiormente in questo contesto (Nico e Legrand i riferimenti principali). Feel You, Silhouette, Everytime Boots, Betsy On The Roof, Have You in my wilderness, Sea Calls Me Home sono dei preziosi manufatti analogici che sembrano persino costruiti con un algoritmo (e stesso discorso per quanto riguarda la produzione, stesso principio). Quindi, amore incondizionato per il disco in sè e l'ascolto libero da qualsiasi preconcetto; il sospetto di una presunta artificiosità per quanto riguarda l'elaborazione resta, ma in fondo cosa cambia. Di questi tempi la musica è così; non puoi più trarre conclusioni di nessun tipo.
giovedì 15 settembre 2022
Mudhoney – Superfuzz Bigmuff Plus Early Singles (1990)
Sulla scia di un successo generale ormai prossimo all'alluvione, la Sub Pop pensò bene di compilare tutti i formati corti che i Mudhoney avevano pubblicato nel biennio precedente, cioè l'EP Superfuzz Bigmuff ed i vari 7", condivisi e non, per metter fuori un bruciante seguito al primo album omonimo. Il primo pensiero che viene in mente è: Mark Arm seguì il proprio cuore, a fomentare lo split dei grandi Green River, perchè ciò che desiderava era un ritorno primordiale alle forme più urticanti di garage (Stooges 1970 e Blue Cheer 1968) contaminate dal passaggio del punk, grazie al ritrovo con l'ex-compagno Steve Turner e trascinato dalla sezione ritmica Lukin-Peters (quest'ultimo oggetto segreto del desiderio di Kurt Cobain, come emerso poi diversi anni dopo da confidenti del periodo).
Sul contenuto, poco da dire: anthems trascinanti ed epidermici, con qualche variante interessante in rallentamento, ma col focus sempre sulla foga e sulla compatezza granitica del fuzz, e con un grande Arm sempre in modulazione isterica. Pezzi migliori: Touch Me I'M Sick, In'N'Out Of Grace, You Got It, Hate The Police.
lunedì 12 settembre 2022
Iosonouncane – Ira (2021)
Cantautore sardo che in passato ho ignorato per futili e snobistici motivi, lo ammetto. Il monicker non particolarmente attrattivo e soprattutto l'affiancamento (sbagliatissimo, ma da qualche parte l'avrò letto) ad altri interpreti connazionali che poi sono andati a vincere Sanremo, e per me interessanti soltanto in sede di programmi TV di satira politica. Chiusa parentesi, ovviamente non ho potuto ignorare il fatto che Ira sia stato sbandierato ovunque come un capolavoro di art-avant e devo dire che si tratta senza alcun dubbio di un lavoro importante, che merita la maggiore attenzione possibile.
Jacopo Incani si è preso un lustro per concepire quest'opera di dimensioni colossali e di impatto ottundente, rivendicandolo nelle interviste come un disco apertamente politico. Perchè è politico di questi tempi uscirsene con un oggetto di quasi 2 ore, di ascolto così impegnativo, con dei riferimenti così ingombranti, anche se la cifra stilistica personale è molto marcata, soprattutto nell'utilizzo del canto che è declinato in una specie di Esperanto solista, che sembra ricalcare le grammatiche inglesi ma utilizzando pronunce fonetiche italo-spagnole. Nella maggior parte del percorso sonoro, sono gli aperti contrasti a brillare: i ritmi nord-africanti vs. quelli techno, le algide striature elettroniche vs. i richiami ancestrali di piano e dei mellotron, spesso presenti. Il tutto declinato in pezzi che non durano mai meno di 4 minuti e si estendono fino ai 10'.
Impossibile non pensare a Thom Yorke & Radiohead quando Incani acutizza il suo falsetto su tessiture scabre e fantasmatiche (mi ritorna in mente la metafora di PS per il suono di Kid A, quel ....come una carcassa nei boschi....che credo sarebbe appropriata anche per Ira), e penso che i fan degli inglesi dovrebbero dare una chance a questo monolite, armandosi di pazienza e apertura mentale. Ma ci sono tante altre sfere di influenza, che Incani peraltro ha onestamente denunciato: Swans, Robert Wyatt, Residents, roba forte e storica. Io aggiungerei anche gli ultimi Talk Talk e perchè no, gli Audiac traslati in un contesto mediterraneo, ma non per questo meno raffinato.
Il limite più grande di Ira sta nella sua lunghezza, so che è borioso da dire perchè si tratta di un prodotto che non dovrebbe essere considerato come un disco, ma come una forma d'arte che non va confinata bensì fatta risuonare nelle coscienze di chi ci si dedica. Comprendo perfettamente che la sua omogeneità è tale da renderlo un corpo unico, e grazie ad essa sostengo che è quasi impossibile trovare momenti di stanca. Occorrerebbe prendersi qualche giorno e far girare soltanto questo, isolandosi da altri ascolti. Non è escluso che lo faccia: sarebbe un andare controcorrente le mie abitudini, un'azione in difesa della libertà personale, un gesto di responsabilità a favore di questo presunto atto politico. Per una volta non è così male allinearsi alla critica mainstream; probabile disco dell'anno scorso.
venerdì 9 settembre 2022
Holy Sons – Survivalist Tales! (2010)
Se solo ne avessi voglia e riuscissi ad essere un po' più coerente con gli ascolti (non mi lamento più di non avere il tempo, perchè sarebbe ipocrita nei confronti della vita), fermerei il blog, dedicherei un paio di settimane ad ascoltare tutti i 15 album che Emil Amos ha pubblicato dal 2000 ad oggi e ne scriverei un'approfondita monografia con tutte le info reperibili, che sono pochissime, in modo da esserne facilitato. Questo non è possibile e allora ogni tanto me ne ascolto uno, col rimpianto che probabilmente dietro l'angolo ce n'è uno più bello.
Di conseguenza non so se Survivalist Tales!, tappa mediana della sua discografia, sia più o meno bello degli altri. So per certo che serve le componenti essenziali di questo grande cantautore che, se fosse nato 25/30 anni prima, sarebbe diventato un gigante della sua generazione, contesti sociali permettendo. Il suo songwriting contiene tutto il dolore, il piacere, la sofferenza e la gioia del mondo, lo stordimento delle droghe, le visioni alterate e la lucidità della grande bellezza, l'imponenza pantagruelica dei Grails, lo straniamento ad un passo dal dub (Payoff, mozzafiato), l'ancestralità di Neil Young (Slow Days), la raffinatezza e l'eleganza dei Pink Floyd wrightiani (A Chapter must be closed e Reckless liberation, clamorosità), in un contesto disomogeneo che fa il filo allo spirito perfettamente inquieto del Nostro.
Che forse non avrà mai fatto un disco capolavoro, perchè sarebbe stato troppo scontato e faticoso. Chè forse i suoi dischi funzionano meglio così, incerti e sul punto di crollare, un po' mimetizzati e pudici, trasudanti tutti i sentimenti.
martedì 6 settembre 2022
Screams From The List #110 - Malfatti-Wittwer – Thrumblin' (1976)
Trovandomi alla ragguardevole soglia dell'80% di ascolto dell'intera NWW List, mi soffermo su un concetto ormai assodato: in tanti casi, il confine fra genio e fregatura è sottile come un capello. Parlo di quei titoli fra avanguardia e provocazione, perchè evidentemente negli anni '70 c'era una tale libertà di espressione che persino musicisti istruiti, di alto livello, si prendevano il lusso di registrare cose ai limiti dell'ascoltabile. E ritorna l'annoso dilemma, ovvero: è più geniale un disco di puro rumore come Metal Machine Music o questo tremebondo Thrumblin' oppure i titoli della list peggiori in assoluto a mio avviso, tipo Orchid Spangiafora, Grand Magic Circus, Albrecht, Weiner, Ya Ho Wa 13, Woorden?
Il trombonista tirolese Radu Malfatti e il chita(terro)rrista elvetico Stephan Wittwer, musicisti di estrazione free-jazz e avanguardistica, sono responsabili di quello che concettualmente è uno dei dischi più cattivi che abbia mai ascoltato, e che non è mai stato ristampato fisicamente. Un tre/quarti d'ora di pura impro che più radicale non si può, con Wittwer brutale violentatore, nevrastenico, spesso in feedback, ed un Malfatti dai polmoni d'acciaio, esagitato, che esplora qualsiasi possibilità sonora per uno strumento che sembrerebbe limitato ma in realtà a tratti riesce persino a far sembrare un trapano (!).
E' chiaro che siamo sempre di fronte a provocazioni belle e buone, ma non si può non cogliere la concettualità delle pause, delle deflagrazioni, delle strutture aleatorie ma dotate di costrutto di un oggetto che non è facile identificare. A meno che non si intenda troncare brutalmente la questione come ha fatto Vlad: Avete presente: "Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi"? Questo è il contrario...
sabato 3 settembre 2022
Red Crayola With Art & Language – Black Snakes (1983)
Del a dir poco erratico percorso di Mayo Thompson (che come abbiamo appreso dalla memorabile intervista su Blow Up di anni fa, comprese persino anni di servizio da maggiordomo), Black Snakes rappresenta forse l'album più professionale, non si può dire normalizzato ma poco ci manca. Supportato dalla pirotecnica sezione ritmica Annesley / Taylor e da Allen Ravenstine a synth e sax (la militanza nei Pere Ubu era roba fresca), il geniaccio ormai trapiantato in Inghilterra si dava ad un funk bianco disidratato che rappresentava una svolta drastica rispetto all'epocale Soldier Talk, ovvero qualcosa di impossibile da replicare anche solo alla lontana. Ben venne quindi questa decina di funamboliche composizioni sardoniche e beffarde come da trademark, in cui la sua chitarra da il là ma lascia i fari al bassone sgusciante di Annesley, una questione quasi fusion, ben coadiuvato dal batterista Taylor. Ravenstine interviene saggiamente con discrezione per non fare il guastatore. Facile ritenerlo un titolo minore nella discografia, ma la genialità brada va apprezzata anche in contesti professionali.
mercoledì 31 agosto 2022
Godspeed You! Black Emperor – G_d's Pee At State's End! (2021)
Dopo il passo falso di Luciferian Towers nel 2017 (a mio avviso una dormita colossale, ma forse lo ascoltai con distrazione), i Godspeed sono tornati l'anno scorso con una grande prova, facendo semplicemente ciò che riesce loro al meglio, cioè le imponenti sinfonie elettriche. Due maratone da 20 minuti di grande livello + e due riflessioni di 5' per stemperare, calmare provvisoriamente le acque e poi concludere in bellezza.
La formazione è quella classica, l'ottetto a semicerchio. La sontuosa A military alphabet è il primo gigante, che inizia con un pulviscolo di suoni e rifrazioni, inizia a carburare intorno ai 7 minuti e poi si erge in tutta la sua imponenza con un giro armonico fra i più indovinati di tutta la loro carriera. Segue il dolente requiem stratificato Fire at static valley, in preparazione al secondo gigante, Government came, più strutturato ed arzigogolato, con le chitarre in dissociazione e ritmiche quasi doom per i loro standard. Chiude la "breve" elegia cosmica Our side has to win, un implicito invito a resistere e continuare a lottare per i propri ideali, con commozione ed umanità.
Il senso di tragedia e dramma aleggia sovrano, come sempre. Non è nulla che non abbiamo mai sentito, soprattutto da parte loro in passato, ma riesce sempre a commuovermi.
domenica 28 agosto 2022
Spacebox – Kick Up (1984)
Secondo ed ultimo Spacebox. Mentre il 98/99% del mondo musicale aveva preso il tunnel delle produzioni opulente, un'aulico Uli Trepte piazzava un paio di microfoni in un 2-tracce-2 davanti a lui ed al suo trio, lo stesso di Spacebox. Rispetto ad esso, il fattore precarietà salì al potere e l'aria si fece più pesante, con meno sarcasmo e maggiore sismicità. Il sax di Hoffmann passava un po' in secondo piano, la chitarra di Golombeck guadagnava spazio e distorsioni psicotiche, facendo riaffiorare a tratti il temibile fantasma dei Guru Guru. E come nell'esordio, la sensazione che da un momento all'altro possa crollare la stanza dove i 4 si trovano, sotto i fendenti micidiali del basso di Trepte e le pachidermiche esecuzioni. Difficile sostenere se si trattasse di un passo indietro, vista l'aurea generale di jam-session su canovacci circolari: sicuro invece che fu un passo nel precipizio, e che fosse improbabile andare avanti in una direzione così disastrata.
giovedì 25 agosto 2022
For Against – Never Been (2009)
L'ultimo dei For Against, ed essendo passati 13 anni, mai dire mai ma sembra ragionevole ipotizzare che sia finita l'avventura di uno dei gruppi statunitensi più criminalmente ignorati dalle masse, nonostante i fertili revival che avrebbero potuto rilanciarli alle orecchie di tanti neo-wavers che hanno fatto la fortuna di Interpol ed affini. Ci vuole della fortuna, ed il primo fattore che ha dato loro contro è stata la questione anagrafica; non era destino per chi era nato nell'età di mezzo, così come non ha favorito neanche il fatto di nascere in una regione remota come il Nebraska.
Never Been è stata l'ennesima prova di un talento naturale del trio (i fondatori Runnings e Dingman + l'ultimo batterista Buller) nel cesellare melodie atmosferiche a presa istantanea, che fossero immerse in ritmi sostenuti o in contesti più dreamy e rilassati. Roba più che matura, si dirà, ma un ballatone autunnale come Of A Time avrebbe fatto un figurone in uno degli ultimi Cure, così come il top della scaletta Different Departures lo avrebbe rinvigorito ed asciugato di orpelli discutibili. Ma si tratta di paralleli puramente arbitrali, perchè il FA-factor resta indiscutibile sui vigorosi spleen-wave di Sameness, Antidote e Specificity, da aggiungere rigorosamente al loro best-of. Alla facciaccia di Onda Rock.
lunedì 22 agosto 2022
Teardrop Explodes – Wilder (1981)
Il secondo, sottovalutato dei Teardrop Explodes, con Julian Cope ormai monopolista unico autore, Balfe represso pronto a tentare di rilanciarsi, un'annetto prima della rottura. Rispetto a Kilimanjaro, un approccio leggermente più vaporoso, soffice ed incline alle melodie ad ampio respiro, con il pugno di perle da rovesciare sul tavolo (Passionate Friend, Bent Out Of Shape, Colours fly away). La ristampa deluxe monstre del 2013 includeva una decina di bonus fra b-sides ed affini, con le provvidenziali evidenze di East of the equator. Suffocate, e se non fosse bastato, la ripresa di una BBC Session coeva. E' stato giustissimo svuotare tutti i cassetti e dare fondo alle scorte, perchè la loro imperfezione, unita alla irrequietezza, forse fu il carburante ideale per una musica così innocente e genuinamente giovanile.
venerdì 19 agosto 2022
Evan Caminiti – Meridian (2015)
Al secondo su Thrill Jockey, Evan Caminiti riapparve con un nuovo look sia esteriore che sonoro. Se il precedente Dreamless Sleep, per quanto molto riuscito, segnava ancora un debito di riconoscenza nei confronti dei giganti tedeschi, con Meridian l'ex Barn Owl con i suoi synth modulari è entrato in una sfera più atonale ed astratta e si allontana sempre più anni luce dai modelli ispirativi con cui emerse 15 anni fa. Non più è soltanto una questione cosmica, quindi, ma anche lunare. Le inquietanti architetture di EC si dipanano con fare circospetto, avvolgono e a volte quasi shockano con trovate ai limiti dell'avanguardismo, un po' come certi pionieri di decenni fa che sembravano naif ed invece si inventavano trovate che avrebbero reso eterne le loro pieces. Certo, EC non raggiungerà mai uno status autorevole, ma la ricerca del suono e la qualità delle sue escursioni labirintiche dimostrano la stazza artistica.
martedì 16 agosto 2022
Unrest – Tink Of S.E. (1987)
Più o meno nell'ordine di scaletta: un garage-punk epidermico e trascinante, un surf'n'roll a rotta di collo, un anthem emo-indie anticipatorio della saga Kinsella e derivati (soprattutto nel canto), uno strumentale in odore new-wave, una versione rozzissima di 21st Century Schizoid Man, una ballad indolente a base di strumming ostinato, uno strumentale sconclusionato con basso fuzz di reminescenza No Means No, un bizzarro esperimento per percussioni trovate, un'austerissima e dolente acustica con canto marziale in tedesco (?!), e siamo alla traccia n.9. Le restanti 7 riprendono le tematiche precedenti, in ordine sparso, con predilezione preponderante per il lato più indie ma con follie sparse ovunque.
Gli Unrest furono un trio di Washington attivo a cavallo degli anni '90, e Tink Of S.E. fu il loro terzo album. Dire che fossero indecisi sulla linea da seguire è un puro eufemismo, come si può evincere dai contenuti. PS li esalta come fra i più originali interpreti del post-hardcore degli Stati Uniti ed attribuisce loro un ruolo fondamentale nel superamento di quei canoni, ed in effetti a tratti le loro pirotecniche vignette nascondono un genio vulcanico e sarcastico. Non tutto funziona sempre a dovere su questo meltin pot astruso, ma resta un ottimo esempio di caos organizzato ed originale.
sabato 13 agosto 2022
Dreamcrusher – Another Country (2020)
Un raro album che mi fa sentire ancora abbastanza aperto nei confronti dell'attualità musicale, che non mi fa auto-ritenere un inguaribile dinosauro incartapecorito. Negli ultimi 5 anni è successo con pochissimi acts (Lingua Ignota su tutti, ma anche Stabscotch), ed è comune denominatore che si tratti di artisti piuttosto estremi, che sia solo per l'oggetto musicale o per il vissuto personale che si va a riversare sull'ouput sonoro. Non fa eccezione Luwayne Glass, transgender texano rilocato a New York per fabbricare del trovarobato traumatico, acido e abrasivo, ben esemplificato nei 43 minuti senza sosta di Another Country. Questo non è un prodotto musicale, bensì un testimone amorfo dei nostri tempi, in cui la violenza la fa da padrone ma in maniera subdola, diagonale, a volte travestita da sembianze quasi rassicuranti (gli arpeggi chitarristici iniziali, alcuni richiami sparsi allo shoegaze, certe ritmiche meccaniche rallentate, giri di basso ostinati) ma pronta a rivestire tutto di lava, feedback e distorsioni. L'articolazione del collage, apparentemente aleatoria, è invece il suo segreto: gli scenari, saturi di elettricità, si susseguono allucinati con continue svolte ed implosioni.
E' un teatro post-industriale, perchè eredita qualcosa di quella gloriosa stirpe (impossibile non pensare ai Throbbing Gristle) ma con un gusto shocking perfettamente calato nel presente. Non ascolto molta musica attuale, ma ho come il sentore che questo mostro possa essere una trasposizione molto rappresentativa (ed angosciosa) dello scenario sociale odierno.
mercoledì 10 agosto 2022
Voivod – Dimension Hatröss (1988)
Ogni tappa di transito dei giovani Voivod verso l'apice di maturazione ebbe un suo preciso significato. Gli esordi trash lasciarono il campo ad un'evoluzione con il pallino della fisica e della complessità applicata, uniti alla crescita impressionante del chitarrista D'Amour e la svolta vocale di Belanger, lasciatosi alle spalle la carta vetrata e passato ad un canto nitido e stentoreo. Dimension Hatröss ha i connotati di un epic colossal drammatico e futuristico, una lotta titanica contro forze oscure ed entità amorfe. Pezzi come Technocratic Manipulators, Tribal Convinctions, Psychick Vacuum, non sono brani standard di heavy metal evoluto. Sono battaglie cerebrali quanto sanguinolente, discendenti bastarde dell'ispirazione più feroce di Fripp, che non vengono scalfite nè dagli anni nè dall'appiattimento produttivo.
domenica 7 agosto 2022
Cheer-Accident – Chicago XX (2019)
20esimo album per i Cheer-Accident (stando alle loro statistiche, perchè sembrerebbero un paio in più ma dopotutto cosa cambia), e si permetta loro di dargli un titolo autocelebrativo. Io ne ho ascoltati solo una manciata, ma come sintesi è possibile che sia abbastanza vicino alla realtà: forse non hanno mai realizzato un capolavoro definitivo, ma hanno sempre mantenuto uno stile personale e la barra dritta sul loro light-prog, lucido e scintillante ma con una puntina di follia ben sparpagliata. Formula inossidabile anche ai giorni nostri, con la vivacità e l'immediatezza di pezzi frizzanti come Like Something To Resemble e Life rings hollows, irresistibili: soprattutto il primo, impavido crocevia fra Who, Yes post-77 ed il filone Pinback di Rob Crow e Zak Smith, che qualcosa devono avere mutuato dai Cheer-Accident già dalla gioventù. Qualche ospite alle voci, la consueta maestria di Thymme Jones alla batteria, quella di Liebersher alla chitarra, qualche composizione un po' più complessa (senza cervelloticismi) e Chicago XX scorre che è un piacere sottilmente intellettuale.
venerdì 5 agosto 2022
Flaming Lips - Live In Villa Torlonia, San Mauro Pascoli, 02/08/2022
Spettacolo, grande spettacolo martedì sera nell'incantevole location di Villa Torlonia per un'occasione irrinunciabile da me prenotata la stessa mattina in cui uscì la prevendita (non ce ne sarebbe stato bisogno, ma questo dà la misura di quanto lo aspettassi). Un concerto a misura perfettamente umana (occhio e croce un paio di migliaia di persone ben distribuite nel piazzale interno della tenuta) da parte di una leggenda vivente ed in una forma che in tutta franchezza non mi sarei aspettato. Di certo l'entità del pubblico non è paragonabile a quello di cui dispongono in America, ma non si può dire che si siano risparmiati nell'organizzazione dello spettacolo, che come da tradizione ha previsto i classici numeri (Coyne nella bolla, la bolla vuota lanciata in stage-diving, il gonfiabile gigante per Yoshimi, la pioggia di coriandoli, il light-show multicolore, tutte cose ben risapute ma che dal vivo fanno un grande effetto, poco da dire) senza minimamente far passare in sottofondo una performance superba da parte del sestetto sul palco; Coyne istrione e divertentissimo nelle sue presentazioni, vocalmente impeccabile; Drozd e Brown seduti in prima linea ad alternarsi fra chitarre e tastiere ed esaltanti nel lavoro dei cori; Duckworth un tornado metronomico, Ley a doppiarlo ma spesso anche impegnato al basso ed un sesto componente in seconda fila di cui non conosco il nome ma non meno importante, a basso e chitarre. Impossibile non notare il grande lavoro di orchestrazione e l'effetto coesivo di quella che è quasi più una mini-orchestra che una semplice band. Giù il cappello.
La scaletta è praticamente un greatest hits, a partire dall'antica She Don't Use Jelly fino agli highlights del grande American Head, con pochi spazi riservati alle pagine cupe e tanta, tantissima melodia e voglia di divertirsi. Sempre più difficile trovare parole per esprimere il mio entusiasmo nei confronti di questa eminenza psichedelica. Era proprio vero; vederli dal vivo è un'esperienza da fare prima di lasciare questa valle di lacrime.
giovedì 4 agosto 2022
Who – Live At Leeds (1970)
Piccolo spazio memoriale. 25 anni fa svolgevo il mio servizio militare lavorando di supporto ad un maresciallo amministrativo della provincia pavese, Carlo Bellancino. Per essere un dipendente dell'esercito era infinitamente più solerte ed operativo della media dei suoi colleghi, però durante la giornata si fermava spesso, come posseduto da un demone, a sbacchettare la scrivania con le dita senza sosta, impegnato in un frenetico desk-drumming. Era un batterista. Il tempo di acquisire un minimo di confidenza e mi rivelò che suonava in una cover band degli Who.
A quei tempi non ero interessato alla musica del passato; durante la scuola avevo già passato abbondanti fasi di sbornia per certuni mostri sacri dei '70, ma in quel momento ero molto più concentrato sull'attualità. Gli Who in pratica non li conoscevo, così finii per ascoltarli per la prima volta nelle versioni super-lo-fi del gruppo del maresciallo (che fra l'altro aveva un nome piuttosto infelice, Nico e i suoi ubriachi....). Fu decisamente l'impatto sbagliato, così archiviai quelle cassette e soprattutto la mia considerazione degli Who in un cassetto. Ci vollero alcuni anni perchè riconsiderassi la mia opinione, ed accadde precisamente nel momento in cui mi capitò di guardare il concerto all'isola di Wight del 1970.
Non sto certo a discutere la funzione storica degli Who sui 50 anni successivi e probabilmente per molti altri a venire. Sostengo soltanto la mia opinione: furono così giganteschi sul palco che per contrasto i loro dischi in studio li ho cestinati dopo un solo ascolto. Non erano fenomenali nella composizione, e non a caso i set erano infarciti di covers. Si reggevano su un equilibrio miracoloso fra vanità, ed egocentrismo, follia e spirito collettivo, humour britannico e denti stretti. Per molti addetti ai lavori Live At Leeds è il più grande disco dal vivo di tutti i tempi.
Non sono mai riuscito a far fare breccia nel mio cuore agli Who, ed un po' mi dispiace. Ma quando mi capita, diciamo una volta ogni 2/3 anni, se li leggo o li sento nominare, alla prima occasione vado al mio dispositivo e mi guardo un paio di estratti dall'isola di Wight. Preferibilmente Young Man Blues, che guardacaso è una cover. Ed è una goduria.
lunedì 1 agosto 2022
Balletto Di Bronzo – The Official Bootleg (2020)
Si sa, Ys è una bestia senza tempo, che non muore mai e ciclicamente si ha bisogno di relative somministrazioni. Nel corso di quasi 50 anni l'orgoglioso ed indefesso Leone si è occupato di ridare esso vita sul palco, con le dovute ed inevitabili differenze. Nel 1996 Trys fu un primo tentativo, non molto riuscito a dire la verità. Andò meglio nel 2000 nell'ambito del famoso festival prog statunitense. Il revival ha trovato una nuova puntata in questa esibizione del 2018 (46 anni, mica 25!), con l'ottima sezione ritmica Spilli-Salvatori. L'impressione dominante è costituita da Leone stesso, che a più di 60 anni sfodera una prova vocale superba, anche se non saprei dire quanto inaspettatamente. Per il resto, com'è ovvio Ys viene srotolato come nei casi precedenti, con pregi e difetti: l'irreversibile assenza della chitarra (sarebbe stato il mio sogno) ed un suono di tastiere molto diverso dall'originale. A seguire un paio di recuperi graditi, Donna Vittoria e La discesa nel cervello, mentre stendiamo un velo sulla danzereccia Diaframma. Imperdibile infine il lungo monologo di Leone ai saluti, che molto bonariamente definirei l'invettiva esilarante di una cariatide nei confronti del mondo musicale moderno, per il quale tra l'altro sono d'accordo quasi su tutto.
venerdì 29 luglio 2022
Robert Wyatt – Rock Bottom (1974)
Come si fa a parlare del disco #2 nella classifica di tutti i tempi di PS? Esiste un criterio oggettivo per giudicarlo o è pura utopia dadaista poterne disquisire senza entrare nel già letto? E' possibile non abbassarsi col facile luogo comune che la sua composizione venne drasticamente influenzata dalla caduta dell'anno prima, con cui RW restò disabile a vita? E se non fosse caduto, non sarebbe stato forse meglio un Wyatt in declino artistico invece di quello che è stato?
Sgombro subito il campo, io preferisco The end of an ear. Quello fu la vera rivoluzione interiore, il reale vertice dadaista, come il Vol. 2 dei Soft Machine, come Moon In June. Rock Bottom è un altro tipo di capolavoro: è la sublimazione del dolore, della perdita, l'elogio della malinconia e della drammaturgia applicata ad una patafisica che però ha perso il suo humour. E' un lamento accorato, un affresco commovente che passa in rassegna i vari stati emotivi con fenomenale ispirazione (ed essenziale aiuto da parte dei convenuti, in gran parte mastri di Canterbury).
Mi è capitato con pochissimi dischi nella vita; mi impersono così tanto nel protagonista che ne percepisco il dolore, lo faccio mio e ne soffro. Per questo non mi sono mai veramente innamorato di Rock Bottom. Se lo sarebbe meritato, ma quelle ferite sono così palpabili e salate che non riesco a sostenerle. Addio.
giovedì 28 luglio 2022
Pink Floyd - The Man and The Journey (Live Amsterdam 1969)
martedì 26 luglio 2022
Appleseed Cast – Low Level Owl: Volume I (2001)
Piccolo spazio nostalgia per il terzo degli Appleseed Cast. Ne comprai il cd un sabato pomeriggio di primo autunno dal Pig, colpito dal sound che sapeva essere sia fisico che atmosferico, dalle alternanze umorali e dalla sostanziale evocatività. Non ne avevo mai sentito parlare, ma dal Pig accadevano queste cose: metteva un cd nello stereo, sapeva che cosa poteva colpirmi e mi tentava, quasi sadico. Passati vent'anni non lo ritengo un disco imprescindibile, e generalmente i kansasiani sono rimasti un'incompiuta; svezzatisi con l'emo-core e pervenuti ad una formula affascinante di post-indie-rock, pur essendo in possesso di un enorme potenziale non sono mai riusciti ad elaborare un capolavoro definitivo. Ci andarono più vicini nel 2003 con Two Conversations, con cui raggiunsero una maggiore maturità.
Low Level Owl rappresenta al meglio i loro limiti ed i loro pregi: un progetto ambizioso, articolato in due volumi (il secondo uscirà l'anno successivo), una specie di concept in soluzione di continuità infarcito di panorami strumentali a mo' di collegamento fra i pezzi più canonici. Pretenzioso e non sempre riuscito il risultato complessivo, ma questi ultimi erano davvero eccellenti: On reflection, Signal, soprattutto la doppietta Steps and numbers + Sentence, rivelavano uno splendido songwriting e soluzioni strumentali in interscambio perfetto. Me li tengo stretti come ricordo personale, e pazienza per i limiti.
sabato 23 luglio 2022
Screams From The List #109 - Companyia Elèctrica Dharma – Diumenge (1975)
In effetti mancava un nome spagnolo nella List, oppure non ne ho memoria. Ad essere precisi, catalano in questo caso, trattandosi dei barcellonesi CED, un combo a conduzione strettamente familiare (3 fratelli su 5 nella line-up originale) tutt'ora attivo ai giorni nostri (l'ultimo disco è del 2019). Il loro esordio Diumenge annoverava un jazz-rock strumentale pirotecnico, ad alto tasso tecnico, con qualche puntina prog e folk sparse, più che altro per abbellimento e/o introduzioni. Riferimento principale sicuramente Mahavishnu Orchestra, con le dovute proporzioni: ritmica vertiginosa con batterista in evidenza, piano elettrico liquido, sax soprano guastatore, chitarra affilata ed arzigogolata. L'iniziale diffidenza per un disco che comunque non innovava già un bel niente all'epoca si fa tranquillamente da parte man mano che l'ascolto procede, vista l'estrema gradevolezza delle architettura e della registrazione. Con perizia, i Perigeo della Catalogna.
mercoledì 20 luglio 2022
Laika – Sounds Of The Satellites (1997)
L'anno scorso, quando i Radiohead pubblicarono l'edizione di anniversario di Kid A + Amnesiac, vidi da qualche parte rinnovarsi l'eterna questione su quanto quei due dischi siano sempre stati sopravvalutati dalla critica in quanto sbandierati come novità assoluta mondiale, come avanguardia, etc etc. Dalla parte dei detrattori invece (sempre una minoranza, ma ben agguerrita), l'arma fumante è sempre stata: senza stare a scomodare l'ingombranza dei Can, perchè non tiriamo in causa gente come gli Sneaker Pimps o i Laika, che prima del millenium bug erano già fuori con formule di elettronica corrotte con dub bianco, post-wave ed indie-rock. Questi ultimi, nati da una costola dei Moonshake, applicavano la lezione ad un trip-hop ultra-accelerato con residuati di dream-pop, confezionato su misura per la voce esile ma evocativa della Fiedler. Il factotum musicale, Fixsen, di professione ingegnere del suono, si sarebbe rivelato un (involontario o meno) influencer sui pezzi più ritmati di Kid A, ma anche per certe ondate di moog ed effetti elettronici elevati a strumenti aggiuntivi.
Su Sounds of the satellites, secondo capitolo della saga Laika, non tutto funziona a meraviglia. La lunghezza è eccessiva, alcuni pezzi sembrano un po' amorfi e poco sviluppati, il flauto a volte è un po' troppo invadente. Sembra quasi più una ricerca sul suono che una carrellata di pezzi convinti e rifiniti. Su questo aspetto, facendo leva sul talento compositivo, i Radiohead faranno infinitamente meglio, bisogna dirla tutta. Forse anche per questo i Laika sono caduti in quel dimenticatoio fagocitante che ormai sono diventati gli anni '90. Ma a loro va senz'altro riconosciuta una funzione di pionierismo non da poco.
domenica 17 luglio 2022
Microphones – Microphones In 2020 (2020)
Il pretesto di Phil Elverum per riesumare Microphones dopo 17 anni di Mount Eerie è stato quello di.....terminarlo. In preda ad un torrenziale flusso di coscienza autobiografico (che passati i 40 dopotutto ci può stare) ha scritto e registrato questo pezzo di 45 minuti con cui passa in rassegna tutta la sua vita concentrandosi sulla carriera musicale, dopodichè ha puntualizzato che si tratta della microfonata finale, suggellando la chiusura di recente con un box set che digitalizzato totalizza qualcosa come 74 giga fra discografia, memorabilia, feticismi e varietà. Una celebrazione che forse suona un po' stridente per il personaggio come lo conosciamo, decisamente umile e terreno; avrà avuto i suoi motivi pratici.
Musicalmente Microphones in 2020 costituisce un ponticello col passato omologo: base di strumming acustico ostinato, nevrosi controllate, improvvise abrasioni di fuzz, passaggi a strumentazione piena con basso e batteria; è di fatto un auto-tributo, costruito attorno ad un ossatura ripetitiva (2+2 accordi) con una sola fase variante intorno ai 3/4' della durata. Da leggere assolutamente le liriche, che compongono una visione filosofica molto introspettiva a corredo della sua vita da musicista, con particolare indugio sul periodo attorno ai 20 anni. Da ascoltare senza interruzioni, anche se non lo ritengo un capolavoro come hanno sbandierato varie testate.
giovedì 14 luglio 2022
Kevin Coyne – Matching Head And Feet (1975)
Il quarto album del piccolo grande KC, al vertice della sua forma artistica, un paio d'anni dopo essersi rivelato con l'ottimo Marjory Razorblade, ora forte di una band dalla grande coesione che schierava uno scatenato Andy Summers nell'immediato pre-Police, oltre che un ottimo batterista di nome Peter Woolf. Componenti che comunque avrebbero contato ben poco se non ci fosse stato in primo piano il talento di un cantautore purtroppo rimasto appannaggio per pochi, shouter invasato e dotatissimo, cantautore erede del blues-rock declinato in varianti sia divertite che introspettive, in grado di svariare dal gigioneggiare da bettola/osteria a ballad malinconiche/autunnali come se nulla fosse. Matching ne mise in fila una decina, con un paio che richiamavano addirittura lo stile più ordinato del Captain Beefheart coevo (ma senza esagerare), e le gemme intramontabili di Turpentine, Tulip. Sunday Morning Sunrise, Lonely Lovers.
lunedì 11 luglio 2022
Neptune – The Ballet Of Process (2002)
Il secondo degli artisan-noisers bostoniani. Mi stupisce constatare che PS si sia perso un gruppo così originale e ricercato, ma in generale si trovano pochi riscontri in rete, ed appare paradossale che in un'epoca così fertile per l'underground americano come il decennio zero le loro quotazioni non siano andate molto oltre un paio di recensioni su Pitchfork. Al di là di questo, The ballet of process rivelava il trio come un'interessantissima fusione fra art-rock europeo e fragore yankee, con un approccio compositivo spezzettato e beffardo, al fine di tirare in ballo i nomi che già mi sono venuti in mente con i successivi, forieri di conferme e di un trash-sound che avrà necessitato di un'accuratezza a dir poco maniacale.
venerdì 8 luglio 2022
Yoko Ono/John Lennon – Unfinished Music No. 1. Two Virgins (1968)
Invece di celebrarli sulla serie NWW List con l'accreditato Vol. 2 Life With The Lions, (e men che meno col pessimo Plastic Ono Band), due righe sul primo capitolo sperimentale della coppia, un vero pugno nello stomaco che dovette fare non poca risonanza al tempo, nonchè storcere qualche milione di naso ai bitolziani. Mezz'ora di delirante freak-out-free-form per suoni sparuti, dementi e svaniti di Lennon + fonetica dissonante, isterica e algida della Ono. La "suite" ci mette un po' a carburare, ma il secondo quarto d'ora, quando il Bitolz iniza ad ingranare qualche passaggio illuminato, è un brillante bignami di naivetè dadaista, che in qualche modo giustifica l'operazione e ne restituisce il senso.
martedì 5 luglio 2022
Ono - Albino (2012)
Il ritorno del duo chicagoano di Travis Dobbs e Michael Grego, con formazione allargata, a distanza di ben 26 anni dal precedente. Strana storia per un act che era fuori posto negli anni '80 e benevolmente continua ad esserlo in tempi moderni, ma dopotutto la sperimentazione più genuina ed espressione di libertà non avrà mai casa migliore di chi la abita. I 7 salmi strascicati di Albino sono imperniati su ritmiche di derivazione black, si dipanano su tessiture di liquidi piani elettrici, clangori di chitarre elettriche, rumorismi sparsi mai gratuiti e soprattutto l'incessante salmodiare di Dobbs, una specie di predicatore annebbiato da chissà cosa ma molto vigoroso nella sua espressione. Ne esce una stranissima formula di psych-gospel scuro e ipnotico, qualcosa che probabilmente potrebbe aver influenzato gli Algiers in divenire. Un flusso magnetico che cattura, senza rivelarsi troppo ostico.
sabato 2 luglio 2022
Crass – The Feeding Of The Five Thousand (1979)
Se Station of the Crass fu il loro insuperabile manifesto in quanto mirabolante punto d'incontro fra rozzezza e servizio informativo/accusatorio, The Feeding of the 5000, che lo precedette temporalmente, fu la divertente esplosione dell'anarco-punk più sardonico ed elementare, l'istantanea di un gruppo che stava imparando a mettere in fila tre accordi e sciorinava una trafila irresistibile di anthems al fulmicotone (Do they owe us a living?, General Bacardi, Punk is dead, Banned from the Roxy, So What?) registrati in un bunker totalmente privo di qualsiasi riverbero, con un paio di varianti a base di grattugie, onde radio e bestemmioni, tanto per farsi riconoscere subito e farsi costringere alla censura ancor prima di esordire (manco da un'autorità qualsiasi, bensì dagli operai della fabbrica che stampavano i vinili). Sempre unici, dall'inizio alla fine.
mercoledì 29 giugno 2022
Pop Group – Y In Dub (2021)
Simpatica operazione del Pop Group che rispolvera le bobine originali di Y e le rimette in mano al produttore Dennis Bovell con l'intento di manipolarle, rimasticarle e tirarne fuori una versione in lucido, scintillante spirito dub. Ovvero uno degli ingredienti più latenti nel dna del PG; ne faceva parte, ma come tutto il resto non predominava mai, restava un po' sullo sfondo, si amalgamava in quel titanico meltin' pot grazie soprattutto al bassone di Underwood, la cui opera finalmente riesce a riemergere nella superba equalizzazione generale.
Y non aveva certamente bisogno di questo auto-tributo per essere rivalutato, ma dopotutto una spolverata sta sempre bene, soprattutto a chi non l'avesse mai ascoltato. In Dub rimescola anche la scaletta, rivoluziona gli assetti, non opera una fusione chimica ma scombina e scombicchera con cognizione di causa. 42 anni sono un'eternità, ma il PG ha ancora voglia di sconvolgere e farci dimenare anche e cervello.
domenica 26 giugno 2022
Helmet – Live And Rare (2021)
Stretti fra i veloci eventi del periodo e le pastoie della Interscope, gli Helmet degli anni d'oro non avevano mai pubblicato qualcosa dal vivo e mi era capitato di chiedermene il motivo più volte. Oggi ci pensa la loro attuale etichetta, la Ear Music, ad operare un recupero ad alta fedeltà di due eventi ben datati: il primo del gennaio 1990 al CBGB di New York, per un pubblico a dir poco sparuto (dagli applausi si intuisce qualche decina), col materiale di Strap It On ad incendiare l'aria fetida del leggendario locale. Il secondo del gennaio 1993 in Australia, di sostegno a Meantime. Con le dovute differenze di contenuti, in entrambe le occasioni il quartetto macinava il proprio smart-noise con precisione chirurgica ed efferatezza (mai, mai smettere di lodare John Stanier...), con l'unica pecca riservata a Page Hamilton, in chiaro affanno per quanto riguardava le parti vocali. Per i fan storici, una chicca irresistibile.
giovedì 23 giugno 2022
Richard Skelton – A Channel For Water (2018)
Se già prima della pandemia il prode Riccardo aveva ritmi di output altissimi, negli ultimi 2 anni le uscite si sono ulteriormente intensificate. Impossibile pertanto stargli dietro, e come conviene per questa categoria di musicisti, tanto vale pescare a caso. Non tutto è oro colato, ma la media resta comunque molto alta. A channel for water nasce per mezzo di un recupero datato 2007, risalente quindi ai suoi primi anni di produzione, i tempi dorati di Landings, A Broken Consort, Harlassen, Carousell e Clouwbeck. Una decina di minuti ipnotici per rifrazioni di archi, di rincorrersi di armonici in sequenze circolari, dall'umore crepuscolare e caratterizzato da quel contrasto di tonalità/atonalità che tanto ha generato piccoli capolavori di emotività struggente.
A seguire, tre riprese dell'originale datate 2018. La prima, molto spacey e solcata da synth quasi celestiali. Molto più a tema la seconda, che ne costituisce un ideale, ombroso prolungamento. Infine la terza, in un contesto più ambient dominato da bordoni di synth e con inusitate ribollite di audio generators nel sottofondo. Nessuna di queste tre raggiunge il livello della matrice, ma ascoltato in soluzione di continuità, A Channel For Water è una tipica Skelton experience che mi sento di consigliare anche ad eventuali neofiti.
lunedì 20 giugno 2022
Green River – Dry As A Bone (1987) (Deluxe Edition 2019)
Meritoria operazione di recupero della Sub Pop che, ad oltre 30 anni di distanza, riesuma il fumigante secondo EP del leggendario gruppo grunge (prima che ancora il termine venisse diffuso a macchia d'olio fino a diventare parola d'uso comune), lo amplifica con una messe di inediti e frattaglie sparse del periodo e ciliegiòna finale, recapita a Jack Endino i nastri originali per un lavoro di sistemazione che finalmente rende giustizia al loro sound, mondato così da quei danni eighties che purtroppo imperavano anche nell'underground americano. Per quanto riguarda il contenuto, ben poco da dire: erano i più grandi e non soltanto di Seattle, come poi ebbero a ribadire vari personaggi dei paraggi che di lì a qualche anno verranno sbattuti sotto i riflettori di tutto il pianeta. Nonostante il contenuto derivi da fonti, periodi e studi differenti (triennio '85-87), l'opera di Endino fa sì che queste 16 tracce si fondano in un brulicante, omogeneo calderone arroventato in cui la vocalità sfrenata di Mark Arm (anche sul palco, la reincarnazione dell'Iggy Pop del 1970), le chitarre infuocate di Gossard e Fairweather, il basso roboante di Ament e la batteria incessante di Vincent concorrevano a rendere i GR la più autentica fusione a caldo di rock, punk e metal che fosse mai esistita, creata con una congiunzione astrale di fattori di cui è molto interessante sentire le voci. Tutto questo avvenne poco prima che il gruppo andasse a fare il suo primo album, anche se già dubbioso e prossimo allo split per divergenze attitudinali. A modo loro, la storia l'avevano già creata.
venerdì 17 giugno 2022
Shores – Coup De Grace (2010)
Certo, esordire nel 2010 con un album spudoratamente nineties slow-core non ha garantito un gran seguito a questo gruppo del Michigan, peraltro su un etichetta rigorosamente punk. La storia è sempre stata piena di ritardatari storici, di solito per ragioni anagrafiche, e sembra improbabile che questi ragazzi avessero grosse ambizioni se non fare la loro cosa con onestà. Coup De Grace resta e resterà un prodotto per inguaribili nostalgici ed amanti della nicchia, come me. I riferimenti immancabili non sono certo una scoperta incredibile: i Karate del primo (non a caso poi hanno partecipato ad un oscuro tributo), la Bedhead/New Year experience, i Drunk, Bluetile Lounge, e così via, con squisito ed inconfondibile Dna statunitense. Fuori contesto tirare in ballo Codeine, ma i pezzi eccellenti in quella galattica scia ci sono in buona quantità: Engage Pall, Canned Heat, Seeds, Meanwhile, One Palm Sunday. Disco perfetto per una serata invernale in flanella, ma gradevole anche a piedi nudi con una birretta in mano, brindando alla giovinezza andata.







