Un atto di autoindulgenza deliberato, quello dei fratelli Barnett: a ruota dell'acclamato Inside The Rose, un'eterogenea raccolta di inediti e remix che non propende in nessuna particolare direzione, bensì costituisce una dichiarazione di stato di grazia. La suddetta disomogeneità, peraltro, passa anche in secondo piano di fronte ai gioielli sparsi nella track-listing; il post-gotico sinfonico, l'elettronica algida, il trip-hop d'antan, lo stuolo imponente di voci femminili, l'austero pianistico. La prima metà della raccolta è superba; Infinity Vibraphone Orchestral Mirror, If I Were You, Angels come down, il remix di Beyond Black Suns, stabiliscono un'altra vetta di espressione da parte di un'unità unica nel panorama odierno. La seconda metà sposta più il focus sul ritmato, con Where the trees are on fire declinata e trasfigurata in varie salse, qualche sonorizzazione eterea e narcisismi malcelati. Se tutte le raccolte di outtakes fossero di questo livello, il mondo sarebbe un posto migliore.
domenica 27 febbraio 2022
venerdì 25 febbraio 2022
Screams From The List #105 - Christian Vander – Tristan Et Yseult (1974)
Colonna sonora di un film (piuttosto oscuro) del connazionale Lagrange, T&Y uscì a nome di Vander probabilmente per motivi contrattuali, perchè i Magma al tempo erano vincolati alla Vertigo, e forse per lo stesso motivo in copertina la line-up recava nomi kobaiani inediti a celare le identità. Che poi erano il nucleo pulsante, vibrante ed essenziale dell'entità: Vander / Top / Blasquiz / Stella V.
Di fatto, quindi, un vero e proprio album dei Magma semi-nascosto, ma che sicuramente i cultori conoscono molto bene. Non era il mio caso, però, e ci è voluta la List per entrare in collisione con un altro gioiello degli anni d'oro. Con la formazione al minimo essenziale e senza alcun orpello, il talento sconfinato emerge ancora di più: Vander, unico compositore, si esprime splendidamente anche al piano acustico. Blasquiz e Stella si piazzano sotto i riflettori a vocalizzare a modo loro, enfatici e teatrali. Il bassone di Top invece resta un po' sotto nel mixaggio, come a limitarne l'apporto (è leggenda diffusa che fra i due fosse una guerra continua, ed infatti nel live dell'anno successivo fu sostituito da Paganotti).
Come fosse la pellicola, è un mistero, così come non è spiegabile che questa fantomatica soundtrack potesse essere di puro servizio. TEY è un serpente che si contorce senza soste, un ottovolante inscindibile lungo le sue 12 tracce. E' con ogni probabilità il disco più raffinato dei Magma, non voglio dire meditato perchè il sacro fuoco kobaiano appare sempre vulcanico, pur senza mai eruttare. Di sicuro svetta di fianco ai loro capolavori riconosciuti, sia precedenti che successivi.
mercoledì 23 febbraio 2022
Dead Kennedys – Bedtime For Democracy (1986)
lunedì 21 febbraio 2022
Uboa – Sometimes Light (2010)
sabato 19 febbraio 2022
Chrisma – Hibernation (1979)
Secondo album di sostanziale transizione, dopo il bruciante esordio di Chinese Restaurant che li aveva premiati prime-movers della new-wave non soltanto italica. La svolta synth-pop ed il cambio di lettera iniziale nella ragione sociale erano dietro l'angolo, e Hibernation confermò in parte lo shock del suo predecessore. Qualche stucchevolezza (o eccesso gratuito di decadenza mitteleuropea, forse poco nelle corde effettive di Arcieri) e/o ambiguità sfocate emergono nella Side A, mentre la Side B correggeva il tiro con le ritmate So You Don't e Lover, uniche eredi delle pagine più infuocate del debutto. In generale, una ripulitura del suono sostanzialmente indolore; erano ancora gli alfieri (se vogliamo glissare sulla pronuncia inglese di Arcieri...).
giovedì 17 febbraio 2022
Spartiti – Spartiti (2014)
Le prime prove tecniche del duo Collini-Reverberi, qui immortalati dal vivo (anche se non si direbbe proprio) in quel di Pesaro, nel febbraio 2014. Un paio d'anni prima di uscire allo scoperto con l'ottimo Austerità, i reggiani testarono le reazioni di un pubblico ancora addolorato per la scomparsa di Fontanelli e la conseguente fine degli Offlaga. Per non copiare un copione rodato e di successo, Reverberi srotola scenari decisamente più scarni, dissonanti ed inquietanti, sempre a base di elettronica vintage ma con pochissime velleità musicali, come a testimoniare un ripiegamento morale ed esistenziale. Le inedite storie di Collini (presenti in scaletta due testi terzi, comunque ascrivibili ad una cruda cronaca esistenziale dal forte parallelo) facevano la loro parte, infallibili: delle 4, la torrenziale Vera finirà su Austerità e Borghesia su Servizio D'ordine del 2017, che temo essere rimasto la loro ultima fatica. A completare il quadro, i due highlights irresistibili, la storia adolescenziale di Soggiorno Obbligato e la superba Il Treno della verità.
martedì 15 febbraio 2022
Banco Del Mutuo Soccorso – Darwin! (1972)
Completa la fulminea trilogia d'esordio, per il cinquantennale. Incastonato fra l'iconico salvadanaio e l'insuperabile Io sono nato libero, Darwin! si materializzò come concept sull'evoluzione umana primitiva, sgranando il compatto progressive in un miscuglio in cui confluivano svariate influenze (il jazz in Danza dei grandi rettili, il folklore in Ed ora io domando tempo al tempo...., la romanza piano/voce in 750.000 anni fa). La posizione dominante (e più confortevole) venne rilocata nelle sincopi di Cento mani e cento occhi, Miserere alla storia e La conquista della posizione eretta, nonchè alla suite L'evoluzione, il quarto d'ora consegnato alla gloria che superava a destra il predecessore giardino del mago. E di nuovo, fino alla noia, a forza di menzionare Di Giacomo e i Nocenzi, sollecito il plauso all'implacabile sezione ritmica ed al chitarrista Todaro, che di lì a poco verrà avvicendato.
domenica 13 febbraio 2022
Weyes Blood – The Outside Room (2010)
Il debutto della cantautrice Natalie Mering, originaria della California, assurta a discreta visibilità grazie ad un album su Sub Pop nel 2019. Le premesse di The outside Room però erano ben altre, prima di una progressiva normalizzazione, e non a caso il trampolino della situazione fu la Not Not Fun, per i cui standard comunque era decisamente canonica. Base di partenza un folk psichedelico austero, con impostazione vocale mutuata direttamente da Nico, ben udibile nel pezzo di apertura Storms that breed. Il seguito va a braccio su tenui allucinazioni, ballad stordite alla Natural Snow Buildings, reminescenze sparse di una Azalia Snail molto seriosa, echi di una Joanna Newsom umile in quanto meno dotata. L'aspetto vocale è quello più curato e dotato di attenzione, ma più per impostazione che per talento cristallino, a suggellare il sacrale riferimento Nico-esque. Nel complesso, un disco molto etereo e diversificato, gradevole se si apprezza l'area grigia che occupa.
venerdì 11 febbraio 2022
Acetone – If You Only Knew (1995)
Tendendo ad ignorare la slavata raccolta di cover country I guess I would, si tratta del secondo album degli Acetone, che di fatto gettò la maschera: se su Cindy la spina portante era ancora abbastanza sanguigna con qualche languidezza sparsa, su If you only knew accade esattamente il contrario. Al santino di Neil Young si aggiunse quello dei Velvet Underground più letargici, e la svenevolezza dei primissimi Low diventò una curiosa assonanza. Fu un passo abbastanza significativo, anche per il fatto che la scaletta fu assemblata in modo drastico: man mano che le tracce scorrono, il ritmo si fa sempre più lento ed i pezzi sempre più anemici, fino alla timida impennata del finale. Peculiare senza alcun dubbio, ma io eviterei di tirare in ballo lo slow-core. L'antologia retrospettiva pubblicata nel 2017 da Light In The Attic ha generato qualche articolo in rete di retrospettiva, che altrimenti avrebbe lasciato gli Acetone in un oblio irrecuperabile, e che fa luce sulle loro condotte di vita, forse specchio più o meno involontario del loro output.
mercoledì 9 febbraio 2022
Imaad Wasif – Dzi (2017)
Dopo un lunghissimo silenzio solista (8 anni dal precedente, bellissimo The Voidist), IW è tornato con il suo quarto album. Nel frattempo, collaborazioni miste, un'altro gregariato live con i Yeah Yeah Yeahs, e cos'altro non si sa. Quello che era stato uno dei miei cantautori preferiti degli anni Zero sembrava essere sparito, invece ha fatto 2 album in due anni (il successivo Great eastern sun, di psych-folk quiesto e svanito) e anche se l'ispirazione non è quella degli esordi, sono stato contento di ritrovarlo con un disco 100% elettrico, grintoso e viscerale, di cantautorato quasi stoner (!), rivestito da una grossa filigrana psichedelica e dalla immancabile vena malinconica. Il fragore di Turn Away e I'm changing rasenta il grunge, mentre a più riprese si materializza il miglior spirito melodista dei vecchi Dead Meadow. Insomma, sempre tradizionalismo ma con personalità ed un trademark che resterà sempre per pochi, appassionati e fedeli come me.
lunedì 7 febbraio 2022
Genesis – The Lamb Lies Down On Broadway (1974)
Ho sempre avuto dei problemi con questo mastodonte; troppo lungo, troppo complicato, dal suono troppo compresso se paragonato a Selling England, simbolo del passaggio dalla fase gloriosa alla decadenza (e non necessariamente per l'addio di Gabriel), addirittura trovavo fastidioso il suono dei timpani e dei tom di Collins. Ne apprezzavo gli estratti dal vivo, ma preso nella sua interezza non sono mai riuscito ad amarlo come gli altri.
Ma come accade nella musica, l'ascolto superficiale non è mai portatore di giudizi ponderati. E' chiaro che The Lamb venne architettato sulle esigenze del racconto tematico, e certi passaggi strumentali furono necessari per questioni scenografiche. E proprio in un anno di spartiacque importante per il progressive, i Genesis trovarono la forza, in mezzo a tante correnti contrarie, di rimettersi in discussione con uno sforzo gigantesco. E basterebbero Carpet Crawlers, Hairless Heart, In The Cage, The Light Dies Down, Back In NYC per certificare che erano in ottima forma per essere già dinosauri.
sabato 5 febbraio 2022
Gem Club – In Roses (2014)
Struggente, commovente ed emotivamente pregnante il secondo album di Gem Club da Boston, all'insegna del sacro motto less is more. Sostanziale creatura del cantante/songwriter Christopher Barnes, forte di un falsetto tremolante che più realistico non si può (vedasi le prove dal vivo per capire che non c'è trucco nè inganno), di uno stile pianistico ultra-essenziale quanto elegante e soprattutto di una capacità di scrittura disarmante, coadiuvato con discrezione da una cellista, da una corista/sintesista e solo in alcuni pezzi da una sezione ritmica felpatissima.
Si tratta di un cantautorato da camera gentile ed accorato, che non è dolente nè triste bensì espressione di un anima introspettiva ed incredibilmente sensibile. Sono diversi i nomi che possono venire in mente sulle prime, ma dopo diversi ascolti appare evidente che Barnes è un artista di razza, capace di ricavarsi una preziosa nicchia fra gli amanti di queste pacate sonorità. In Roses è uno di quei dischi così omogenei e fedeli ad una linea che colpisce subito al cuore, e speriamo vivamente che il Club riapra le proprie eteree porte, perchè di tempo ormai ne è passato parecchio.
giovedì 3 febbraio 2022
Lou Reed – Ecstasy (1999)
Forse non ho esplorato adeguatamente la carriera di Lurìd, soprattutto negli anni '80 e '90. Dopo i grandi fasti dei primi anni '70, culminati col capolavoro Berlin, qualche caduta di tono ci sarà stata, ne sono sicuro, ma d'altra parte l'uomo ha sempre impersonato uno stile prima che un suono e per essere discusso ce ne vorrebbero, di argomentazioni. Ecstasy prima di tutto è un disco lungo, lunghissimo quasi 80 minuti di cui soltanto 18 occupati dalla strana Like A Possum, una jam monolitica quasi senza batteria che con buona fantasia PS ha descritto Lou Reed goes slow-core. Per il resto, è una carrellata con tutti (e dico tutti) i classici luoghi comuni dell'uomo, sia quelli gloriosi che quelli scontati, un disco che è quasi una carta d'identità artistica, con una produzione a dir poco impeccabile. Menzione speciale per i musicisti annessi, il bassista Saunders ed il batterista Smith, due titani che trovano spicco e risalto in partiture così semplici.
martedì 1 febbraio 2022
Fontaines D.C. – A Hero's Death (2020)
Impone una riflessione: se espressioni di questo tipo diventano dischi dell'anno anche per chi ha una certa reputazione, allora o lo stato generale è pessimo oppure la reputazione inizia a scricchiolare. Nulla di specifico contro questo onestissimo quintetto di Dublino, che ad un'occhiata superficiale apparrebbe genuino quanto gli Idles, tanto per citare altri soggetti passivi di hype negli ultimi anni. A hero's death dopotutto è anche più che un buon disco, che ricicla e rimastica luoghi comuni degli ultimi 40 anni, dal post-punk al college-rock all'alternative americano 80/90, con una cifra personale dominata dal cantante, non particolarmente potente nè versatile ma bravo a calarsi con timbro e passione, dal lavoro di precisione dei due chitarristi e dalle trovate singole nel costruire piccoli anthem. La prima metà del disco è notevolissima: lo spleen iniziale di I don't belong e Love is the main thing, le serrate ossessive di Televised Mind e A lucid dream, la ballad agrodolce You Said e la bucolica Oh Such A Spring (che incredibilmente mi ricorda il Lou Reed di Berlin, so che sembra fuori luogo ma è così) mettono in mostra un alto talento generale. Da lì in poi, però, i 5 pezzi restanti denotano un calo di qualità verticale e così, drasticamente, tramonta il mio sogno di trovarmi d'accordo con la testata di reputazione.
domenica 30 gennaio 2022
M.B. – Carcinosi (1983)
Ogni qualvolta decido di ascoltare un MB d'annata, vado a rileggermi le varie bios a lui dedicate e provo un po' d'invidia per chi ha avuto la costanza e la dedizione di passarsi in rassegna tutta la sua produzione. La probabilità è che, alla luce anche delle parole forbite e dei profondi concetti espressi nelle interviste, la statura dell'artista sia realmente quella che gli si accredita. Io sono soltanto al terzo titolo, dopo I.B.M. e Armaghedon, e Carcinosi non sfugge alla regola, sotto tutti i punti di vista: due monoliti di 23 minuti tagliati con le forbici, due Decomposizioni Per Organismi Bionici E Mutazioni Concrete. Il contenuto è il solito ma è sempre differente: due allucinazioni sonore di una potenza devastante, che tramortiscono e costringono alla massima attenzione per coglierne lo sviluppo magmatico, sempre nascosto fra le pieghe delle oscillazioni.
venerdì 28 gennaio 2022
Ensemble Economique – Blossoms In Red (2015)
Da quanto si è dato irrimediabilmente ad un gotico elettronico che sembra emergere dalla nebbia delle brughiere britanniche, Brian Pyle è un artista molto diverso da quello che emerse dalla multiforme scena weirdo orbitante alla Not Not Fun, ben più di un decennio fa. Il punto di svolta avvenne nel momento in cui il californiano lasciò l'etichetta che aiutò a lanciarlo per accasarsi alla tedesca Denovali, che dal 2013 gli ha rilasciato 6 album. Con Melt Into Nothing avevo già notato che la metamorfosi si era compiuta, e con buoni risultati. Blossoms in red, l'anno successivo, ha fatto persino meglio. Cinque pezzi tutti molto diversi: in apertura un drone leggermente tedioso di 8 minuti, poi parte un beat elettronico che introduce la muraglia di synth della title-track, di sicuro impatto ma forse un po' scolastico.
A partire da On The Sand, il terzo pezzo, si inizia a fare sul serio. Un giro di organo saturo, note isolate di chitarra, il filo di voce, la batteria a passo slow-core, l'incedere maestoso e melmoso, un gran pezzo. La voce di JMoon (l'italiana Jessica Einaudi) prende il proscenio nella successiva You by candlelight, un altra stasi altamente ipnotica a passo lentissimo, con le stratificazioni sottopelle di organo e chitarra a costruire una tensione spasmodica. In spiazzante chiusura, il minimalismo di pianoforte Nothing is perfect, che per il suo fascino avrebbe meritato sicuramente uno sviluppo ulteriore.
Ma la musica di Brian Pyle è così. Non importa la forma, forse conta più l'istinto, il momento, la creazione di uno stato d'animo con i pochi mezzi a disposizione. Non tutto funziona su Blossoms In Red, ma quando gira, gira molto bene.
mercoledì 26 gennaio 2022
Screams From The List #104 - Jean-François Pauvros - Gaby Bizien – No Man's Land (1976)
lunedì 24 gennaio 2022
Nick Cave & The Bad Seeds – The Good Son (1990)
Raramente ho riscontrato una tale unanimità di pareri, anche fra fonti piuttosto disparate: The Good Son non è soltanto il capolavoro di Nick Cave, ma di molto altro. A distanza siderale da quando lo ascoltai per l'ultima volta, non posso non allinearmi, se non altro per i miei pezzi preferiti: Sorrow's child e Lament, ballate sinfoniche strappalacrime in apparenza semplici ma frutto di un ispirazione straordinaria. Che altrove non manca di certo, bilanciata a meraviglia fra gli ardori del passato, il croonering di razza che già aveva coniato, il gospel virato in bianco, e perchè no, qualche lontano eco dello Scott Walker degli anni '60, restando in tema di sinfonismi e carisma del grande interprete. E poi come non citare anche The Ship Song, Foi Na Cruz, The Weeping Song. Giù il cappello.
sabato 22 gennaio 2022
Dan Oxenberg, Bear Galvin + Friends (Pillow Mt. Conspiracy) – Early Abstractions. Vol. 1 (2019)
Tre anni dopo il grande rientro di Late Superimpositions, il caro vecchio Danny è tornato, di nuovo insieme al misterioso Orso Galvin (presumibilmente il tizio con i pantaloni della tuta adidas nella foto sopra), ma questa volta si tratta in gran parte (non meglio precisata) di vecchio materiale degli anni '90, tant'è che appaiono altri due ex-Supreme Dicks, Steve Shavel e Mark Hanson. Si tratta quindi di un album d'archivio, al contrario del precedente, e si sente. Lo spettro tremolante del passato si agita fra le ballad anemiche, gli sballi allucinogeni, il flautino dissonante, la voce fragilissima, l'Orgone citato in un paio di titoli. E' una raccolta in chiara chiave lo-fi, indirizzata essenzialmente ai fan dei SD.
giovedì 20 gennaio 2022
Roger Eno – Fragile (Music) (2005)
Massimo relax per questo album del Rogerino maturo, direi al massimo della propria sobrietà e compostezza. Non è un disco per tutti, questo va premesso, non è ricco di colori e stagioni come Voices nè impressionistico e festivaliero come Lost in translation. E' semplicemente una raccolta per solo piano, lento, sgocciolato e compassato nella vena più satieana possibile, con quelle sottile vena autunnale e surrealmente malinconica che costituisce da sempre il suo trademark caratteristico. Per un oretta di contemplazioni asciutte e per sottofondi filosofici.
martedì 18 gennaio 2022
Cleric – Retrocausal (2017)
Non è stato soltanto a causa della loro formula incredibilmente complessa che i Cleric hanno impiegato 7 anni per dare un seguito al pauroso Regressions. Nel Settembre del 2010, durante il tour di promozione dell'album, subirono un furto della loro attrezzatura che li mise in ginocchio e li impossibilitò a lavorare per parecchio tempo. Non si diedero vinti comunque, e continuarono a concepire Retrocasual, che non attenua minimamente gli effetti dei loro sforzi titanici in tutti i sensi. Quindi, avant-metal labirintico, elaborato ancora una volta in un contesto di durata kilometrica che annienta i sensi e lascia tramortiti, con perizia impressionante. Rispetto al debutto, si può notare una maggiore inflessione jazz che affiora a più riprese, con l'ospitata di John Zorn nella traccia finale. Ecco stabilito quindi il parallelo più calzante per i Cleric: i suoi Naked City, negli anni '90, avevano già testato l'animale jazz-metal con una serie di prove annichilenti. I Cleric sono ancora qua, per rilanciare ed osare l'impossibile.
domenica 16 gennaio 2022
Sensations' Fix – Boxes Paradise (1977)
Seguito dello splendido Finest Finger, che ricavò beneficio da un sistema rodato e sempre meglio arrangiato grazie alla presenza fissa del tastierista Head. Si intrasente anche un leggero miglioramento nelle registrazioni, ma l'aspetto sostanziale resta che Falsini si trovava in chiaro stato di grazia compositivo e confezionò un'altro centro, mediando alla perfezione l'aspetto terreno, più grintoso e viscerale con quello spaziale, più vaporoso tipico del primo album. Lo slowhand toscano peraltro, in un paio di fasi della scaletta, si trovò a ricorrere a dei passaggi di quel Cold Nose che languiva confinato in un cassetto.
Un album variopinto e di grande dinamica, che non lesina le felici incursioni ad un passo dal pop (l'iniziale The Flu, che in realtà si chiama Grow on you sull'antologia del 2012) e che sfiora più volte quel progressive a cui sono sempre stati attaccati, nonostante le evidenti differenze (le articolazioni di Luna Slain, gli inserti acustici di Mother's day). Sarà sempre troppo tardi per farli scoprire a qualcuno, ma vale la pena spendere il tempo.
venerdì 14 gennaio 2022
Black Wing – ...Is Doomed (2015)
Apparentemente archiviato il discorso Giles Corey, che rappresentava forse una parentesi acustica della sua indole, Dan Barrett ha varato il progetto Black Wing, all'insegna di un synth-gothic più in linea con la classica produzione Have A Nice Life. ....Is Doomed contiene alcuni chiari riferimenti al repertorio del duo, in effetti, anche se mondato del basso, ma le caratteristiche armonie vocali e corali del vocalist restano un marchio di fabbrica. Ottimi Luther, Unemployed e If I let him in. Interessante anche una divagazione come il danzereccio DSA. Non si era certo ai vertici, ma è stato sintomo di un rinnovato stato di salute artistica in un momento molto difficile (si era all'indomani del fallimentare secondo HANL).
mercoledì 12 gennaio 2022
This Heat – Live 80/81 (2006)
Reperto archeologico emerso nel 2006 che testimonia un tour europeo dell'avant-trio nel periodo citato, di qualità estremamente lo-fi (fu registrato tramite un volgarissimo mangiacassette utilizzando un microfono piazzato vicino al mixer, presumibilmente quello a distanza, non da palco) ma prezioso nel documentare la qualità superba delle performance. Il periodo è quello di transizione fra le asperità del debutto e le parziali normalizzazioni (per modo di dire) di Deceit, con una scaletta che pesca anche in anticipo da quest'ultimo, ma suonato con una foga ed un urgenza inenarrabili. Quando il trio viaggia a pieno ritmo con chitarra basso batteria, rombano arrembanti. Quando divagano e tirano fuori kazoo, clarinetto ed organo, l'atmosfera si fa plumbea, beffarda e sinistra. Un vero peccato che la registrazione sia così.
lunedì 10 gennaio 2022
Aburadako - 2004 (Tunnel)
Tre decenni di Aburadako: il punk e l'art-hardcore degli anni '80, il sofisticato math-rock degli anni '90, ed infine il paradossale decennio Zero, con soltanto due dischi di cui questo Tunnel del 2004, con ogni probabilità il più cervellotico della loro discografia, definito infatti dall'ottimo Federico Savini un tributo (più o meno volontario) a Lick My Decals Off Baby del Capitano ed alla sua estrema complessità, alle sue partiture impossibili ed alle sue digressioni vagamente blueseggianti, di quel blues che tal vien richiamato soltanto per similitudini beffarde che per le strutture.
Hasegawa, per conto suo, non fa nulla per evitare il confronto. Il suo metodo compositivo sembra proprio quello di DVV. Non è più l'urlatore alla carta vetrata del passato, ma l'effetto della sua verbosità non è meno caustico: sono le capacità del super-trio alle sue spalle ad impressionare persino più che in passato, col chitarrista Masato esclusivamente su toni puliti.
Nella cartella c'è un bonus di 24 minuti, che potrebbe essere il disco del Fiume, ovvero la pubblicazione del 2002, (come sempre, impossibile ricavare qualsiasi informazione) un unico pezzo piuttosto strano per i loro standard, lineare e vagamente psichedelico, con dei passaggi quasi slintiani. Forse un esperimento per disorientare il proprio pubblico, posto dopo Tunnel ha un effetto quasi rilassante.
sabato 8 gennaio 2022
Residents – Not Available (1978)
E' sempre molto difficile affrontare un 9/10 di PS senza avere qualche pregiudizio. Nel caso di Not Available, però, mi è venuta in soccorso una piccola serie di ricordi lontani: Rupert e Mixo che ne mandavano in onda delle sezioni per decantarne il genio, la visionarietà e la follia, a più riprese. Anche se il mio preferito resta sempre Eskimo, lo psico-melodramma in 4 parti di Not Available non sembra accusare l'invecchiamento, nemmeno da un punto di vista strettamente tecnico: l'arsenale di tastiere di Hardy Fox, che includeva in dosi massicce il famigerato Eminent e le voci deliranti di Flynn costituiscono l'asse portante del disco, a cui si aggiungevano percussioni scarne, fasi intermittenti di drum-machine e sezioni importanti di sax, nient'altro. E' una messa in scena grottesca, amara e dissacrante che riesce sempre a disorientare, non ha ancora perso la sua forza iconoclastica ed ha delle trovate compositive che suonano tutt'ora geniali.
giovedì 6 gennaio 2022
Boris - Dear (2017)
Dopo essermi esaltato per le loro prove sperimentali dei primi Duemila, ho continuato a seguire le gesta dei Boris più o meno sporadicamente, senza riuscire ad ascoltare tutta la discografia ma comunque senza mai riscontrare un disco che scendesse sotto la sufficienza, sempre all'insegna della loro schizofrenia incontrollabile nel saltare di palo in frasca. Dear, concepito come un addio allo scoccare del quarto di secolo di carriera, ha segnato un valido punto di ritorno alle sonorità più sludgy-melvinsiane, quelle dell'esordio Absolutego (citato anche nella track-listing), ma contenute in 11 pezzi fra i 5 ed i 12 minuti.
Poco da dire, la freschezza che denotano dopo una vita, senza produrre novità di rilievo, resta il loro punto di forza. C'è energia, c'è pesantezza, c'è ispirazione melodica a profusione e la solita, indiscutibile professionalità da parte di chi, nel rispetto delle fonti originarie mai negate, ha costruito una carriera di assoluta onestà e con vette indimenticabili. Su Dear ad esempio, sta nei 12 minuti di Dystopia / Vanishing Point, un crescendo epic di classicissimo stampo borisiano.
Ah, la fine sembra non essere arrivata, perchè hanno continuato a pubblicare nel frattempo....
martedì 4 gennaio 2022
Lubricated Goat – Psychedelicatessen (1990)
In uno dei primissimi Rockerilla che comprai, nel 1993, c'era un servizio su questo gruppo australiano (Sidney) dal nome improbabille, descritto come temibile, rumoroso e composto di personaggi ben poco raccomandabili. Parole che a quasi 30 anni di distanza suonano ben poco intimidatorie, ma che all'epoca rientravano perfettamente nell'estetica di quel giornale, che usava (ed abusava di) descrizioni alquanto variopinte pur di scatenare sensazioni di curiosità. E' vero comunque che la storia di Stu Spasm, leader ed unico membro fisso dei LG, non fu esente da inconvenienti. Nel 1990, durante il loro primo tour europeo, con concrete possibilità di infilarsi nel carrozzone alternativo di riscontro popolare underground, venne accoltellato a Berlino e necessitò di qualche anno per riprendersi.
Psychedelicatessen è un buon compendio di garage-alternative-noise venato di psichedelia, dotato della cattiveria giusta per adescare il pubblico di Cows, Cop Shoot Cop e compagnia malevola. Predica il verbo originario dei migliori Stooges, pizzico di perversione inclusa, con delle prospettive noise-rock che, come detto, li avrebbe potuti far riscontrare negli Stati Uniti se fossero approdati ad esempio alla Amphetamine Reptile o alla Touch & Go. Eccellente la registrazione.
domenica 2 gennaio 2022
Oneiroid Psychosis – Forever Is Forgotten (2004)
Duo di fratelli del Wisconsin artefice di un ultra-gotico sfaccettato ed improntato all'europeismo più trasudante. La scuola di riferimento include comunque Lycia e Black Tape For a Blue Girl, per quanto riguarda le fasi più eteree di Forever Is Forgotten, un disco multiforme che passa da puntate quasi doom al synth-dark in un batter d'occhio, da arie neo-classiche a stasi ambientali, da ambientazioni horror a cyber-carpenterismi. Il cuore pulsante del disco sta nel quarto d'ora di Birth And Death, un viaggio mozzafiato guidato dal pianoforte, che non spreca neanche un secondo della propria ispirazione. Nel resto del disco fanno capolino alcune lungaggini che, in caso fossero state mondate, avrebbero reso l'album un piccolo gioiello di neo-dark moderno, ovvero una rarità assoluta.
venerdì 31 dicembre 2021
Shorty – Fresh Breath EP (1994)
Fulmineo EP di un quarto d'ora scarso che chiuse la repentina carriera degli Shorty, un'anno prima che Al Johnson e Mark Shippy tornassero con gli U.S. Maple. Cinque pezzi roventi e fumiganti, che rilanciavano la proposta già udita l'anno prima con Thumb Days. Se qualche fan dei Jesus Lizard nel 1994 si sentiva deluso dal (presunto) ammorbidimento di Down, poteva rifarsi con gli interessi grazie agli Shorty e le loro tempeste granitiche, i loro ritmi sghembi, la fucina di riff incessanti di Shippy, le urla invasate e beffarde di Johnson e tutto il resto. Unico neo, la produzione un po' da bunker, tipica comunque della Skin Graft di quel periodo.
mercoledì 29 dicembre 2021
Protomartyr – Ultimate Success Today (2020)
Buona conferma dei Protomartyr, ormai in possesso di uno di quei trademark distintivi che li rendono bene in vista nell'odierno panorama. Un suono ispido ma mai disturbante, una cifra tecnica modesta (a partire dal cantante, che a quanto pare invece è il personaggio più chiacchierato, forse per le liriche) ma estremamente efficace e composizioni ordinarie quanto ad effetto (The Aphorist su tutte). Io li vedo sempre più come dei National ignoranti, dalle radici punk mai del tutto sopite, con un chitarrista fiero anche nei passaggi più naif.
Il problema di dischi come questo è che oggi li apprezziamo e li ascoltiamo con piacere, ma passato un tempo significativo forse ignoreremo il nome Protomartyr, non conservandone un ricordo significativo.
lunedì 27 dicembre 2021
Screams From The List #103 - Mythos – Mythos (1972)
Affascinante debutto di un trio berlinese che indugiava con disinvoltura fra fascinazioni raga, distensioni etniche, danze flautate alla Jethro Tull, sanguigne impennate blues-rock, allucinazioni cosmiche e minuetti prog. Detta così Mythos sembrerebbe un calderone fin troppo eterogeneo, in realtà i tre sapevano destreggiarsi molto bene, grazie ad una produzione illuminata a fuoco (Dieter Dierks, migliaia di registrazioni, una specie di Conny Plank meno famoso) ed una buona dote compositiva. Soprattutto la seconda suite, Encyclopedia Terra, riesce ad eguagliare gli stati lisergici dei primi Ash Ra Tempel con trovate non molto ad effetto, ma efficaci. Un nome minore, ma degno di un recupero.
sabato 25 dicembre 2021
Harmonia – Live 1974 (2007)
Un live in patria di materiale inedito dalla fedeltà di livello assoluto per l'epoca, ripescato provvidenzialmente nel 2007, il cui entusiasmo portò addirittura i tre a riformarsi, anche se solo per qualche esibizione dal vivo. Poco da dire, l'ispirazione era ai massimi livelli e le tensioni scaturite di lì a poco in Deluxe ancora a venire, con un Rother stellare a lanciare figure intercalanti nell'iperspazio, Moebius e Roedelius ad innescare macchine umanoidi ed un pubblico a bocca aperta, del tutto impercettibile (e probabilmente non sobrio). A dimostrazione dell'eccellenza, il fatto che i pezzi migliori siano i più lunghi: Veteranissimo e Holta-Polta. Talenti fusi in un contesto sicuramente superiore alla somma dei singoli.
giovedì 23 dicembre 2021
Miasma & The Carousel Of Headless Horses – Manfauna (2007)
Mini di 20 minuti, purtroppo rimasta l'ultima testimonianza in studio di questo eccellente quintetto che due anni prima fece la comparsa con il fenomenale Perils. Il side project dei Guapo, con O'Sullivan impegnato alla chitarra e Dave Smith alla batteria apocalittica, trovò qui un canto del cigno all'altezza, che avrebbe meritato assolutamente un proseguimento. Tre pezzi: Manticore, elaboratissimo e ricco di spezie balcaniche in tipica ambientazione da fine del mondo guapiana. Taus, sinistra e greve soundtrack di cuscinetto. Garp Gadriel, si apre leggiadra con piano e violino (a me ricorda certe partiture di Roger Eno!), e poi monta la grandeur guapiana progressivamente fino al climax finale. Spettacolare.
martedì 21 dicembre 2021
Galaxie 500 – Peel Sessions (2005)
Due sedute da San John Peel, una nell'Ottobre 1989 e l'altra nel Novembre 1990, a pochissimo tempo dallo split. Un totale di 8 pezzi, metà cover e metà estratti dal loro album migliore. Un assemblaggio che sulla carta non avrebbe aggiunto nulla alla sostanza della storia di questo trio, ed invece funziona perchè le renditions furono eseguite con un piglio più focalizzato ed un energia che poteva creare spiragli per sviluppi futuri, che ovviamente non ci furono.
E fa aumentare un po' il rimpianto perchè in fondo i Galaxie 500 furono un'incompiuta, un gruppo che forse non si prese abbastanza sul serio e non si concentrò per realizzare il meraviglioso disco che hanno soltanto sfiorato. Per fortuna, ci avrebbero pensato i Low a proseguire quella tradizione, con più talento e convinzione. A loro testamento, Decomposing Trees appare qui in una superba versione.
domenica 19 dicembre 2021
PJ Harvey – White Chalk - Demos (2021)
Nel 2020, a 27 anni di distanza dai 4 Track Demos, PJH ha ripreso a pubblicare dei demos dei suoi vecchi dischi. Questa volta però non si è fermata, e ad una cadenza repentina la Island ha messo sul mercato tutte le versioni grezze dei suoi albums. Una tendenza strana e forse sintomatica, visto lo iato ormai di un lustro dal suo ultimo originale, interrotto soltanto da una bellissima colonna sonora.
White Chalk sembra essere il grande controsenso di questa operazione gigante, trattandosi del suo disco più scarno, dimesso e meno arrangiato della collezione. Fu il simbolo della massima introspezione ed abbandono, forse influenzato dalla fine di una relazione, fatto sta che mi prese il cuore fin dal primo ascolto e continuo a reputarlo il mio preferito, a dispetto della critica che non lo ha mai accolto bene. Inutile tornarci sopra più di tanto, questi Demos in fondo rappresentano una scusa per riascoltarselo, da poca che è la differenza sostanziale con l'originale (quasi nessuna strutturale, il canto più fragile ed incerto, un riverbero naturale che non guasta per niente). E godere di questa PJ così raccolta, intimista e superbamente di rottura per i suoi canoni.
venerdì 17 dicembre 2021
For Against - December (1989)
mercoledì 15 dicembre 2021
Stray Ghost - If I Could Cross The Space To You (2020)
Come espressamente dichiarato, si tratta dell'ultimo disco del Fantasma Randagio. Anthony Saggers, giunto a 33 anni e sistematosi in Turchia dopo aver conosciuto la sua White Rose, è giunto alla conclusione di dover chiudere il glorioso ciclo che l'ha visto pubblicare tante belle perle nel corso di un decennio, per l'appunto, molto vagante. Condivido la sua scelta al 100%, dal momento che la sua torrenziale discografia può ritenersi più che completa. Partito come scultore di suoni e cattedrali imponenti, l'inglese ha via via affinato la sua arte verso un neo-classicismo minimale e sempre più emotivamente pregnante. Purtroppo, aggiungo io, senza guadagnare consensi nè un pubblico consistente.
If I Could Cross The Space To You sembra un titolo programmatico: se potesse arrivare ad un pubblico più vasto, se potesse colmare quella distanza, il buon Anthony meriterebbe un bel po' di plausi. Spero soltanto che non si arrenda e che trovi nuove forme di espressione per la sua grande anima. Non è il suo disco migliore, probabilmente, ma lo consiglierei a qualsiasi neofita disposto a mettere a disposizione delle proprie orecchie l'elegia della lentezza, della quiete e della contemplazione. E citando il mio pezzo preferito del lotto, è suonato quasi come un addio...
lunedì 13 dicembre 2021
Explosions In The Sky – Those Who Tell The Truth Shall Die, Those Who Tell The Truth Shall Live Forever (2001)
sabato 11 dicembre 2021
Toygasm – Nighttime Rainbows (2020)
giovedì 9 dicembre 2021
Hash Jar Tempo – Well Oiled (1997)
martedì 7 dicembre 2021
Von Lmo – Tranceformer (Future Language 2.001) (2003)
domenica 5 dicembre 2021
Flying Saucer Attack – Further (1995)
Il secondo album dei FSA, dopo gli sconquassi eterei in feedback di Rural Psychedelia, si propose di mettere un minimo di ordine in un sound caotico ed apparentemente incontrollabile, e gettò la maschera rivelando un songwriting acustico di finissimo cesello; In the light of time, Come And Close My Eyes, For Silence, She is the daylight sono gemme trasognate a base di fingerpicking cristallino e la voce di Pearce echeggiante, in pura trance. Al di sopra di queste tenui architetture, l'eruzione di chitarre laviche e risonanze al di sopra della soglia di controllo continuò ad essere il trademark insostituibile del duo, facendo sì che Further resti un gioiello di stridore e stupore, come quello che instillò all'epoca, al netto della sorpresa del debutto. Dopo oltre un quarto di secolo, conserva ancora tutte le caratteristiche essenziali e non risulta per nulla datato.
venerdì 3 dicembre 2021
Windhand – Eternal Return (2018)
Dopo un disco interlocutorio nel 2015, i Windhand sono tornati ad una prova convincente ed ai livelli eccelsi dei dischi con cui li avevo conosciuti. Non ci sono stravolgimenti sostanziali, sempre di doom-metal melo-ortodosso si tratta, ma sono i dettagli in particolare a far brillare Eternal Return. Qualche striata galattica di chitarra che sparge un po' di pepe, un paio di pezzi standard particolarmente riusciti (Halcyon e Eyeshine si candidano a palma del loro repertorio), un paio di varianti con bpm sostenuti (Red Cloud e Diablerie, e Pitchfork ha tirato in ballo il grunge.....), i fills del batterista più interessanti del solito ed una sensazione di compattezza granitica che in fondo stabilisce la loro cifra stilistica principale. Difficile stabilire se si tratti di un punto di non ritorno, perchè alla prossima prova sarà difficile fare di meglio, se non opereranno una rivoluzione netta e decisa.











































