mercoledì 29 giugno 2022

Pop Group – Y In Dub (2021)


Simpatica operazione del Pop Group che rispolvera le bobine originali di Y e le rimette in mano al produttore Dennis Bovell con l'intento di manipolarle, rimasticarle e tirarne fuori una versione in lucido, scintillante spirito dub. Ovvero uno degli ingredienti più latenti nel dna del PG; ne faceva parte, ma come tutto il resto non predominava mai, restava un po' sullo sfondo, si amalgamava in quel titanico meltin' pot grazie soprattutto al bassone di Underwood, la cui opera finalmente riesce a riemergere nella superba equalizzazione generale.

Y non aveva certamente bisogno di questo auto-tributo per essere rivalutato, ma dopotutto una spolverata sta sempre bene, soprattutto a chi non l'avesse mai ascoltato. In Dub rimescola anche la scaletta, rivoluziona gli assetti, non opera una fusione chimica ma scombina e scombicchera con cognizione di causa. 42 anni sono un'eternità, ma il PG ha ancora voglia di sconvolgere e farci dimenare anche e cervello.

domenica 26 giugno 2022

Helmet – Live And Rare (2021)


Stretti fra i veloci eventi del periodo e le pastoie della Interscope, gli Helmet degli anni d'oro non avevano mai pubblicato qualcosa dal vivo e mi era capitato di chiedermene il motivo più volte. Oggi ci pensa la loro attuale etichetta, la Ear Music, ad operare un recupero ad alta fedeltà di due eventi ben datati: il primo del gennaio 1990 al CBGB di New York, per un pubblico a dir poco sparuto (dagli applausi si intuisce qualche decina), col materiale di Strap It On ad incendiare l'aria fetida del leggendario locale. Il secondo del gennaio 1993 in Australia, di sostegno a Meantime. Con le dovute differenze di contenuti, in entrambe le occasioni il quartetto macinava il proprio smart-noise con precisione chirurgica ed efferatezza (mai, mai smettere di lodare John Stanier...), con l'unica pecca riservata a Page Hamilton, in chiaro affanno per quanto riguardava le parti vocali. Per i fan storici, una chicca irresistibile.

giovedì 23 giugno 2022

Richard Skelton – A Channel For Water (2018)


Se già prima della pandemia il prode Riccardo aveva ritmi di output altissimi, negli ultimi 2 anni le uscite si sono ulteriormente intensificate. Impossibile pertanto stargli dietro, e come conviene per questa categoria di musicisti, tanto vale pescare a caso. Non tutto è oro colato, ma la media resta comunque molto alta. A channel for water nasce per mezzo di un recupero datato 2007, risalente quindi ai suoi primi anni di produzione, i tempi dorati di Landings, A Broken Consort, Harlassen, Carousell e Clouwbeck. Una decina di minuti ipnotici per rifrazioni di archi, di rincorrersi di armonici in sequenze circolari, dall'umore crepuscolare e caratterizzato da quel contrasto di tonalità/atonalità che tanto ha generato piccoli capolavori di emotività struggente.

A seguire, tre riprese dell'originale datate 2018. La prima, molto spacey e solcata da synth quasi celestiali. Molto più a tema la seconda, che ne costituisce un ideale, ombroso prolungamento. Infine la terza, in un contesto più ambient dominato da bordoni di synth e con inusitate ribollite di audio generators nel sottofondo. Nessuna di queste tre raggiunge il livello della matrice, ma ascoltato in soluzione di continuità, A Channel For Water è una tipica Skelton experience che mi sento di consigliare anche ad eventuali neofiti.

lunedì 20 giugno 2022

Green River – Dry As A Bone (1987) (Deluxe Edition 2019)


Meritoria operazione di recupero della Sub Pop che, ad oltre 30 anni di distanza, riesuma il fumigante secondo EP del leggendario gruppo grunge (prima che ancora il termine venisse diffuso a macchia d'olio fino a diventare parola d'uso comune), lo amplifica con una messe di inediti e frattaglie sparse del periodo e ciliegiòna finale, recapita a Jack Endino i nastri originali per un lavoro di sistemazione che finalmente rende giustizia al loro sound, mondato così da quei danni eighties che purtroppo imperavano anche nell'underground americano. Per quanto riguarda il contenuto, ben poco da dire: erano i più grandi e non soltanto di Seattle, come poi ebbero a ribadire vari personaggi dei paraggi che di lì a qualche anno verranno sbattuti sotto i riflettori di tutto il pianeta. Nonostante il contenuto derivi da fonti, periodi e studi differenti (triennio '85-87), l'opera di Endino fa sì che queste 16 tracce si fondano in un brulicante, omogeneo calderone arroventato in cui la vocalità sfrenata di Mark Arm (anche sul palco, la reincarnazione dell'Iggy Pop del 1970), le chitarre infuocate di Gossard e Fairweather, il basso roboante di Ament e la batteria incessante di Vincent concorrevano a rendere i GR la più autentica fusione a caldo di rock, punk e metal che fosse mai esistita, creata con una congiunzione astrale di fattori di cui è molto interessante sentire le voci. Tutto questo avvenne poco prima che il gruppo andasse a fare il suo primo album, anche se già dubbioso e prossimo allo split per divergenze attitudinali. A modo loro, la storia l'avevano già creata.

venerdì 17 giugno 2022

Shores ‎– Coup De Grace (2010)


Certo, esordire nel 2010 con un album spudoratamente nineties slow-core non ha garantito un gran seguito a questo gruppo del Michigan, peraltro su un etichetta rigorosamente punk. La storia è sempre stata piena di ritardatari storici, di solito per ragioni anagrafiche, e sembra improbabile che questi ragazzi avessero grosse ambizioni se non fare la loro cosa con onestà. Coup De Grace resta e resterà un prodotto per inguaribili nostalgici ed amanti della nicchia, come me. I riferimenti immancabili non sono certo una scoperta incredibile: i Karate del primo (non a caso poi hanno partecipato ad un oscuro tributo), la Bedhead/New Year experience, i Drunk, Bluetile Lounge, e così via, con squisito ed inconfondibile Dna statunitense. Fuori contesto tirare in ballo Codeine, ma i pezzi eccellenti in quella galattica scia ci sono in buona quantità: Engage Pall, Canned Heat, Seeds, Meanwhile, One Palm Sunday. Disco perfetto per una serata invernale in flanella, ma gradevole anche a piedi nudi con una birretta in mano, brindando alla giovinezza andata.

martedì 14 giugno 2022

Felt ‎– Stains On A Decade (2003)


L'ultima compilation pubblicata in ordine temporale dei Felt, composta quasi esclusivamente da pezzi estratti dai 7", senza ambizione di completezza ma con le sembianze di una selezione puramente arbitraria. Dal prezioso serbatoio di materiale che Hayward ha accumulato durante la decade dei Felt, ecco 15 macchie poste in ordine cronologico dal 1981 al 1988, che se non altro hanno il pregio di sintetizzare la controversa parabola in un bignami esaustivo. E quindi si parte con le prime delizie targate 1981-1984, sugli scudi con Something Sends me to sleep, Penelope Tree, Sunlight bathed the golden glow, Dismantled king is off the throne, chicche rigorosamente non oltre i 3 minuti, infiorettate da Deebank come nessun altro chitarrista al mondo avrebbe potuto fare. Uno snodo cruciale è la lunghissima (per i loro standard) Primitive Painters, che coinvolse i Cocteau Twins in un esperimento ambizioso ma forse un po' forzato, infatti non ci furono ulteriori sviluppi. Il 1986 fu l'anno della dipartita di Deebank che influenzò inevitabilmente il sound, ma la forma era ancora stellare (I will die with my head in flames, Sandman's on the rise again) e Hayward la colse come un opportunità positiva. Infine l'ultimo periodo, 1988-89, caratterizzato da un ripiegamento improvviso, un raccoglimento acustico forse spinto da una frustrazione montante per il mancato successo (ma potrebbe anche esser stato un cambio di fornitore...). Fine della corsa. Corollario essenziale alla loro intricata discografia.

sabato 11 giugno 2022

Tom Recchion – Soundtracks To A Color: Gold & Black (2004)


Colonna sonora per un installazione artistica patrocinata dalla galleria municipale di Los Angeles nel 2004, incentrata sul contrasto fra i colori nero e oro. TR partecipò con due monoliti alla bisogna di 35 minuti ciascuno, programmati come sottofondo costante. Per la sua natura professionale di art director, immagino che non potessero essere più azzeccati, ma anche presi al di fuori di quel contesto non faticano a trovare un loro significato. Perlomeno, facendo una media fra i due.

Gold, una cascata sgargiante e variopinta di suoni, festa allegorica in classico stile TR, servizievole alla causa ma alla lunga un po' troppo ripetitiva, diciamo concettualmente minimalista. Ben altro discorso con Black, che scodella un ritmo electro-wave su loop darkeggianti, si ferma intorno al quarto d'ora, galleggia su una stasi inquietante, con giri armonici circospetti e suoni concreti. Riparte il suddetto ritmo e si aggiungono stratificazioni alternate fra cui gorgheggi operistici, altri suoni sintetici fino alla sfumatura. Una scultura magistrale, esempio massimalista dell'arte cut & paste del californiano, e probabilmente suo ultimo capolavoro in ordine temporale.

mercoledì 8 giugno 2022

Eberhard Schoener ‎– Meditation (1974)


Uno di quei dischi che sarebbero dovuti finire sulla NWW List, magari al posto di qualcuna di quelle ciofeche irritanti ed inutili. Magari Stapleton non ci si imbattè, chè l'avrebbe apprezzato alquanto nonostante l'immane austerità della proposta. Schoener, violinista classico di Stoccarda, rimase folgorato come altri colleghi sulla via dei sintetizzatori elettronici e vi si dedicò a partire dal 1971. Meditation è una suite di 35 minuti divisa in due parti (non soltanto dai limiti fisici del vinile), un affresco tremebondo di suoni cupi, di droni raggelanti, di cunicoli abissali. La prima parte è scandita da un battito di sonar ad inscenare un falso ritmo, attorno al quale le striature di synth scorrono alternate in una sequenza intimidatoria. La seconda parte, più statica e dissonante, spinge sull'astrattismo aggiungendo una soave quanto spaesata voce femminile in fonetica, ma in generale non regge il confronto con la prima facciata, che resta un caposaldo archetipo della dark-ambient. Insomma, un altro grande pioniere teutonico.

domenica 5 giugno 2022

Screams From The List #108 - Roberto Colombo – Sfogatevi Bestie (1976)


Tastierista milanese qui al debutto con un titolo programmatico; le bestie in questione furono i musicisti assoldati (fra i più conosciuti Calloni, Donnarumma e Belloni), a cui evidentemente diede ampissimo margine di libertà esecutiva per le sue partiture jazz-rock con qualche punta di progressive. Il disco inizia alla grande con Sono Pronto e Caccia alla volpe, dopodichè affiora qualche autoindulgenza, inevitabile vista la situazione di auto-referenzialità. In sostanza, non siamo al cospetto del formalismo impeccabile dei Perigeo nè dell'istrionismo degli Arti & Mestieri, dato anche il fatto che si trattava di un ensemble estemporaneo, ma il fascino ed il divertimento trasudante non si discutono. L'inclusione nella NWW List è più pretestuosa alla luce di Metronomo 138, un collage di 8 minuti che include elettronica dissonante, percussivismo e funk, ed ad Assurdo P.2, un curioso teatrino RIO-pop che chiude un po' in agrodolce. L'anno successivo Colombo replicherà con un altro disco e poi diventerà un professionista dello studio, finendo per lavorare in pratica per qualunque cantante italiano/a, dal più impresentabile / impronunciabile a Fausto Rossi, passando addirittura all'esperienza di scrivere un pezzo insieme a PH nel 1988.

giovedì 2 giugno 2022

Ulver – Wars Of The Roses (2011)


Il giorno in cui sarò riuscito ad ascoltare tutti gli album degli Ulver, se mai ce la farò....non ci avrò ancora capito un granchè, e sarà un bene. Dietro questa triviale battuta si nasconde un mondo misterioso, tutto da esplorare ed interpretare a proprio sentore. Per Wars Of The Roses, già conflittuale dal titolo, era presente in maniera integrale il talento di Daniel O'Sullivan, che da turnista di lusso era passato ad essere membro fisso, complice certamente la militanza insieme a Rygg in Aethenor. Riflessi argentei di quell'esperienza radicale si inseriscono ad intermittenza in una scaletta a dir poco schizofrenica, con l'energetica apertura di February MMX, un avvincente e colorito synth-prog, che rappresenta il momento più accessibile ma ha una funzione disorientante. La stasi allucinatoria di Norwegian Gothic, i melodrammi guidati dal piano di Providence e England, la melanconia irreversibile di September IV, la marcia catatonica di Island, rappresentano un'evoluzione naturale alla perfezione ambient-rock di Shadows of the sun, per non tirare in ballo un passato scabroso che sembrava archiviato ma aveva lasciato scorie.

Non è un disco perfetto (il quarto d'ora finale di Stone Angels, di fatto un reading su base scabra e minimale, si poteva evitare), perchè a tratti certi scarti sembrano quasi innaturali. Per farla breve, è un disco adulto degli Ulver, con tutte le imprevedibili pieghe, il peso dei personaggi intervenuti (nel cast anche Westerhus e Noble, e si sentono) e quel fattore vagamente aleatorio di classe distillata a rilascio incontrollato, con tutti i pro ed i contro. I primi sono molti di più, però.

lunedì 30 maggio 2022

David Sylvian – Dead Bees On A Cake (1999)


E' giunta l'ora per me di rivalutare un disco che all'epoca non ripagò adeguatamente la lunghissima attesa. Erano infatti passati ben 12 anni da quello che restò il suo insuperabile capolavoro, ed in quel lasso di tempo DS aveva fatto qualsiasi cosa non fosse un album solista, in ordine sparso: la dissimulata riunione dei Japan, gli esperimenti ambientali con Holger Czukaj, qualche tour autocelebrativo, la discussa e controversa avventura con Fripp, e forse altro che non ricordo e non ho voglia di andare a scovare. Dead bees on a cake comparve con sembianze di grande speranza, ma in realtà, ad una manciata di anni dall'irreversibile metamorfosi del nostro, rappresentò un enorme compromesso fra le meraviglie passate (I surrender, Thalhiem, Cafè Europa, The shining of things), spiccatissime derive ethno-world, sofisticazioni di lusso quasi salottiero, e persino una sfuriata free-jazz. Un album molto ma molto eterogeneo, quasi incasinato se non suonasse come un insulto alla classe sylvianiana. Non diventerà un capitolo molto amato per i fans, ma merita una ripresa anche soltanto per il poker sopra citato, una sorta di testamento di ciò che aveva rappresentato negli anni '80, lasciando aperti grandi interrogativi su quello che sarebbe stato il filone esplorativo di lì a venire. Che nessuno potè prevedere, in ossequio ad uno spirito inquieto e nomade com'è sempre stato.

venerdì 27 maggio 2022

Van Der Graaf Generator ‎– Live At Rockpalast - Leverkusen 2005


Uno degli ultimi concerti del primo tour della storica riunione, che ha fruttato anche relativo DVD, curiosamente pubblicato soltanto nel 2018. Soprattutto, in pratica l'ultima occasione nota con David Jackson che di lì a poco se ne andrà sbattendo la porta, e di conseguenza l'ultima occasione per ascoltare determinati pezzi impossibili da suonare senza di lui, che scompariranno dal repertorio live. 

Noi che amiamo il Generatore come poche altre entità, sappiamo che quei concerti erano tutt'altro che perfetti, in quanto la perfezione non ha mai fatto parte di esso. I quattro magnifici avevano tanta, tantissima ruggine da scrollarsi di dosso, e forse le tensioni montanti con Jaxon giocarono la loro parte. 

Detto questo, se si assimilano serenamente tali imperfezioni, Rockpalast fu soprattutto una grande prova di Hammill e Evans, una buona di Banton ed una un po' affaticata di Jackson. Il fattore reunion, che all'epoca fece il proprio rumore, ora che sono passati 15 anni, è giocoforza affievolito. La determinazione nell'andare avanti nonostante l'incidente darà loro piena ragione. Menzione speciale per Lemmings, Darkness, Childlike Faith e Every bloody emperor.

martedì 24 maggio 2022

Chrome – The Visitation (1976)

Solitamente relegato a poco più che una curiosità, soprattutto a causa del pauroso avvenire che aspettava i Chrome da lì ad un anno, The Visitation è un disco stranissimo ma degno di rivalutazione e tenendo presente che si trattò di una prima autoproduzione, occorre dare alla buonanima di Damon Edge quello che gli spetta. Nell'attesa di incrociare le scariche elettriche con Helios Creed, il batterista/ideologo lasciava la parte puramente melodica ai competenti John Lambdin e Gary Spain, mentre il cantante era un tal Mike Low, in possesso di una voce dai toni piuttosto alti, con un timbro neutro, non proprio memorabile. La musica era la vera anomalia: con Edge indeciso fra pantomime esotiche ed i suoi caracollanti ritmi ostinati, Lambdin e Spain mettevano in scena uno stranito acid-street-rock con puntine di decadenza e qualche piccolo effetto sci-fi, che qualche critico ha brillantemente definito un'incrocio fra il Brian Eno cantautoriale ed il Santana non ancora trivializzato. Segnali anticipatori di ciò che Edge stava cantierando si possono udire su Return To Zanzibar, Sun Control, Memory Cords Over The Bay. Davvero niente male, e pensare che un discografico interpellato rese i nastri al mittente definendolo un pasticciaccio derivativo dei Doors (..!..).

La feticistica Cleopatra l'ha ristampato in cd nel 2014, e le interessanti liner notes riportano una cronaca dettagliata a cura di Lambdin e Spain sulle origini del gruppo, tratteggiando un ritratto della complessa personalità di Edge e delle dinamiche interne al gruppo, da cui in seguito i due suddetti si ritrovarono fuori per motivi non dipendenti dalle loro volontà. Fecero comunque in tempo a partecipare alla storia ed esserne esclusivi testimoni.

sabato 21 maggio 2022

White Birch – The Weight Of Spring (2015)

 Il ritorno di Ola Fløttum a 10 anni di distanza dal precedente, sublime Come Up For Air. Durante quel lungo silenzio, erano ovviamente successe un po' di cose. I WB come entità conosciuta nel decennio precedente si erano sciolti nel 2006, ed il factotum si era dato alle sonorizzazioni ed alle soundtracks, oltre a metter su famiglia. Accatastando materiale non idoneo alle sue commissioni, si accorse che ce n'era abbastanza per poter concepire una nuova opera d'artigianato a nome WB, e realizzarla con un paio di collaboratori necessari alla strumentazione di accompagnamento, con la Glitterhouse a patrocinare volentieri.

Fu un torto agli ex compagni di avventura? Non lo possiamo sapere, possiamo solo ringraziare che il norvegese abbia dato alle stampe un'altra puntata del suo melanconico, etereo, soffuso catalogo, fatto di ballads avvolgenti, così intimamente scandinave e pregnanti di calore umano, col surplus della maggiore esperienza a compensare qualche piccolissimo cedimento di stanca in scaletta. Spiccano il volo per la stratosfera The Fall, Lamentation, Winter Bride, Spring. La primavera ha un suo peso, Ola Fløttum il suo specifico l'ha ampiamente dimostrato. Speriamo affastèlli ancora, in qualsiasi altra stagione.

mercoledì 18 maggio 2022

Built To Spill – Ultimate Alternative Wavers (1993)


Liberatosi dai modesti Treepeople, Doug Martsch tornò a casa e si fece il suo gruppo, inizialmente con la sezione ritmica di Youtz e Netson. Con questo debutto così potè mettere in scena il suo personalissimo cantautorato elettrico, certamente erede delle epiche nevrosi neilyounghiane, che genererà uno dei più grandi capolavori americani degli anni '90, un live all'altezza ed una maturità più che dignitosa, anche se a singhiozzo. Visto in prospettiva, quindi, UAW è un disco grezzo, prodotto un po' lo-fi e con alcune incertezze, ed anche a causa di ciò all'epoca venne salutato come l'opera prima di un gruppo promettente, simbolo del trapasso del grunge e del recupero di certe radici, valorosamente aggiornate a quei giorni. Esemplari ed anticipatori delle meraviglie future: Shameful Dread, Three years ago today e Built To Spill. Il deposito del marchio.

domenica 15 maggio 2022

Yellow Swans ‎– Psychic Secession (2005)

Ora che è passato un certo numero di anni, penso che di tutta l'ondata american-noise degli anni zero, gli YS possano essere definiti un nome da podio globale. I loro colossali lavori della maturità, At All Ends e Going Places, stabilirono uno standard difficile da replicare grazie alla cura maniacale del suono ed alle tessiture strutturali, capaci di rasoiare senza pietà ma anche di concedere astrazioni non facili da cogliere al volo. Psychic Secession, il secondo maggiore (ma la loro discografia è una selva inestricabile, in questo non sono stati da meno degli altri), conteneva già in nuce questa tendenza ai chiaro/scuri, anche se tagliata ad una grana molto grossa. Il mastodontico True Union, di 20 minuti, è un'alluncinato space-harsh che rende la vita molto difficile al resto della scaletta, che ne soffre un po' le conseguenze fino all'astrattismo finale di Velocity of the yolk, in cui una straniata voce femminile segnala la sua presenza in uno scenario post-nucleare. A quel punto, il cerchio sembra chiudersi magistralmente.

giovedì 12 maggio 2022

Angel'in Heavy Syrup ‎– III (1995)


Il terzo delle acid-queens nipponiche, in chiara progressione rispetto ai precedenti, grazie anche all'ingresso di un'altra chitarrista che arricchiva ed irrobustiva il suono. Fra le pochissime bios a loro dedicate in rete, ne ho letta una che inizia definendole un incrocio fra Cocteau Twins e Butthole Surfers, davvero fantasiosa anche se in effetti qualche venatura dream-pop si può udire lungo la scaletta. Meno Pink Floyd e decisamente più Amon Duul II, III è un viaggio emozionante con delle avventurose escursioni lisergiche (Breath of life, Flower And Dream, Water Dream), tutt'altro che perfetto (il canto, spesso stonato, è un evidente stecca nel contesto) ma suonato gettando il cuore oltre l'ostacolo.


lunedì 9 maggio 2022

Low ‎– Double Negative (2018)


Nel riuscito tentativo di invecchiare con dignità, conservando la propria essenza ma cercando nuovi stimoli e sbocchi, i Low hanno semplicemente cambiato il vestito delle loro arrendevoli ballads. Apparentemente non è cambiato molto dai primi, commoventi, struggenti albums; la loro fonte di ispirazione resta quella dell'introspezione e dell'ispezione dell'anima più profonda. Dopo aver attraversato una crisi di mezza età, per gran parte degli anni Zero, da qualche anno hanno saputo trovare la forma migliore facendosi produrre da uno specialista, tal Bj Burton, che li ha spinti verso panorami espressivi di elettronica aspra, stridenti desolazioni mixate con gli immancabili impasti vocali di Sparhawk e Parker. Si potrebbe definire il Kid A dei Low, con le dovute proporzioni temporali. La critica si è unanimemente strappata le vesti per questo disco, io non faccio altrettanto ma non posso fare a meno di sottolineare il pregio ed il piacevole disorientamento grazie al quale i Low stanno invecchiando molto, ma molto bene. Eccellenti Dancing and blood, Always trying to work it out, Dancing and fire, Poor sucker.

domenica 8 maggio 2022

Van Der Graaf Generator - Live Teatro Delle Celebrazioni, Bologna 05/05/2022


(Nota: non appena Max si degnerà di passarmi le innumerevoli foto che ha scattato, provvederò a pubblicarne una selezione). Che ogni volta possa essere l'ultima, è un dato di fatto, ma i VDGG sembrano viverla in maniera leggera, leggerissima. Il divertimento di Peter Hammill è stato visibile e contagioso, in questa data al Teatro Delle Celebrazioni di Bologna (non c'ero mai stato, un'acustica eccezionale) che originalmente era prevista per l'aprile di due anni fa. Il suo italiano, notevolmente migliorato, ci ha fatto capire che lo spirito del gruppo era assolutamente sereno, alla vada come vada, siamo ancora noi, con i nostri limiti e la ruggine del tempo, siamo la nostra storia che resta scolpita nella pietra, la rappresentiamo ancora e siamo qui per voi che ci stimate ed avete fatto i biglietti prima del Covid, pazienza se abbiamo due anni in più. Quando annuncia Alfa Berlina, PH parla della genesi e con un sorriso allarga le braccia pronunciando 50 anni fa.... 

Il pubblico è evidentemente composto da fedelissimi stagionati, teste calve in abbondanza, teste calve con zazzere bianche, barbe candide, andature stanche, ma con entusiasmo da ragazzini da vendere. Guy Evans ha sempre lo stesso sguardo impenetrabile, mai una smorfia nè un sorriso; il batterista più apocalittico della storia, dò una notizia, non sbaglia ancora un colpo. Hugh Piè veloce Banton stesso discorso, si aiuta con un monitor sopra la tastiera ma con l'immancabile moto perfetuo di raddrizzare la schiena all'indietro per controllare cosa succede a terra. E PH, sempre più umano ed erratico, erroneo e per l'appunto, divertito, con una forma vocale che a 73 anni e mezzo fa paura. Quando imbraccia la chitarra per Lemmings, capisci che la postura non può essere diversa ed al limite cogli che i riflessi non sono certo più gli stessi; di conseguenza la commozione ed il ringraziamento è maggiore rispetto a 10, 15 anni fa, a questi grandi uomini.

Il repertorio è in larga parte dedicato a Do Not Disturb e A Grounding In Numbers, a riprova della fierezza più recente e della fiducia in quanto (presumo faticosamente) messo a punto in età già avanzata, o perchè no, per la stanchezza e la dedizione che richiedono i numeri più antichi, per quanto più amati dal pubblico. Saremo anche vecchie cariatidi, ma abbiamo un orgoglio grande così, oltre che il cuore. Spicca l'inaspettato recupero di Masks, il brivido teatrale di Childlike e pazienza se House with no door, invocata più volte da un esuberante spettatore, viene eseguita nel bis con più di un indecisione e qualche accordo sbagliato. Se sia l'ultima volta, non lo so, ma non è mai troppo tardi per il Generatore, perchè è eterno e può trovare sempre nuovi estimatori. Giusto, Max?

venerdì 6 maggio 2022

Leanan Sidhe – Planesequence (1994)


Non ho alcun dubbio: se invece di essere fiorentini i Leanan Sidhe fossero stati nativi di Chicago o Boston o Minneapolis, avrebbero inciso per la Kranky. E a dire il vero, se degli eventuali demos di Planesequence fossero finiti sulla scrivania dei due boss dell'appena nata etichetta, probabilmente li avrebbero posti sullo stesso piano dei Jessamine o dei Labradford, perchè gli si avvicinavano molto, anticipando di un soffio anche le sonorità di bands come i Bowery Electric, con una ricetta speziata di wave, trance alla Loop e shoegaze, scandita da ritmiche inquiete, chitarre espanse e canto strumento aggiunto. 

Planesequence ha avuto soltanto un limite, quello della sostanziale auto-produzione; una mano più sapiente li avrebbe indirizzati su un suono meno compresso, liberando al meglio gli interscambi fra gli strumenti e donando una fondamentale profondità. Resta comunque la sostanza di un viaggio emozionante e variopinto, con tanti di quegli spunti creativi che, per l'appunto, avrebbero fatto un figurone su Kranky e costituito un trampolino di lancio per intere carriere di nomi minori. Non era destino, purtroppo.


martedì 3 maggio 2022

Kafka's Ibiki – Okite (2014)


Un'anno dopo il debutto, il trio di Ishibashi (piano), Yamamoto (batteria) e O'Rourke (elettronica) replicava con un'altra improvvisazione, questa volta in un unico flusso organico di 38 minuti. Le fonti di ispirazione restano indubbiamente le maratone dei Necks, con O'Rourke a svolgere la mansione di eccellente effettista (presumo in maggior parte con la chitarra, un po' alla Ambarchi) a ravvivare un panorama che gli altri due portano avanti con ostinazione, la Ishibashi con cascate minimali e Yamamoto con patterns sottotraccia molto insistenti. La svolta al minuto 23, quando la suite sembra essere giunta al termine e dopo qualche minuto di stasi ambientale rinasce come una fenice sotto forma di tempesta magnetica space-free-rock, con Yamamoto sugli scudi. Notevole.

sabato 30 aprile 2022

Magma – 1001° Centigrades (1971)


Prima dell'iconica fase di Mekanik e Kohntarkosz, i Magma erano ancora un collettivo, nel senso che Vander non ne era l'unico compositore. Il doppio d'esordio del 1970, in prospettiva, era un po' acerbo, mentre su 1001° Centigrades la penso diversamente rispetto alle mie fonti critiche preferite. Il lato A occupato da Rïah Sahïltaahk, avventurosa suite di Vander, un salto nell'ignoto kobaiano, presagio di sceneggiate e cataclismi futuri, meravigliosamente orchestrata. Sul lato B; "Iss" Lanseï Doïa del pianista Cahen e Ki Ïahl Ö Lïahk del sassofonista Lasry, due fondatori del gruppo destinati di lì a poco ad abbandonare e lasciare il campo al dispotico batterista, almeno fino a quando salirà sull'astronave Jannik Top. Si tratta di due fascinosi ed articolati pezzi di jazz-rock con qualche reminescenza Soft Machine e la particolarità della presenza inquietante di Klaus Blasquiz, un tratteggio sicuramente inedito per il genere di allora. E' un disco all'ombra del futuro, ma superiore al predecessore.

giovedì 28 aprile 2022

Jonny Greenwood ‎– Bodysong (2003)


Il primo passo solista di JG, colonna sonora dell'omonimo documentario, contrassegnato da una sostanziale smania di strafare. Si era in un periodo delicato della storia dei Radiohead; terminato il contratto con la EMI, davanti a loro le incognite conseguenti all'autogestione dell'azienda, una probabile stasi creativa generale (che difatti sboccherà nella stanchezza di In Rainbows), tante cose. Il buon Jonny colse l'occasione per dimostrare al mondo le proprie velleità autoriali, dal momento che si intuiva fosse l'artefice di tante trovate stravaganti nei capitoli più creativi della saga. Bodysong strafà nel senso che è un esuberante catalogo di neo-classica, ambient, elettronica, free-jazz-rock, tante cose.  Gli si può concedere la frammentarietà in virtù della natura sonorizzante; va ascoltato quasi come se fosse una compilation di artisti mediamente abbastanza talentuosi.

martedì 26 aprile 2022

Screams From The List #107 - John Greaves / Peter Blegvad / Lisa Herman ‎– Kew. Rhone. (1977)

Destino curioso e beffardo per questo disco realizzato da due reduci di esperienze importanti in Inghilterra; il tastierista Greaves ed il chitarrista Blegvad, di Henry Cow fama, realizzarono Kew. Rhone. che ironia della sorte si ritrovò ad essere pubblicato per la stessa etichetta (la Virgin) e nello stesso giorno di Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols. Probabilmente la tempistica non era quella giusta, ma d'altra parte i due, che si avvalsero fra gli altri della cantante Lisa Herman, avevano lavorato a lungo su questo pseudo-concept ed il tempo avrebbe reso giustizia ad un piccolo gioiello di post-Canterbury, articolato ed elegante sfoggio di complessità in soluzione di pezzi brevi ed oculatamente strutturati. Certamente la lezione Henry Cow si sente, ma affrontata con una maggior leggerezza (Blegvad proveniva dagli anomali Slapp Happy) ed un'ariosità irresistibile. 

domenica 24 aprile 2022

Neil Young – Tonight's The Night (1975)


Per quanto sia un pezzo fondamentale della storia della musica in America e non solo, la dicotomia fra rock e tradizionalismo è un eterno dilemma nella carriera di Neil Young. Per quanto io ritenga Live Rust e Weld manifesti quasi scolpiti nella pietra del rock, altrettanto fatico ad apprezzare le svenevolezze di Harvest o similari. Forse Tonight's the night rappresenta questa dicotomia in maniera esemplare nel suo insieme, raggruppando più o meno equamente la divisione fra country-blues rilassati ed elettricità a passo marziale. Un disco in nome del dolore e dei lutti, ma che ad ascoltarlo sembra più il ritrovo informale di un gruppo di amici inebriati di tequila e rilassati, lasciati andare alla notte californiana. Situazione che poi non si discosta dalla realtà in cui venne realizzato, rimasto a decantare per un paio d'anni e poi rilasciato più per la sua unitarietà d'intenti che per l'esecuzione finita vera e propria. Questo è sempre stato NY: la sostanza ed il cuore prima della forma e della mente.

venerdì 22 aprile 2022

Hella ‎– There's No 666 In Outer Space (2007)


Con il loro folle zenit, il doppio Church Gone Wild / Chirpin Hard, Hill e Seim raggiunsero un punto di non ritorno, questo è un dato di fatto. Non soltanto portarono il suono e le strutture ai massimi livelli di inafferrabilità, ma dividendosi in comparti solisti stagni forse capirono che tornare allo stadio precedente non avrebbe portato un granchè di risultati. Così fecero una scelta coraggiosa, ingaggiando un cantante, un chitarrista ed un bassista con cui diedero un seguito al capolavoro. Coraggiosa, paradossalmente, perchè il suono pieno di un quintetto ben coeso e tecnicamente di alto livello li costrinse ad una normalizzazione dell'output. Ma c'è standard e standard, così There's No 666 si rivelò come un assortimento entusiasmante di math-pop-core, con il drumming esagitato di Hill ed il chitarrismo schizofrenico di Seim sempre in prima linea, un cantante dotato (a tratti curiosamente somigliante a Les Claypool) ed 11 spassosi pezzi di macelleria alternativa.

mercoledì 20 aprile 2022

Peter Murphy ‎– The Scarlet Thing In You EP (1995)


Quanto erano illuminati Mixo e Rupert ai tempi di Planet Rock; nel periodo in cui Peter Murphy era in promozione per il bellissimo Cascade, anzichè dare spazio ad uno dei singoli di lancio misero in onda Wish, un gioiello etno-ballad presente soltanto sul mini-cd di The Scarlet Thing In You, che ho finalmente ritrovato ad oltre un quarto di secolo di distanza. Ovviamente un pezzo al quale sono legato in via affettiva, di bellezza intrinseca struggente e lussureggiante. Tiene molto bene la prova del tempo anche The Scarlet, indubbiamente la cosa più pop di Cascade, ma tutt'altro che stucchevole e di fresca baldanza. Completavano il poker un'altro inedito, il compatto Crystal Wrists ed un live del 1990 di Dragnet Drag, un pezzo appartenente alla prima fase solista di PM, quella un po' più precaria e priva dell'ispirazione che avrebbe recuperato anche grazie alla partnership con Statham, coautore di tutto Cascade, nonchè di Wish.

lunedì 18 aprile 2022

Gnaw ‎– Cutting Pieces (2017)


Facile immaginare il motivo per cui occorrono 3/4/5 anni per ogni disco degli Gnaw di Alan Dubin: dallo scioglimento dei Khanate (2005/2006) al primo This Face, al secondo Horrible Chamber, al terzo Cutting Pieces, devono tutti esser stati delle faticacce immani, sia in termini di concezione che in termini di raduno degli elementi della line-up, che in quest'occasione risultano essere sei. In estrema sintesi, Cutting Pieces è un nuovo titanico sforzo di estendere ancor di più i limiti del post-metal, anche quando le composizioni sfiorano appena appena i canoni del doom (Septic e Wrong, due mazzate brutali per qualsiasi esponente del genere). Ma per la maggior parte del tempo, Dubin e co. indugiano sui lati più psicologicamente malsani e deviati di un mostro informe, che possiamo definire senza alcun dubbio il più nobile dell'avant-metal, un labirintico ed inestricabile percorso nell'ignoto, proseguimento sempre più spietatamente lucido dei due predecessori. Dove ci vuole portare Dubin probabilmente non lo sa neanche lui, ma l'esperienza è tutta da vivere, per chi ha budella forti e mente salda. Da non ascoltare al buio, però.

sabato 16 aprile 2022

Henry Rollins ‎– Hot Animal Machine (1987) + Drive By Shooting EP (1988)

Anche se accreditato al solo HR, HAM di fatto rappresenta il primo atto della Rollins Band, anche soltanto per la presenza del fido chitarrista Chris Haskell, che con lui condividerà tutta la parabola post-Black Flag. Non potè mettere in atto risposta migliore a tutti quei maligni che lo davano per finito una volta uscito dalle quattro barre, ancor prima di dargli una chance; la mistura micidiale di hard-rock e post-hardcore (con dei pizzichi sparsi di funk r blues) suonata con micidiale lucidità, persino l'ideale seguito a quella fondamentale esperienza ma con un chitarrista meno cervellotico dell'ultimo Ginn, più attento alla sostanza e al servizio del suono generale. In prospettiva, forse appena inferiore alle prove successive che lo porteranno ad un meritato successo di pubblico, ma già esplosivo. La ristampa include l'EP Drive By Shooting dell'anno successivo, una divagazione fra goliardia e spoken word, tutto sommato dispensabile.
 

giovedì 14 aprile 2022

Flaming Lips ‎– American Head (2020)


Sulla scia dell'ottimo risultato conseguito con King's Mouth, i FL continuano a battere il ferro su un ritorno al melodismo più etereo e tradizionalista, finendo per sfornare l'ennesimo grande disco. Dopo una fase più improntata alle paure, all'angoscia ed a suoni cupi con gli essenziali The Terror e Oczy Mlody, Coyne & Co. hanno scelto la via di mezzo: un songwriting curatissimo, quasi raffinato, arrangiamenti non zuccherosi come nei dischi a cavallo del 2000, ma più funzionali. Le ingombranti impronte del Neil Young più rilassato e dei Pink Floyd di fine '70 affiorano a tratti lungo una scaletta quasi perfetta: si tratta di un concept, immancabilmente, sulla giovinezza e sulla nostalgia, a quanto pare ispirato dalla morte di Tom Petty avvenuta qualche anno fa.
Al netto di tutto questo, l'invincibile ed inossidabile spirito melodico di Coyne stravince sempre e la fa da padrone: Will You Return/When you come down e Mother I've Taken LSD sono i nuovi inni stratosferici, seguiti a ruota da My Religion is you e Mother please don't be sad. I comuni denominatori, lo struggente sentore di melanconia sparso ovunque, lo spirito melodico mai stucchevole, le trovate di micro-follia, le sonatine, tutto il macrocosmo Lips, ovvero come invecchiare con gloria, senza mai affievolirsi. Quanto potranno andare avanti? That's a good question, risponderebbe Coyne.


martedì 12 aprile 2022

Scott Walker – Scott 2 (1968)


A volte mi chiedo chissà quali battaglie Scott Engel abbia dovuto combattere contro i discografici di turno per poter includere le proprie composizioni nei primi 3 album, che grossomodo ammontano in ciascun capitolo al 25% dei titoli in elenco. Che fosse colpa/merito di quella voce così ingombrante ed ammaliante o l'ipotesi di un disco interamente di suo pugno, che probabilmente non avrebbe riscosso consensi commerciali, chi lo sa. Ci sarebbe voluto il quarto volume, una ventina di mesi dopo, per raggiungere il traguardo e l'inevitabile capolavoro, ma resta il fatto che forse la storia della musica si è persa qualcosa di importante. Sul terzo, la solita (gradevolissima) sfilata di pezzi di Jacques Brel, tributi singoli a Bacharach, Hardin, Mancini, sfoggio di tripudi orchestrali e piacere lubrico del pubblico adulto.

Resta scontato che il piatto forte è costituito dai 4 pezzi autografi: The Amorous Humphrey Plugg, canonica ma con progressione in maggiore da brividi. The Girls from the streets, drammatica ed imponente. Plastic Palace People, onirica e sospesa. The Bridge, commoventissima. Come negli altri episodi, occorre dire comunque che Walker beneficiò dell'apporto orchestrale profuso al massimo, come sempre lussureggiante e di grande gusto. La sua grande voce fece il resto, cioè tutto ciò che poteva ispirare, cioè l'universo intero.

domenica 10 aprile 2022

Erase Errata ‎– Other Animals (2001)


Il fulminante esordio delle Erase Errata, 15 tracce di lunghezza massima appena 3 minuti, una formula che incontrò seduta stante il favore della critica. La chitarra aspra ed arzigogolata di Sara Jaffe, la voce cantilenante (una specie di Siouxsie meno enfatica) di Jenny Hoyston, la sezione ritmica sincopata e sempre di Bianca Sparta ed Ellie Erickson), ed un drappello di pezzi caustici quanto irresistibili. Pop Group, Gang Of Four, Gun Club, quell'oncia di follia cubista e dissonante del Capitano che poi emergerà implacabilmente sul terzo Night Life. Nessuno spazio all'approssimazione, giusto un paio di riempitivi per spezzare il saliscendi dei ritmi, caracollanti e sghembi. Essenziale.

venerdì 8 aprile 2022

Taj Mahal Travellers – Live In Stockholm 1971 (2000)

 

Chiudo il discorso sui monumentali TMT con il loro album postumo, ovviamente live in museo di Stoccolma nel Luglio del 1971, che necessitò di 30 anni per emergere dal nulla come semi-bootleg in diverse edizioni e ne dovette attendere quasi 40 per una stampa ufficiale in patria. Poco, pochissimo da dire in aggiunta ai laconici commenti sui due colossali album ufficiali; si tratta di un paio d'ore in free-form per il sestetto guidato da Kosugi, il cui unico difetto ascrivibile fu che si tratta forse di una ripresa integrale, al contrario dei suddetti che furono in qualche modo editate e quindi veri e propri best-of di qualcosa che era colossale di suo. Ma è un microscopico appunto. Minimalista la prima ora, intimorente e variegata la seconda. Come sempre, prego rivolgersi alle illuminanti parole di Vlad, non serve altro.


 

mercoledì 6 aprile 2022

Deerhunter ‎– Fading Frontier (2015)


La carriera dei Deerhunter continua ad essere controversa ed in qualche modo un'enorme incompiuta, forse essa stessa vittima del carattere del suo leader Bradford Cox; basti leggere una qualsiasi intervista per capire che si tratta di un soggetto tanto autoreferenziale quanto enigmatico. Se nel 2010 con l'ottimo Halcyon Digest sembravano esser pronti per preparare il loro capolavoro, nel 2013 ci ha pensato l'inascoltabile Monomania a buttar giù le loro quotazioni. Fading Frontier in tal senso ha ripristinato e normalizzato la situazione, con un disco di impavida accessibilità, ai limiti del dream-pop. L'impronta del songwriting di Cox ormai sembra essere inossidabile a prescindere dai generi presi in carico (direi 3-4 su questo album), ed anche se si tratta di un album tutt'altro che imprescindibile, è sempre utile ascoltare i Deerhunter perchè dietro l'angolo si possono scovare pepite memorabili come il dream-pop di Take Care (forse il miglior pezzo mai scritto dai Beach House) e l'atmosferica Ad Astra (unico scritto dal chitarrista Pundt, che con pazienza rimedia sempre le briciole di spazio). Per il resto, buone melodie evanescenti, ballad elettriche sornione, un paio di cadute di cattivo gusto, insomma, molto mestiere.

lunedì 4 aprile 2022

Ultravox – Systems Of Romance (1978)


Crocevia e suggello di un trittico simbolo della new-wave britannica, Systems of romance fu l'ultimo con John Foxx. Ancora indeciso fra tentazioni sintetiche, post-punk ed influenze teutoniche, conteneva ulteriori eccellenti prove compositive (Maximum Acceleration, I Can't stay long, Someone else's clothes, Just For A Moment) sulla scia evolutiva dei due illustri precedenti. L'impressione che resta intatta però era della maturazione raggiunta e della necessità di svoltare, da qui l'abbandono conseguente di Foxx ed una conversione che seguirà con l'ingresso di Ure e l'ulteriore concessione all'elettronica. In prospettiva, quindi, resta un compromesso fra sofisticazioni e retaggi adrenalinici che si fa ancora ascoltare con piacere.

sabato 2 aprile 2022

Cazzurillo – Ghosts are surfing now! EP (2013)


Un vero peccato che non ci siano stati riscontri per un'artista così peculiare e fuori dai canoni, non tanto per questioni di immagine quanto per espressività. Così è praticamente scomparsa dai radar la ragazza nascosta dietro le maschere ed il monicker Cazzurillo, che nel 2016 aveva realizzato uno splendido album, Greetings from Grinchland, che sembrava poter essere finalmente il coronamento di un percorso iniziato quasi 10 anni prima con l'introvabile Maialkoki. Nel mezzo c'era stato Ghosts are surfing now!, questo pezzo di 18 minuti non troppo rappresentativo dello stile generale della one girl mess, ma abbastanza programmatico se preso a sè stante. Si tratta di una macro-jam di psych-noise-pop malsano e beffardo, come un fermo immagine di una litania di Lydia Lunch presa, messa in loop e gettata in una palude di acido solforico, con corredo di rumori ed effetti di ogni tipo. Straniante ed ipnotico, ma al tempo stesso accattivante. Tornerà prima o poi?

giovedì 31 marzo 2022

Vocokesh – Paradise Revisited (1998)


Il più grande limite di opere come questa (e probabilmente di tutta la trentina di dischi pubblicati da Franecki alla testa di Vocokesh) è che sono quasi incommentabili, che il giudizio dipende dall'umore del momento in cui li si ascoltano, e soprattutto in base a quanta fretta si ha di consumarli. In questo senso, non c'è moltissima differenza fra Paradise Revisited ed il precedente Smile And Point At The Mountain di 3 anni prima; si tratta di eccellenti manufatti artigianali di freakeria strumentale che distillano i 30 anni precedenti di tutta la storia della psichedelia, declinata in pressochè ogni forma possibile, con i santini di Ummagumma, In search of space, Phallus Dei e Schwingungen in bella vista. Musica derivativa ed improvvisata, ma fatta al meglio delle proprie possibilità. Seppur a rate (la lunghezza è importante), negli ultimi giorni mi sono preso il tempo di rivisitare questo paradiso e l'ho apprezzato a tutto tondo.

martedì 29 marzo 2022

Barn Owl – The Factory Session/Live At Berkeley Art Museum (2013)


Una session di vintage-elettronica in una non meglio precisata Factory di San Francisco (25 minuti) ed un live per chitarre a Berkeley (15 minuti), per un cd (sempre targato Thrill Jockey) venduto durante il tour europeo di supporto a V. Dopo 9 anni di silenzio assoluto, nonostante l'assenza di qualsiasi prova, forse possiamo asserire che i Barn Owl non esistono più e che questo fu il loro commiato, non possiamo sapere quanto consapevole. Ciò che è certo è che sia Caminiti che Porras sono andati solisti con una certa regolarità, segno che forse la spinta creativa del duo aveva raggiunto un punto di non ritorno.

La loro è stata una parabola ascendente, sempre nel segno di un drumless space-drone doom-desert-gaze imponente e solenne, culminata in un capolavoro chiamato Ancestral Star, il primo su TJ, colosso impreziosito di innumerevoli varianti strumentali e soluzioni di sorprendente maturità. Nel frattempo i due avevano iniziato però a fare cose personali, ed il corso cosmico di Evan Caminiti ha finito per prendere il sopravvento, influenzando non poco V. Il live a Berkeley qui presente si staglia come testamento espressivo della fase chitarristica dei due, bruciante affresco di saturazioni psych-droning che richiamano quel felicissimo capitolo.

La jam alla Factory invece li vedeva alle prese con i synth modulari, in una suite toxic-cosmic che evoca dei Tangerine Dream brutti, sporchi e cattivi. Un suono sulfureo e brulicante, con una scansione ritmica che di per sè crea la base incessante per stratificazioni angoscianti, ai limiti dell'industriale, ma sempre nel nome di una nebbia psichedelica che ha caratterizzato tutto il loro catalogo. 

Chissà, forse avrebbero potuto ancora elaborare qualcosa di notevole o Ancestral Star era oggettivamente inarrivabile ed ormai avevano chiuso quella fase. Per quanto sconosciuti siano stati nonostante l'egida TJ, Barn Owl è stata un'esperienza entusiasmante, spietata ed onirica al tempo stesso.


domenica 27 marzo 2022

Screams From The List #106 - Roger Doyle – Thalia (1978)

 

 

Con un percorso simile a quello di un altro ardito sperimentatore apparso sulla List come Basil Kirchin, l'irlandese Roger Doyle iniziò come batterista jazz ma dopo qualche anno si diede all'elettronica sperimentale, con l'ambizioso progetto di brutalizzare principi folkloristici della propria verde patria, come ben rivelato sull'album d'esordio Oizzo No nel 1974 (parzialmente riuscito, diciamo una rottura del ghiaccio). Dopo una pausa di 4 anni, riapparve con Thalia e si mise a fare le cose sul serio. L'apertura, con l'effervescente pianismo di Baby Grand, è puramente fuorviante perchè le atmosfere sono di ben altro tenore. Con la suite in tre parti di Thalia (circa mezz'ora) si viene immersi in un allucinato collage macro-cosmico per oscillatori, fanfare, percussioni, concretismi, proto-industrialismi e glitches ai limiti dell'udibile. Infine i 12 minuti di Solar Eyes, purissimo archetipo di dark-ambient sintetica ed agghiacciante. Una classica prova dell'assurdo da anni '70, ma elaborata con una lucidità ed un raziocinio che arriva a sfiorare i livelli dei maestri dei '60.

venerdì 25 marzo 2022

Zoogz Rift – War Zone (Music For Obnoxious Yuppie Scum) (1990)

Un anno dopo il termine della sua fruttifera militanza su SST (9 album in 5 anni!), Zoogz Rift trovò casa nella label tedesca Musical Tragedies, presso cui realizzò un paio di dischi. Ormai più impegnato nel wrestling che nella musica, stava per imboccare il viale del tramonto. Le imprese titaniche dell'era SST erano ancora relativamente recenti ed in War Zone l'istrione aveva ancora qualche cartuccia da sparare, come i 20 minuti di Kasaba Kabeza, un'altra grande scultura dell'assurdo pienamente coadiuvata dalla backing band Shitheads, in questo caso completa di mini-sezione fiati (sax e trombone, impazzanti ovunque). Girato il piatto del vinile, non tutto gira a dovere, ma quando gira è un delirio: l'irresistibile pop demenziale di You can count on us e la serratissima title-track (l'unica che forse riecheggia concretamente il Capitano) compensano le cadute un po' banalotte degli altri due pezzi. La media generale fa un bel 7/10, con Kasaba Kabeza a svettare fra le perle maggiori di ZR.