venerdì 29 luglio 2022

Robert Wyatt – Rock Bottom (1974)


Come si fa a parlare del disco #2 nella classifica di tutti i tempi di PS? Esiste un criterio oggettivo per giudicarlo o è pura utopia dadaista poterne disquisire senza entrare nel già letto? E' possibile non abbassarsi col facile luogo comune che la sua composizione venne drasticamente influenzata dalla caduta dell'anno prima, con cui RW restò disabile a vita? E se non fosse caduto, non sarebbe stato forse meglio un Wyatt in declino artistico invece di quello che è stato?

Sgombro subito il campo, io preferisco The end of an ear. Quello fu la vera rivoluzione interiore, il reale vertice dadaista, come il Vol. 2 dei Soft Machine, come Moon In June. Rock Bottom è un altro tipo di capolavoro: è la sublimazione del dolore, della perdita, l'elogio della malinconia e della drammaturgia applicata ad una patafisica che però ha perso il suo humour. E' un lamento accorato, un affresco commovente che passa in rassegna i vari stati emotivi con fenomenale ispirazione (ed essenziale aiuto da parte dei convenuti, in gran parte mastri di Canterbury). 

Mi è capitato con pochissimi dischi nella vita; mi impersono così tanto nel protagonista che ne percepisco il dolore, lo faccio mio e ne soffro. Per questo non mi sono mai veramente innamorato di Rock Bottom. Se lo sarebbe meritato, ma quelle ferite sono così palpabili e salate che non riesco a sostenerle. Addio.

giovedì 28 luglio 2022

Pink Floyd - The Man and The Journey (Live Amsterdam 1969)

Nella miriade di memorabilia che ha portato finalmente alla luce la mega-cofana The Early Years nel 2016 spicca la riproposizione integrale di un concerto ad Amsterdam nel settembre del 1969, di cui conoscevo una quantità parziale su un vecchio bootleg, ma aggraziato di una qualità audio a dir poco fenomenale probabilmente frutto di un lavoro di restauro supportato dalle migliori tecniche (e dai migliori tecnici) al mondo. Ne valeva la pena, così come merita di essere ascoltato ogni minuto di qualsiasi cosa abbiano suonato nell'anno di grazia 1969.
Fra l'Aprile ed il Settembre portarono on the road il concettone The Man & The Journey, immagino un idea di Waters, che consisteva in due lunghe suite all'interno delle quali si concatenavano diversi brani del periodo alternati a sperimentazioni di vario tipo e dilatazioni un po' pretenziose mentre sul palco andavano in scena anche performances visuali, direi da teatro surreale (i passi, il taglio del legno, il tè servito, etc.). L'idea era di ricavarne un disco dal vivo, ma non se ne fece nulla per via del sopravvento di Ummagumma che poi uscì in autunno. Fu una buona idea, perchè la prova del disco ufficiale avrebbe deluso le aspettative, per uno show così legato all'aspetto visivo.
A meno che non si prendano le parti migliori di questo fantasmagorico concerto e si gusti il gruppo in una delle sue fasi più ispirate di tutta la storia. Come negli inediti Biding My Time, un beffardo e metallico blues con Wright al trombone, e l'evocativo strumentale Behold the temple of light, che avrebbe meritato un maggior sviluppo. Come nelle miglior versioni di sempre di Cymbaline (9 minuti), di The Narrow Way pt. 3 (pazienza se Gilmour stecchi la voce, ne guadagna in visceralità!), della barrettiana Pow.r Toc.h, di Careful with that axe, Eugene. I più esperti noteranno qualche sbavatura (soprattutto di Waters), e troveranno conferma del perchè quei 4 pezzi sono finiti su Ummagumma, ma godranno per l'ennesima volta di quella congiuntura astral-lisergica che si allineava in Europa nell'anno di grazia 1969, grazie al lavoro titanico dei Nostri. Grazie ad un Gilmour di un altro pianeta, manco a dirlo, con un suono da pelle d'oca ed una serie di assoli incredibili.

martedì 26 luglio 2022

Appleseed Cast ‎– Low Level Owl: Volume I (2001)


Piccolo spazio nostalgia per il terzo degli Appleseed Cast. Ne comprai il cd un sabato pomeriggio di primo autunno dal Pig, colpito dal sound che sapeva essere sia fisico che atmosferico, dalle alternanze umorali e dalla sostanziale evocatività. Non ne avevo mai sentito parlare, ma dal Pig accadevano queste cose: metteva un cd nello stereo, sapeva che cosa poteva colpirmi e mi tentava, quasi sadico. Passati vent'anni non lo ritengo un disco imprescindibile, e generalmente i kansasiani sono rimasti un'incompiuta; svezzatisi con l'emo-core e pervenuti ad una formula affascinante di post-indie-rock, pur essendo in possesso di un enorme potenziale non sono mai riusciti ad elaborare un capolavoro definitivo. Ci andarono più vicini nel 2003 con Two Conversations, con cui raggiunsero una maggiore maturità.

Low Level Owl rappresenta al meglio i loro limiti ed i loro pregi: un progetto ambizioso, articolato in due volumi (il secondo uscirà l'anno successivo), una specie di concept in soluzione di continuità infarcito di panorami strumentali a mo' di collegamento fra i pezzi più canonici. Pretenzioso e non sempre riuscito il risultato complessivo, ma questi ultimi erano davvero eccellenti: On reflection, Signal, soprattutto la doppietta Steps and numbers + Sentence, rivelavano uno splendido songwriting e soluzioni strumentali in interscambio perfetto. Me li tengo stretti come ricordo personale, e pazienza per i limiti.

sabato 23 luglio 2022

Screams From The List #109 - Companyia Elèctrica Dharma – Diumenge (1975)


In effetti mancava un nome spagnolo nella List, oppure non ne ho memoria. Ad essere precisi, catalano in questo caso, trattandosi dei barcellonesi CED, un combo a conduzione strettamente familiare (3 fratelli su 5 nella line-up originale) tutt'ora attivo ai giorni nostri (l'ultimo disco è del 2019). Il loro esordio Diumenge annoverava un jazz-rock strumentale pirotecnico, ad alto tasso tecnico, con qualche puntina prog e folk sparse, più che altro per abbellimento e/o introduzioni. Riferimento principale sicuramente Mahavishnu Orchestra, con le dovute proporzioni: ritmica vertiginosa con batterista in evidenza, piano elettrico liquido, sax soprano guastatore, chitarra affilata ed arzigogolata. L'iniziale diffidenza per un disco che comunque non innovava già un bel niente all'epoca si fa tranquillamente da parte man mano che l'ascolto procede, vista l'estrema gradevolezza delle architettura e della registrazione. Con perizia, i Perigeo della Catalogna.

mercoledì 20 luglio 2022

Laika – Sounds Of The Satellites (1997)


L'anno scorso, quando i Radiohead pubblicarono l'edizione di anniversario di Kid A + Amnesiac, vidi da qualche parte rinnovarsi l'eterna questione su quanto quei due dischi siano sempre stati sopravvalutati dalla critica in quanto sbandierati come novità assoluta mondiale, come avanguardia, etc etc. Dalla parte dei detrattori invece (sempre una minoranza, ma ben agguerrita), l'arma fumante è sempre stata: senza stare a scomodare l'ingombranza dei Can, perchè non tiriamo in causa gente come gli Sneaker Pimps o i Laika, che prima del millenium bug erano già fuori con formule di elettronica corrotte con dub bianco, post-wave ed indie-rock. Questi ultimi, nati da una costola dei Moonshake, applicavano la lezione ad un trip-hop ultra-accelerato con residuati di dream-pop, confezionato su misura per la voce esile ma evocativa della Fiedler. Il factotum musicale, Fixsen, di professione ingegnere del suono, si sarebbe rivelato un (involontario o meno) influencer sui pezzi più ritmati di Kid A, ma anche per certe ondate di moog ed effetti elettronici elevati a strumenti aggiuntivi.

Su Sounds of the satellites, secondo capitolo della saga Laika, non tutto funziona a meraviglia. La lunghezza è eccessiva, alcuni pezzi sembrano un po' amorfi e poco sviluppati, il flauto a volte è un po' troppo invadente. Sembra quasi più una ricerca sul suono che una carrellata di pezzi convinti e rifiniti. Su questo aspetto, facendo leva sul talento compositivo, i Radiohead faranno infinitamente meglio, bisogna dirla tutta. Forse anche per questo i Laika sono caduti in quel dimenticatoio fagocitante che ormai sono diventati gli anni '90. Ma a loro va senz'altro riconosciuta una funzione di pionierismo non da poco.

domenica 17 luglio 2022

Microphones – Microphones In 2020 (2020)


Il pretesto di Phil Elverum per riesumare Microphones dopo 17 anni di Mount Eerie è stato quello di.....terminarlo. In preda ad un torrenziale flusso di coscienza autobiografico (che passati i 40 dopotutto ci può stare) ha scritto e registrato questo pezzo di 45 minuti con cui passa in rassegna tutta la sua vita concentrandosi sulla carriera musicale, dopodichè ha puntualizzato che si tratta della microfonata finale, suggellando la chiusura di recente con un box set che digitalizzato totalizza qualcosa come 74 giga fra discografia, memorabilia, feticismi e varietà. Una celebrazione che forse suona un po' stridente per il personaggio come lo conosciamo, decisamente umile e terreno; avrà avuto i suoi motivi pratici.

Musicalmente Microphones in 2020 costituisce un ponticello col passato omologo: base di strumming acustico ostinato, nevrosi controllate, improvvise abrasioni di fuzz, passaggi a strumentazione piena con basso e batteria; è di fatto un auto-tributo, costruito attorno ad un ossatura ripetitiva (2+2 accordi) con una sola fase variante intorno ai 3/4' della durata. Da leggere assolutamente le liriche, che compongono una visione filosofica molto introspettiva a corredo della sua vita da musicista, con particolare indugio sul periodo attorno ai 20 anni. Da ascoltare senza interruzioni, anche se non lo ritengo un capolavoro come hanno sbandierato varie testate.

giovedì 14 luglio 2022

Kevin Coyne – Matching Head And Feet (1975)

 

Il quarto album del piccolo grande KC, al vertice della sua forma artistica, un paio d'anni dopo essersi rivelato con l'ottimo Marjory Razorblade, ora forte di una band dalla grande coesione che schierava uno scatenato Andy Summers nell'immediato pre-Police, oltre che un ottimo batterista di nome Peter Woolf. Componenti che comunque avrebbero contato ben poco se non ci fosse stato in primo piano il talento di un cantautore purtroppo rimasto appannaggio per pochi, shouter invasato e dotatissimo, cantautore erede del blues-rock declinato in varianti sia divertite che introspettive, in grado di svariare dal gigioneggiare da bettola/osteria a ballad malinconiche/autunnali come se nulla fosse. Matching ne mise in fila una decina, con un paio che richiamavano addirittura lo stile più ordinato del Captain Beefheart coevo (ma senza esagerare), e le gemme intramontabili di Turpentine, Tulip. Sunday Morning Sunrise, Lonely Lovers.

lunedì 11 luglio 2022

Neptune – The Ballet Of Process (2002)


Il secondo degli artisan-noisers bostoniani. Mi stupisce constatare che PS si sia perso un gruppo così originale e ricercato, ma in generale si trovano pochi riscontri in rete, ed appare paradossale che in un'epoca così fertile per l'underground americano come il decennio zero le loro quotazioni non siano andate molto oltre un paio di recensioni su Pitchfork. Al di là di questo, The ballet of process rivelava il trio come un'interessantissima fusione fra art-rock europeo e fragore yankee, con un approccio compositivo spezzettato e beffardo, al fine di tirare in ballo i nomi che già mi sono venuti in mente con i successivi, forieri di conferme e di un trash-sound che avrà necessitato di un'accuratezza a dir poco maniacale.

venerdì 8 luglio 2022

Yoko Ono/John Lennon – Unfinished Music No. 1. Two Virgins (1968)


Invece di celebrarli sulla serie NWW List con l'accreditato Vol. 2 Life With The Lions, (e men che meno col pessimo Plastic Ono Band), due righe sul primo capitolo sperimentale della coppia, un vero pugno nello stomaco che dovette fare non poca risonanza al tempo, nonchè storcere qualche milione di naso ai bitolziani. Mezz'ora di delirante freak-out-free-form per suoni sparuti, dementi e svaniti di Lennon + fonetica dissonante, isterica e algida della Ono. La "suite" ci mette un po' a carburare, ma il secondo quarto d'ora, quando il Bitolz iniza ad ingranare qualche passaggio illuminato, è un brillante bignami di naivetè dadaista, che in qualche modo giustifica l'operazione e ne restituisce il senso.

martedì 5 luglio 2022

Ono - Albino (2012)


Il ritorno del duo chicagoano di Travis Dobbs e Michael Grego, con formazione allargata, a distanza di ben 26 anni dal precedente. Strana storia per un act che era fuori posto negli anni '80 e benevolmente continua ad esserlo in tempi moderni, ma dopotutto la sperimentazione più genuina ed espressione di libertà non avrà mai casa migliore di chi la abita. I 7 salmi strascicati di Albino sono imperniati su ritmiche di derivazione black, si dipanano su tessiture di liquidi piani elettrici, clangori di chitarre elettriche, rumorismi sparsi mai gratuiti e soprattutto l'incessante salmodiare di Dobbs, una specie di predicatore annebbiato da chissà cosa ma molto  vigoroso nella sua espressione. Ne esce una stranissima formula di psych-gospel scuro e ipnotico, qualcosa che probabilmente potrebbe aver influenzato gli Algiers in divenire. Un flusso magnetico che cattura, senza rivelarsi troppo ostico.

sabato 2 luglio 2022

Crass – The Feeding Of The Five Thousand (1979)

 

Se Station of the Crass fu il loro insuperabile manifesto in quanto mirabolante punto d'incontro fra rozzezza e servizio informativo/accusatorio, The Feeding of the 5000, che lo precedette temporalmente, fu la divertente esplosione dell'anarco-punk più sardonico ed elementare, l'istantanea di un gruppo che stava imparando a mettere in fila tre accordi e sciorinava una trafila irresistibile di anthems al fulmicotone (Do they owe us a living?, General Bacardi, Punk is dead, Banned from the Roxy, So What?) registrati in un bunker totalmente privo di qualsiasi riverbero, con un paio di varianti a base di grattugie, onde radio e bestemmioni, tanto per farsi riconoscere subito e farsi costringere alla censura ancor prima di esordire (manco da un'autorità qualsiasi, bensì dagli operai della fabbrica che stampavano i vinili). Sempre unici, dall'inizio alla fine.

mercoledì 29 giugno 2022

Pop Group – Y In Dub (2021)


Simpatica operazione del Pop Group che rispolvera le bobine originali di Y e le rimette in mano al produttore Dennis Bovell con l'intento di manipolarle, rimasticarle e tirarne fuori una versione in lucido, scintillante spirito dub. Ovvero uno degli ingredienti più latenti nel dna del PG; ne faceva parte, ma come tutto il resto non predominava mai, restava un po' sullo sfondo, si amalgamava in quel titanico meltin' pot grazie soprattutto al bassone di Underwood, la cui opera finalmente riesce a riemergere nella superba equalizzazione generale.

Y non aveva certamente bisogno di questo auto-tributo per essere rivalutato, ma dopotutto una spolverata sta sempre bene, soprattutto a chi non l'avesse mai ascoltato. In Dub rimescola anche la scaletta, rivoluziona gli assetti, non opera una fusione chimica ma scombina e scombicchera con cognizione di causa. 42 anni sono un'eternità, ma il PG ha ancora voglia di sconvolgere e farci dimenare anche e cervello.

domenica 26 giugno 2022

Helmet – Live And Rare (2021)


Stretti fra i veloci eventi del periodo e le pastoie della Interscope, gli Helmet degli anni d'oro non avevano mai pubblicato qualcosa dal vivo e mi era capitato di chiedermene il motivo più volte. Oggi ci pensa la loro attuale etichetta, la Ear Music, ad operare un recupero ad alta fedeltà di due eventi ben datati: il primo del gennaio 1990 al CBGB di New York, per un pubblico a dir poco sparuto (dagli applausi si intuisce qualche decina), col materiale di Strap It On ad incendiare l'aria fetida del leggendario locale. Il secondo del gennaio 1993 in Australia, di sostegno a Meantime. Con le dovute differenze di contenuti, in entrambe le occasioni il quartetto macinava il proprio smart-noise con precisione chirurgica ed efferatezza (mai, mai smettere di lodare John Stanier...), con l'unica pecca riservata a Page Hamilton, in chiaro affanno per quanto riguardava le parti vocali. Per i fan storici, una chicca irresistibile.

giovedì 23 giugno 2022

Richard Skelton – A Channel For Water (2018)


Se già prima della pandemia il prode Riccardo aveva ritmi di output altissimi, negli ultimi 2 anni le uscite si sono ulteriormente intensificate. Impossibile pertanto stargli dietro, e come conviene per questa categoria di musicisti, tanto vale pescare a caso. Non tutto è oro colato, ma la media resta comunque molto alta. A channel for water nasce per mezzo di un recupero datato 2007, risalente quindi ai suoi primi anni di produzione, i tempi dorati di Landings, A Broken Consort, Harlassen, Carousell e Clouwbeck. Una decina di minuti ipnotici per rifrazioni di archi, di rincorrersi di armonici in sequenze circolari, dall'umore crepuscolare e caratterizzato da quel contrasto di tonalità/atonalità che tanto ha generato piccoli capolavori di emotività struggente.

A seguire, tre riprese dell'originale datate 2018. La prima, molto spacey e solcata da synth quasi celestiali. Molto più a tema la seconda, che ne costituisce un ideale, ombroso prolungamento. Infine la terza, in un contesto più ambient dominato da bordoni di synth e con inusitate ribollite di audio generators nel sottofondo. Nessuna di queste tre raggiunge il livello della matrice, ma ascoltato in soluzione di continuità, A Channel For Water è una tipica Skelton experience che mi sento di consigliare anche ad eventuali neofiti.

lunedì 20 giugno 2022

Green River – Dry As A Bone (1987) (Deluxe Edition 2019)


Meritoria operazione di recupero della Sub Pop che, ad oltre 30 anni di distanza, riesuma il fumigante secondo EP del leggendario gruppo grunge (prima che ancora il termine venisse diffuso a macchia d'olio fino a diventare parola d'uso comune), lo amplifica con una messe di inediti e frattaglie sparse del periodo e ciliegiòna finale, recapita a Jack Endino i nastri originali per un lavoro di sistemazione che finalmente rende giustizia al loro sound, mondato così da quei danni eighties che purtroppo imperavano anche nell'underground americano. Per quanto riguarda il contenuto, ben poco da dire: erano i più grandi e non soltanto di Seattle, come poi ebbero a ribadire vari personaggi dei paraggi che di lì a qualche anno verranno sbattuti sotto i riflettori di tutto il pianeta. Nonostante il contenuto derivi da fonti, periodi e studi differenti (triennio '85-87), l'opera di Endino fa sì che queste 16 tracce si fondano in un brulicante, omogeneo calderone arroventato in cui la vocalità sfrenata di Mark Arm (anche sul palco, la reincarnazione dell'Iggy Pop del 1970), le chitarre infuocate di Gossard e Fairweather, il basso roboante di Ament e la batteria incessante di Vincent concorrevano a rendere i GR la più autentica fusione a caldo di rock, punk e metal che fosse mai esistita, creata con una congiunzione astrale di fattori di cui è molto interessante sentire le voci. Tutto questo avvenne poco prima che il gruppo andasse a fare il suo primo album, anche se già dubbioso e prossimo allo split per divergenze attitudinali. A modo loro, la storia l'avevano già creata.

venerdì 17 giugno 2022

Shores ‎– Coup De Grace (2010)


Certo, esordire nel 2010 con un album spudoratamente nineties slow-core non ha garantito un gran seguito a questo gruppo del Michigan, peraltro su un etichetta rigorosamente punk. La storia è sempre stata piena di ritardatari storici, di solito per ragioni anagrafiche, e sembra improbabile che questi ragazzi avessero grosse ambizioni se non fare la loro cosa con onestà. Coup De Grace resta e resterà un prodotto per inguaribili nostalgici ed amanti della nicchia, come me. I riferimenti immancabili non sono certo una scoperta incredibile: i Karate del primo (non a caso poi hanno partecipato ad un oscuro tributo), la Bedhead/New Year experience, i Drunk, Bluetile Lounge, e così via, con squisito ed inconfondibile Dna statunitense. Fuori contesto tirare in ballo Codeine, ma i pezzi eccellenti in quella galattica scia ci sono in buona quantità: Engage Pall, Canned Heat, Seeds, Meanwhile, One Palm Sunday. Disco perfetto per una serata invernale in flanella, ma gradevole anche a piedi nudi con una birretta in mano, brindando alla giovinezza andata.

martedì 14 giugno 2022

Felt ‎– Stains On A Decade (2003)


L'ultima compilation pubblicata in ordine temporale dei Felt, composta quasi esclusivamente da pezzi estratti dai 7", senza ambizione di completezza ma con le sembianze di una selezione puramente arbitraria. Dal prezioso serbatoio di materiale che Hayward ha accumulato durante la decade dei Felt, ecco 15 macchie poste in ordine cronologico dal 1981 al 1988, che se non altro hanno il pregio di sintetizzare la controversa parabola in un bignami esaustivo. E quindi si parte con le prime delizie targate 1981-1984, sugli scudi con Something Sends me to sleep, Penelope Tree, Sunlight bathed the golden glow, Dismantled king is off the throne, chicche rigorosamente non oltre i 3 minuti, infiorettate da Deebank come nessun altro chitarrista al mondo avrebbe potuto fare. Uno snodo cruciale è la lunghissima (per i loro standard) Primitive Painters, che coinvolse i Cocteau Twins in un esperimento ambizioso ma forse un po' forzato, infatti non ci furono ulteriori sviluppi. Il 1986 fu l'anno della dipartita di Deebank che influenzò inevitabilmente il sound, ma la forma era ancora stellare (I will die with my head in flames, Sandman's on the rise again) e Hayward la colse come un opportunità positiva. Infine l'ultimo periodo, 1988-89, caratterizzato da un ripiegamento improvviso, un raccoglimento acustico forse spinto da una frustrazione montante per il mancato successo (ma potrebbe anche esser stato un cambio di fornitore...). Fine della corsa. Corollario essenziale alla loro intricata discografia.

sabato 11 giugno 2022

Tom Recchion – Soundtracks To A Color: Gold & Black (2004)


Colonna sonora per un installazione artistica patrocinata dalla galleria municipale di Los Angeles nel 2004, incentrata sul contrasto fra i colori nero e oro. TR partecipò con due monoliti alla bisogna di 35 minuti ciascuno, programmati come sottofondo costante. Per la sua natura professionale di art director, immagino che non potessero essere più azzeccati, ma anche presi al di fuori di quel contesto non faticano a trovare un loro significato. Perlomeno, facendo una media fra i due.

Gold, una cascata sgargiante e variopinta di suoni, festa allegorica in classico stile TR, servizievole alla causa ma alla lunga un po' troppo ripetitiva, diciamo concettualmente minimalista. Ben altro discorso con Black, che scodella un ritmo electro-wave su loop darkeggianti, si ferma intorno al quarto d'ora, galleggia su una stasi inquietante, con giri armonici circospetti e suoni concreti. Riparte il suddetto ritmo e si aggiungono stratificazioni alternate fra cui gorgheggi operistici, altri suoni sintetici fino alla sfumatura. Una scultura magistrale, esempio massimalista dell'arte cut & paste del californiano, e probabilmente suo ultimo capolavoro in ordine temporale.

mercoledì 8 giugno 2022

Eberhard Schoener ‎– Meditation (1974)


Uno di quei dischi che sarebbero dovuti finire sulla NWW List, magari al posto di qualcuna di quelle ciofeche irritanti ed inutili. Magari Stapleton non ci si imbattè, chè l'avrebbe apprezzato alquanto nonostante l'immane austerità della proposta. Schoener, violinista classico di Stoccarda, rimase folgorato come altri colleghi sulla via dei sintetizzatori elettronici e vi si dedicò a partire dal 1971. Meditation è una suite di 35 minuti divisa in due parti (non soltanto dai limiti fisici del vinile), un affresco tremebondo di suoni cupi, di droni raggelanti, di cunicoli abissali. La prima parte è scandita da un battito di sonar ad inscenare un falso ritmo, attorno al quale le striature di synth scorrono alternate in una sequenza intimidatoria. La seconda parte, più statica e dissonante, spinge sull'astrattismo aggiungendo una soave quanto spaesata voce femminile in fonetica, ma in generale non regge il confronto con la prima facciata, che resta un caposaldo archetipo della dark-ambient. Insomma, un altro grande pioniere teutonico.

domenica 5 giugno 2022

Screams From The List #108 - Roberto Colombo – Sfogatevi Bestie (1976)


Tastierista milanese qui al debutto con un titolo programmatico; le bestie in questione furono i musicisti assoldati (fra i più conosciuti Calloni, Donnarumma e Belloni), a cui evidentemente diede ampissimo margine di libertà esecutiva per le sue partiture jazz-rock con qualche punta di progressive. Il disco inizia alla grande con Sono Pronto e Caccia alla volpe, dopodichè affiora qualche autoindulgenza, inevitabile vista la situazione di auto-referenzialità. In sostanza, non siamo al cospetto del formalismo impeccabile dei Perigeo nè dell'istrionismo degli Arti & Mestieri, dato anche il fatto che si trattava di un ensemble estemporaneo, ma il fascino ed il divertimento trasudante non si discutono. L'inclusione nella NWW List è più pretestuosa alla luce di Metronomo 138, un collage di 8 minuti che include elettronica dissonante, percussivismo e funk, ed ad Assurdo P.2, un curioso teatrino RIO-pop che chiude un po' in agrodolce. L'anno successivo Colombo replicherà con un altro disco e poi diventerà un professionista dello studio, finendo per lavorare in pratica per qualunque cantante italiano/a, dal più impresentabile / impronunciabile a Fausto Rossi, passando addirittura all'esperienza di scrivere un pezzo insieme a PH nel 1988.

giovedì 2 giugno 2022

Ulver – Wars Of The Roses (2011)


Il giorno in cui sarò riuscito ad ascoltare tutti gli album degli Ulver, se mai ce la farò....non ci avrò ancora capito un granchè, e sarà un bene. Dietro questa triviale battuta si nasconde un mondo misterioso, tutto da esplorare ed interpretare a proprio sentore. Per Wars Of The Roses, già conflittuale dal titolo, era presente in maniera integrale il talento di Daniel O'Sullivan, che da turnista di lusso era passato ad essere membro fisso, complice certamente la militanza insieme a Rygg in Aethenor. Riflessi argentei di quell'esperienza radicale si inseriscono ad intermittenza in una scaletta a dir poco schizofrenica, con l'energetica apertura di February MMX, un avvincente e colorito synth-prog, che rappresenta il momento più accessibile ma ha una funzione disorientante. La stasi allucinatoria di Norwegian Gothic, i melodrammi guidati dal piano di Providence e England, la melanconia irreversibile di September IV, la marcia catatonica di Island, rappresentano un'evoluzione naturale alla perfezione ambient-rock di Shadows of the sun, per non tirare in ballo un passato scabroso che sembrava archiviato ma aveva lasciato scorie.

Non è un disco perfetto (il quarto d'ora finale di Stone Angels, di fatto un reading su base scabra e minimale, si poteva evitare), perchè a tratti certi scarti sembrano quasi innaturali. Per farla breve, è un disco adulto degli Ulver, con tutte le imprevedibili pieghe, il peso dei personaggi intervenuti (nel cast anche Westerhus e Noble, e si sentono) e quel fattore vagamente aleatorio di classe distillata a rilascio incontrollato, con tutti i pro ed i contro. I primi sono molti di più, però.

lunedì 30 maggio 2022

David Sylvian – Dead Bees On A Cake (1999)


E' giunta l'ora per me di rivalutare un disco che all'epoca non ripagò adeguatamente la lunghissima attesa. Erano infatti passati ben 12 anni da quello che restò il suo insuperabile capolavoro, ed in quel lasso di tempo DS aveva fatto qualsiasi cosa non fosse un album solista, in ordine sparso: la dissimulata riunione dei Japan, gli esperimenti ambientali con Holger Czukaj, qualche tour autocelebrativo, la discussa e controversa avventura con Fripp, e forse altro che non ricordo e non ho voglia di andare a scovare. Dead bees on a cake comparve con sembianze di grande speranza, ma in realtà, ad una manciata di anni dall'irreversibile metamorfosi del nostro, rappresentò un enorme compromesso fra le meraviglie passate (I surrender, Thalhiem, Cafè Europa, The shining of things), spiccatissime derive ethno-world, sofisticazioni di lusso quasi salottiero, e persino una sfuriata free-jazz. Un album molto ma molto eterogeneo, quasi incasinato se non suonasse come un insulto alla classe sylvianiana. Non diventerà un capitolo molto amato per i fans, ma merita una ripresa anche soltanto per il poker sopra citato, una sorta di testamento di ciò che aveva rappresentato negli anni '80, lasciando aperti grandi interrogativi su quello che sarebbe stato il filone esplorativo di lì a venire. Che nessuno potè prevedere, in ossequio ad uno spirito inquieto e nomade com'è sempre stato.

venerdì 27 maggio 2022

Van Der Graaf Generator ‎– Live At Rockpalast - Leverkusen 2005


Uno degli ultimi concerti del primo tour della storica riunione, che ha fruttato anche relativo DVD, curiosamente pubblicato soltanto nel 2018. Soprattutto, in pratica l'ultima occasione nota con David Jackson che di lì a poco se ne andrà sbattendo la porta, e di conseguenza l'ultima occasione per ascoltare determinati pezzi impossibili da suonare senza di lui, che scompariranno dal repertorio live. 

Noi che amiamo il Generatore come poche altre entità, sappiamo che quei concerti erano tutt'altro che perfetti, in quanto la perfezione non ha mai fatto parte di esso. I quattro magnifici avevano tanta, tantissima ruggine da scrollarsi di dosso, e forse le tensioni montanti con Jaxon giocarono la loro parte. 

Detto questo, se si assimilano serenamente tali imperfezioni, Rockpalast fu soprattutto una grande prova di Hammill e Evans, una buona di Banton ed una un po' affaticata di Jackson. Il fattore reunion, che all'epoca fece il proprio rumore, ora che sono passati 15 anni, è giocoforza affievolito. La determinazione nell'andare avanti nonostante l'incidente darà loro piena ragione. Menzione speciale per Lemmings, Darkness, Childlike Faith e Every bloody emperor.

martedì 24 maggio 2022

Chrome – The Visitation (1976)

Solitamente relegato a poco più che una curiosità, soprattutto a causa del pauroso avvenire che aspettava i Chrome da lì ad un anno, The Visitation è un disco stranissimo ma degno di rivalutazione e tenendo presente che si trattò di una prima autoproduzione, occorre dare alla buonanima di Damon Edge quello che gli spetta. Nell'attesa di incrociare le scariche elettriche con Helios Creed, il batterista/ideologo lasciava la parte puramente melodica ai competenti John Lambdin e Gary Spain, mentre il cantante era un tal Mike Low, in possesso di una voce dai toni piuttosto alti, con un timbro neutro, non proprio memorabile. La musica era la vera anomalia: con Edge indeciso fra pantomime esotiche ed i suoi caracollanti ritmi ostinati, Lambdin e Spain mettevano in scena uno stranito acid-street-rock con puntine di decadenza e qualche piccolo effetto sci-fi, che qualche critico ha brillantemente definito un'incrocio fra il Brian Eno cantautoriale ed il Santana non ancora trivializzato. Segnali anticipatori di ciò che Edge stava cantierando si possono udire su Return To Zanzibar, Sun Control, Memory Cords Over The Bay. Davvero niente male, e pensare che un discografico interpellato rese i nastri al mittente definendolo un pasticciaccio derivativo dei Doors (..!..).

La feticistica Cleopatra l'ha ristampato in cd nel 2014, e le interessanti liner notes riportano una cronaca dettagliata a cura di Lambdin e Spain sulle origini del gruppo, tratteggiando un ritratto della complessa personalità di Edge e delle dinamiche interne al gruppo, da cui in seguito i due suddetti si ritrovarono fuori per motivi non dipendenti dalle loro volontà. Fecero comunque in tempo a partecipare alla storia ed esserne esclusivi testimoni.

sabato 21 maggio 2022

White Birch – The Weight Of Spring (2015)

 Il ritorno di Ola Fløttum a 10 anni di distanza dal precedente, sublime Come Up For Air. Durante quel lungo silenzio, erano ovviamente successe un po' di cose. I WB come entità conosciuta nel decennio precedente si erano sciolti nel 2006, ed il factotum si era dato alle sonorizzazioni ed alle soundtracks, oltre a metter su famiglia. Accatastando materiale non idoneo alle sue commissioni, si accorse che ce n'era abbastanza per poter concepire una nuova opera d'artigianato a nome WB, e realizzarla con un paio di collaboratori necessari alla strumentazione di accompagnamento, con la Glitterhouse a patrocinare volentieri.

Fu un torto agli ex compagni di avventura? Non lo possiamo sapere, possiamo solo ringraziare che il norvegese abbia dato alle stampe un'altra puntata del suo melanconico, etereo, soffuso catalogo, fatto di ballads avvolgenti, così intimamente scandinave e pregnanti di calore umano, col surplus della maggiore esperienza a compensare qualche piccolissimo cedimento di stanca in scaletta. Spiccano il volo per la stratosfera The Fall, Lamentation, Winter Bride, Spring. La primavera ha un suo peso, Ola Fløttum il suo specifico l'ha ampiamente dimostrato. Speriamo affastèlli ancora, in qualsiasi altra stagione.

mercoledì 18 maggio 2022

Built To Spill – Ultimate Alternative Wavers (1993)


Liberatosi dai modesti Treepeople, Doug Martsch tornò a casa e si fece il suo gruppo, inizialmente con la sezione ritmica di Youtz e Netson. Con questo debutto così potè mettere in scena il suo personalissimo cantautorato elettrico, certamente erede delle epiche nevrosi neilyounghiane, che genererà uno dei più grandi capolavori americani degli anni '90, un live all'altezza ed una maturità più che dignitosa, anche se a singhiozzo. Visto in prospettiva, quindi, UAW è un disco grezzo, prodotto un po' lo-fi e con alcune incertezze, ed anche a causa di ciò all'epoca venne salutato come l'opera prima di un gruppo promettente, simbolo del trapasso del grunge e del recupero di certe radici, valorosamente aggiornate a quei giorni. Esemplari ed anticipatori delle meraviglie future: Shameful Dread, Three years ago today e Built To Spill. Il deposito del marchio.

domenica 15 maggio 2022

Yellow Swans ‎– Psychic Secession (2005)

Ora che è passato un certo numero di anni, penso che di tutta l'ondata american-noise degli anni zero, gli YS possano essere definiti un nome da podio globale. I loro colossali lavori della maturità, At All Ends e Going Places, stabilirono uno standard difficile da replicare grazie alla cura maniacale del suono ed alle tessiture strutturali, capaci di rasoiare senza pietà ma anche di concedere astrazioni non facili da cogliere al volo. Psychic Secession, il secondo maggiore (ma la loro discografia è una selva inestricabile, in questo non sono stati da meno degli altri), conteneva già in nuce questa tendenza ai chiaro/scuri, anche se tagliata ad una grana molto grossa. Il mastodontico True Union, di 20 minuti, è un'alluncinato space-harsh che rende la vita molto difficile al resto della scaletta, che ne soffre un po' le conseguenze fino all'astrattismo finale di Velocity of the yolk, in cui una straniata voce femminile segnala la sua presenza in uno scenario post-nucleare. A quel punto, il cerchio sembra chiudersi magistralmente.

giovedì 12 maggio 2022

Angel'in Heavy Syrup ‎– III (1995)


Il terzo delle acid-queens nipponiche, in chiara progressione rispetto ai precedenti, grazie anche all'ingresso di un'altra chitarrista che arricchiva ed irrobustiva il suono. Fra le pochissime bios a loro dedicate in rete, ne ho letta una che inizia definendole un incrocio fra Cocteau Twins e Butthole Surfers, davvero fantasiosa anche se in effetti qualche venatura dream-pop si può udire lungo la scaletta. Meno Pink Floyd e decisamente più Amon Duul II, III è un viaggio emozionante con delle avventurose escursioni lisergiche (Breath of life, Flower And Dream, Water Dream), tutt'altro che perfetto (il canto, spesso stonato, è un evidente stecca nel contesto) ma suonato gettando il cuore oltre l'ostacolo.


lunedì 9 maggio 2022

Low ‎– Double Negative (2018)


Nel riuscito tentativo di invecchiare con dignità, conservando la propria essenza ma cercando nuovi stimoli e sbocchi, i Low hanno semplicemente cambiato il vestito delle loro arrendevoli ballads. Apparentemente non è cambiato molto dai primi, commoventi, struggenti albums; la loro fonte di ispirazione resta quella dell'introspezione e dell'ispezione dell'anima più profonda. Dopo aver attraversato una crisi di mezza età, per gran parte degli anni Zero, da qualche anno hanno saputo trovare la forma migliore facendosi produrre da uno specialista, tal Bj Burton, che li ha spinti verso panorami espressivi di elettronica aspra, stridenti desolazioni mixate con gli immancabili impasti vocali di Sparhawk e Parker. Si potrebbe definire il Kid A dei Low, con le dovute proporzioni temporali. La critica si è unanimemente strappata le vesti per questo disco, io non faccio altrettanto ma non posso fare a meno di sottolineare il pregio ed il piacevole disorientamento grazie al quale i Low stanno invecchiando molto, ma molto bene. Eccellenti Dancing and blood, Always trying to work it out, Dancing and fire, Poor sucker.

domenica 8 maggio 2022

Van Der Graaf Generator - Live Teatro Delle Celebrazioni, Bologna 05/05/2022


(Nota: non appena Max si degnerà di passarmi le innumerevoli foto che ha scattato, provvederò a pubblicarne una selezione). Che ogni volta possa essere l'ultima, è un dato di fatto, ma i VDGG sembrano viverla in maniera leggera, leggerissima. Il divertimento di Peter Hammill è stato visibile e contagioso, in questa data al Teatro Delle Celebrazioni di Bologna (non c'ero mai stato, un'acustica eccezionale) che originalmente era prevista per l'aprile di due anni fa. Il suo italiano, notevolmente migliorato, ci ha fatto capire che lo spirito del gruppo era assolutamente sereno, alla vada come vada, siamo ancora noi, con i nostri limiti e la ruggine del tempo, siamo la nostra storia che resta scolpita nella pietra, la rappresentiamo ancora e siamo qui per voi che ci stimate ed avete fatto i biglietti prima del Covid, pazienza se abbiamo due anni in più. Quando annuncia Alfa Berlina, PH parla della genesi e con un sorriso allarga le braccia pronunciando 50 anni fa.... 

Il pubblico è evidentemente composto da fedelissimi stagionati, teste calve in abbondanza, teste calve con zazzere bianche, barbe candide, andature stanche, ma con entusiasmo da ragazzini da vendere. Guy Evans ha sempre lo stesso sguardo impenetrabile, mai una smorfia nè un sorriso; il batterista più apocalittico della storia, dò una notizia, non sbaglia ancora un colpo. Hugh Piè veloce Banton stesso discorso, si aiuta con un monitor sopra la tastiera ma con l'immancabile moto perfetuo di raddrizzare la schiena all'indietro per controllare cosa succede a terra. E PH, sempre più umano ed erratico, erroneo e per l'appunto, divertito, con una forma vocale che a 73 anni e mezzo fa paura. Quando imbraccia la chitarra per Lemmings, capisci che la postura non può essere diversa ed al limite cogli che i riflessi non sono certo più gli stessi; di conseguenza la commozione ed il ringraziamento è maggiore rispetto a 10, 15 anni fa, a questi grandi uomini.

Il repertorio è in larga parte dedicato a Do Not Disturb e A Grounding In Numbers, a riprova della fierezza più recente e della fiducia in quanto (presumo faticosamente) messo a punto in età già avanzata, o perchè no, per la stanchezza e la dedizione che richiedono i numeri più antichi, per quanto più amati dal pubblico. Saremo anche vecchie cariatidi, ma abbiamo un orgoglio grande così, oltre che il cuore. Spicca l'inaspettato recupero di Masks, il brivido teatrale di Childlike e pazienza se House with no door, invocata più volte da un esuberante spettatore, viene eseguita nel bis con più di un indecisione e qualche accordo sbagliato. Se sia l'ultima volta, non lo so, ma non è mai troppo tardi per il Generatore, perchè è eterno e può trovare sempre nuovi estimatori. Giusto, Max?

venerdì 6 maggio 2022

Leanan Sidhe – Planesequence (1994)


Non ho alcun dubbio: se invece di essere fiorentini i Leanan Sidhe fossero stati nativi di Chicago o Boston o Minneapolis, avrebbero inciso per la Kranky. E a dire il vero, se degli eventuali demos di Planesequence fossero finiti sulla scrivania dei due boss dell'appena nata etichetta, probabilmente li avrebbero posti sullo stesso piano dei Jessamine o dei Labradford, perchè gli si avvicinavano molto, anticipando di un soffio anche le sonorità di bands come i Bowery Electric, con una ricetta speziata di wave, trance alla Loop e shoegaze, scandita da ritmiche inquiete, chitarre espanse e canto strumento aggiunto. 

Planesequence ha avuto soltanto un limite, quello della sostanziale auto-produzione; una mano più sapiente li avrebbe indirizzati su un suono meno compresso, liberando al meglio gli interscambi fra gli strumenti e donando una fondamentale profondità. Resta comunque la sostanza di un viaggio emozionante e variopinto, con tanti di quegli spunti creativi che, per l'appunto, avrebbero fatto un figurone su Kranky e costituito un trampolino di lancio per intere carriere di nomi minori. Non era destino, purtroppo.


martedì 3 maggio 2022

Kafka's Ibiki – Okite (2014)


Un'anno dopo il debutto, il trio di Ishibashi (piano), Yamamoto (batteria) e O'Rourke (elettronica) replicava con un'altra improvvisazione, questa volta in un unico flusso organico di 38 minuti. Le fonti di ispirazione restano indubbiamente le maratone dei Necks, con O'Rourke a svolgere la mansione di eccellente effettista (presumo in maggior parte con la chitarra, un po' alla Ambarchi) a ravvivare un panorama che gli altri due portano avanti con ostinazione, la Ishibashi con cascate minimali e Yamamoto con patterns sottotraccia molto insistenti. La svolta al minuto 23, quando la suite sembra essere giunta al termine e dopo qualche minuto di stasi ambientale rinasce come una fenice sotto forma di tempesta magnetica space-free-rock, con Yamamoto sugli scudi. Notevole.

sabato 30 aprile 2022

Magma – 1001° Centigrades (1971)


Prima dell'iconica fase di Mekanik e Kohntarkosz, i Magma erano ancora un collettivo, nel senso che Vander non ne era l'unico compositore. Il doppio d'esordio del 1970, in prospettiva, era un po' acerbo, mentre su 1001° Centigrades la penso diversamente rispetto alle mie fonti critiche preferite. Il lato A occupato da Rïah Sahïltaahk, avventurosa suite di Vander, un salto nell'ignoto kobaiano, presagio di sceneggiate e cataclismi futuri, meravigliosamente orchestrata. Sul lato B; "Iss" Lanseï Doïa del pianista Cahen e Ki Ïahl Ö Lïahk del sassofonista Lasry, due fondatori del gruppo destinati di lì a poco ad abbandonare e lasciare il campo al dispotico batterista, almeno fino a quando salirà sull'astronave Jannik Top. Si tratta di due fascinosi ed articolati pezzi di jazz-rock con qualche reminescenza Soft Machine e la particolarità della presenza inquietante di Klaus Blasquiz, un tratteggio sicuramente inedito per il genere di allora. E' un disco all'ombra del futuro, ma superiore al predecessore.

giovedì 28 aprile 2022

Jonny Greenwood ‎– Bodysong (2003)


Il primo passo solista di JG, colonna sonora dell'omonimo documentario, contrassegnato da una sostanziale smania di strafare. Si era in un periodo delicato della storia dei Radiohead; terminato il contratto con la EMI, davanti a loro le incognite conseguenti all'autogestione dell'azienda, una probabile stasi creativa generale (che difatti sboccherà nella stanchezza di In Rainbows), tante cose. Il buon Jonny colse l'occasione per dimostrare al mondo le proprie velleità autoriali, dal momento che si intuiva fosse l'artefice di tante trovate stravaganti nei capitoli più creativi della saga. Bodysong strafà nel senso che è un esuberante catalogo di neo-classica, ambient, elettronica, free-jazz-rock, tante cose.  Gli si può concedere la frammentarietà in virtù della natura sonorizzante; va ascoltato quasi come se fosse una compilation di artisti mediamente abbastanza talentuosi.

martedì 26 aprile 2022

Screams From The List #107 - John Greaves / Peter Blegvad / Lisa Herman ‎– Kew. Rhone. (1977)

Destino curioso e beffardo per questo disco realizzato da due reduci di esperienze importanti in Inghilterra; il tastierista Greaves ed il chitarrista Blegvad, di Henry Cow fama, realizzarono Kew. Rhone. che ironia della sorte si ritrovò ad essere pubblicato per la stessa etichetta (la Virgin) e nello stesso giorno di Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols. Probabilmente la tempistica non era quella giusta, ma d'altra parte i due, che si avvalsero fra gli altri della cantante Lisa Herman, avevano lavorato a lungo su questo pseudo-concept ed il tempo avrebbe reso giustizia ad un piccolo gioiello di post-Canterbury, articolato ed elegante sfoggio di complessità in soluzione di pezzi brevi ed oculatamente strutturati. Certamente la lezione Henry Cow si sente, ma affrontata con una maggior leggerezza (Blegvad proveniva dagli anomali Slapp Happy) ed un'ariosità irresistibile. 

domenica 24 aprile 2022

Neil Young – Tonight's The Night (1975)


Per quanto sia un pezzo fondamentale della storia della musica in America e non solo, la dicotomia fra rock e tradizionalismo è un eterno dilemma nella carriera di Neil Young. Per quanto io ritenga Live Rust e Weld manifesti quasi scolpiti nella pietra del rock, altrettanto fatico ad apprezzare le svenevolezze di Harvest o similari. Forse Tonight's the night rappresenta questa dicotomia in maniera esemplare nel suo insieme, raggruppando più o meno equamente la divisione fra country-blues rilassati ed elettricità a passo marziale. Un disco in nome del dolore e dei lutti, ma che ad ascoltarlo sembra più il ritrovo informale di un gruppo di amici inebriati di tequila e rilassati, lasciati andare alla notte californiana. Situazione che poi non si discosta dalla realtà in cui venne realizzato, rimasto a decantare per un paio d'anni e poi rilasciato più per la sua unitarietà d'intenti che per l'esecuzione finita vera e propria. Questo è sempre stato NY: la sostanza ed il cuore prima della forma e della mente.

venerdì 22 aprile 2022

Hella ‎– There's No 666 In Outer Space (2007)


Con il loro folle zenit, il doppio Church Gone Wild / Chirpin Hard, Hill e Seim raggiunsero un punto di non ritorno, questo è un dato di fatto. Non soltanto portarono il suono e le strutture ai massimi livelli di inafferrabilità, ma dividendosi in comparti solisti stagni forse capirono che tornare allo stadio precedente non avrebbe portato un granchè di risultati. Così fecero una scelta coraggiosa, ingaggiando un cantante, un chitarrista ed un bassista con cui diedero un seguito al capolavoro. Coraggiosa, paradossalmente, perchè il suono pieno di un quintetto ben coeso e tecnicamente di alto livello li costrinse ad una normalizzazione dell'output. Ma c'è standard e standard, così There's No 666 si rivelò come un assortimento entusiasmante di math-pop-core, con il drumming esagitato di Hill ed il chitarrismo schizofrenico di Seim sempre in prima linea, un cantante dotato (a tratti curiosamente somigliante a Les Claypool) ed 11 spassosi pezzi di macelleria alternativa.

mercoledì 20 aprile 2022

Peter Murphy ‎– The Scarlet Thing In You EP (1995)


Quanto erano illuminati Mixo e Rupert ai tempi di Planet Rock; nel periodo in cui Peter Murphy era in promozione per il bellissimo Cascade, anzichè dare spazio ad uno dei singoli di lancio misero in onda Wish, un gioiello etno-ballad presente soltanto sul mini-cd di The Scarlet Thing In You, che ho finalmente ritrovato ad oltre un quarto di secolo di distanza. Ovviamente un pezzo al quale sono legato in via affettiva, di bellezza intrinseca struggente e lussureggiante. Tiene molto bene la prova del tempo anche The Scarlet, indubbiamente la cosa più pop di Cascade, ma tutt'altro che stucchevole e di fresca baldanza. Completavano il poker un'altro inedito, il compatto Crystal Wrists ed un live del 1990 di Dragnet Drag, un pezzo appartenente alla prima fase solista di PM, quella un po' più precaria e priva dell'ispirazione che avrebbe recuperato anche grazie alla partnership con Statham, coautore di tutto Cascade, nonchè di Wish.

lunedì 18 aprile 2022

Gnaw ‎– Cutting Pieces (2017)


Facile immaginare il motivo per cui occorrono 3/4/5 anni per ogni disco degli Gnaw di Alan Dubin: dallo scioglimento dei Khanate (2005/2006) al primo This Face, al secondo Horrible Chamber, al terzo Cutting Pieces, devono tutti esser stati delle faticacce immani, sia in termini di concezione che in termini di raduno degli elementi della line-up, che in quest'occasione risultano essere sei. In estrema sintesi, Cutting Pieces è un nuovo titanico sforzo di estendere ancor di più i limiti del post-metal, anche quando le composizioni sfiorano appena appena i canoni del doom (Septic e Wrong, due mazzate brutali per qualsiasi esponente del genere). Ma per la maggior parte del tempo, Dubin e co. indugiano sui lati più psicologicamente malsani e deviati di un mostro informe, che possiamo definire senza alcun dubbio il più nobile dell'avant-metal, un labirintico ed inestricabile percorso nell'ignoto, proseguimento sempre più spietatamente lucido dei due predecessori. Dove ci vuole portare Dubin probabilmente non lo sa neanche lui, ma l'esperienza è tutta da vivere, per chi ha budella forti e mente salda. Da non ascoltare al buio, però.

sabato 16 aprile 2022

Henry Rollins ‎– Hot Animal Machine (1987) + Drive By Shooting EP (1988)

Anche se accreditato al solo HR, HAM di fatto rappresenta il primo atto della Rollins Band, anche soltanto per la presenza del fido chitarrista Chris Haskell, che con lui condividerà tutta la parabola post-Black Flag. Non potè mettere in atto risposta migliore a tutti quei maligni che lo davano per finito una volta uscito dalle quattro barre, ancor prima di dargli una chance; la mistura micidiale di hard-rock e post-hardcore (con dei pizzichi sparsi di funk r blues) suonata con micidiale lucidità, persino l'ideale seguito a quella fondamentale esperienza ma con un chitarrista meno cervellotico dell'ultimo Ginn, più attento alla sostanza e al servizio del suono generale. In prospettiva, forse appena inferiore alle prove successive che lo porteranno ad un meritato successo di pubblico, ma già esplosivo. La ristampa include l'EP Drive By Shooting dell'anno successivo, una divagazione fra goliardia e spoken word, tutto sommato dispensabile.